Kevin Hays: New Day (2015)

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Jazz ma ancora più soul e funk segnano il ritorno in studio di Kevin Hays, il quarantasettenne pianista newyorkese che per la Sunnyside licenzia questo piacevole New Day, album da gustare tutto d’un fiato lungo le 12 tracce che, insieme a tanti brani originali, includono anche un paio di cover eccellenti.

La parata si apre con una grooveggiante “Run of the Sun,” strumentale che richiama senza troppi imbarazzi la grande tradizione rhythm’n’blues dando un assaggio, ma solo nel suo secondo tempo, del virtuosismo solista di Kevin, diviso fra piano, Fender Rhodes, Wurlitzer, e più tardi anche alla voce. Come in “New Day,” per esempio, brano anch’esso ascrivibile alla tradizione vocale nera, con un incipit che pare preludere a una messa cantata sullo stile del reverendo Solomon Burke, per poi schiarirsi anche grazie alle linee strumentali dell’armonica di Gregoire Maret, strumento che proprio insieme alla tastiera del pianoforte (in tutte le possibili declinazioni) in questo disco si ritaglia un ruolo particolare, da vera comprimaria.

Tony Scherr alle chitarre, Rob Jost al basso e Greg Joseph alla batteria e percussioni completano la line up della formazione aprendo la via marcatamente black impressa da Hays con una serie di suggerimenti che qua e là regalano a New Day guizzi melodici che ci ricordano certi episodi del più recente Erik Friedlander, qualche anno fa alla prese con un percorsi lungo le proprie radici (“Trudger’s Paradise”). Le sorprese però sono tante. Infatti “Milton,” col suo vocalese disimpegnato, porta nei pentagrammi di New Day sapori brasiliani, assecondati ben presto anche dalla sezione rirmica della band.

È con “The Sun Goes Down” che il disco torna a respirare di puro soul (tanto che ci viene il dubbio che sia stata proprio questa, quella di un album a suo modo di genere, l’idea iniziale di Kevin). Dopo due composizioni di grande atmosfera e meno serrate (“Kurtish” e “All I Have”), pianista e band si cimentano con il classico moderno di Sixto Rodriguez “Sugarman,” qui riletto con una evanescente e sospesa versione per soli strumenti dalle generose concessioni all’improvvisazione. Un vero omaggio.

Chiudono l’album l’ironica “Waltz for Wollesen,” una languida e cantata “Highwayman,” grandissima ballad firmata da Jimmy Webb, “Time Waits” innestata su un finale circolare, con la ripresa dell’inaugurale “Run to the Sun” ma in versione vocale. Un’ottima prova, un disco ben suonato, gradevole e che non trova difetti—ma anzi un punto di forza -nel suo essere a metà strada fra strumentale e cantato. Anche se il sospetto che Kevin questi pezzi li volesse cantare tutti o quasi, a noi rimane.

Track Listing: Run to the Sun (instrumental); New Day; Trudger’s Paradise; Milton; The Sun Goes Down; Kurtish; All I Have; Sugar Man; Walts for Wollesen; Highwayman; Time Waits; Run to the Sun (vocal).

Personnel: Kevin Hays: piano, Fender Rhodes, Wurlitzer, voce; Gregoire Maret: armonica; Tony Scherr: chitarre; Rob Jost: basso; Greg Joseph: batteria e percussioni.

Record Label: Sunnyside Records

Style: Modern Jazz

(da All About Jazz, luglio 2015)

Star Hip Troopers: Planet E (2015)

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Interferenze cinematiche, loop e pulviscolo elettronico sono gli ingredienti base su cui il progetto del DJ e produttore Mess Morize (nuova identità di DJ Knuf, nome d’arte che gli appassionati della scena romana conosceranno bene) costruisce un notevole progetto di jazz futuro e possibile in compagnia di una nutrita schiera di musicisti come Piero Delle Monache, Raffaele Casarano, Luca Aquino, Mauro Ottolini, Riccardo Gola, Francesco Bearzatti e Claudio Filippini. Il progetto battezzato Star Hip Troopers, con l’album Planet E, esplora una delle tante declinazioni possibili del jazz in salsa elettronica.

È questa la prima uscita di una linea dedicata in modo specifico alla musica elettronica voluta da Parco della Musica Records in collaborazione con M.I.T. (Meet in Town). La regia di Mess Morize è tutt’altro che un collante per una serie di brani difficilmente immaginabili come pezzi a se stante e realizzati a più mani. Le derive psico-sonore contenute nelle tredici tracce qui raccolte, infatti, disegnano una geografia fluida, senza coordinate e dai profili affascinanti.

A uno sperimentalismo minimale, spesso ai confini del glitch, Mess Morize associa robuste dosi di dub, nella quale è una presenza più familiare (quella dei fiati) a riportare calore e invertire l’ordine dei protagonisti. A ben vedere, in quest’album, non ci sono strumenti protagonisti, perché palese è soprattutto una concezione di musica come continuo fluire e come alternanza di elementi. Il risultato sono panorami sonori immobili e atmosferici a volte, tessuti cibernetici e permeati da percussioni sintetiche altre. In ogni caso tutti da esplorare.

Track Listing: Lost 1; Cruising; Through the Porthole; Standstill; Crackle Lullaby; Lost 2; Runaway; Breathing in Pitch Black; From Beyond; Cosmic Insight; Deli’s Orbit; Firing; Planet E.

Personnel: Mess Morize: electronics; Riccardo Gola: contrabbasso; Luca Aquino: tromba; Claudio Filippini: pianoforte; Raffaele Casarano: sax; Mauro Ottolini: trombone; Francesco Bearzatti: sax.

Record Label: Parco Della Musica

(All About Jazz, luglio 2015)

Calexico | 23 aprile 2015 | Fabrique, Milano

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Per il nuovo ‘Edge of the Sun i Calexico si sono trasferiti da Tucson a alla Coyoacán di Città del Messico, passando per la Grecia dalle ricche tradizioni musicali. Viaggi (e numerose collaborazioni con artisti-amici) che raccontano molto della voglia di trovare nuova linfa creativa del collettivo di musicisti guidati da Burns e Convertino. L’aria che si respira nel tour, passato anche dall’Italia (e Milano è stata l’unica data), profuma però più che mai di quell’aria che incendia i confini messicani.Di quell’epica spoglia che come ambientazione sceglie arbusti, polvere ed arroyos, marchio di fabbrica dell’immaginario e più in generale dell’ambiente narrativo dei Calexico.

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Donny McCaslin: Fast Future (2015)

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Il “futuro veloce” che Donny McCaslin ci racconta nel suo ultimo album è un universo estremamente composito e, per chi ha ascoltato le precedenti avventure musicali del sassofonista statunitense, non privo di sorprese. Sorprese e voglia di osare.

Sì perché nelle pieghe, larghissime, di questa decina di pezzi, è decisamente ampio il ventaglio di scelte sulle quali -è facile intuire -il produttore David Binney ha avuto un ruolo di primissimo piano, tanto che la tentazione sarebbe quasi quella di accreditare il sassofonista di Miami come co-autore di quest’opera.

Fast Future non è un album minimale, l’impianto e la ricchezza delle scelte sono due dei tratti che caratterizzano un’uscita nella quale è ancora l’elettronica a flirtare con una delle possibili vie del jazz moderno, ma nella quale un’estetica fusion (sì, ho detto fusion) torna più di una volta a dare veste e forma alle pulsioni del sassofonista che solo un anno fa strappava una nomination ai Grammy.

Funziona? Sì e no. La classe del fraseggio di McCaslin esonda e convince, per esempio, in pezzi come “Love and Living,” nel quale il sax pare condurre per mano l’ascoltatore lungo le tappe di un percorso musicale logico, strutturato e di straordinaria espressività. I conti non tornano (per lo meno a parere di chi scrive) in esperimenti che paiono strizzare l’occhio a soluzioni pop, come i vocalizzi dall’effetto finale molto sintetico di “No Eyes,” cover di Baths. Ci entusiasma piuttosto il vortice elettronico dei poco più di 2 minuti della precipitosa “54 Cymru Beats,” dove il sax ancora una volta nevrotico schizza su un tappeto al limite della drum’n’bass, qua e là verso in ritmi marziali e imperiosi.

Grande è il lavoro del tastierista Jason Lindner, del bassista Tim Lefebvre, e del batterista Mark Guiliana all’interno di un lavoro che forse, nella voglia di guardare in tante, troppe direzioni, a un certo punto pare perdere il filo del discorso, facendo rimpiangere una scaletta più concentrata, con meno divagazioni.

 

Track Listing: Fast Future; No Eyes; Love and Living; Midnight Light; 54 Cymru Beats; Love What is Mortal; Underground City; This Side of Sunrise; Blur; Squeeze Thru.

Personnel: Donny McCaslin: sax tenore; Jason Lindner: tastiere; Tim Lefebvre: basso; Mark Guiliana: batteria.

Record Label: Greenleaf Music

Style: Modern Jazz

(All About Jazz, maggio 2015)

Caterina Palazzi Sudoku Killer: Infanticide (2015)

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Vedi alla voce “oggetti musicali non identificati.” La contrabbassista romana Caterina Palazzi torna a cinque anni di distanza dalla sua prima uscita discografica con la formazione Sudoku Killer sotto le insegne di Auand Records e con cinque violentissime tracce nelle quali il jazz (specie di marca nordica) convive con la psichedelia, il post-rock, il rumorismo e la musica sperimentale.

Un album violento fin dal titolo, dove l’Infanticide a cui la formazione si riferisce è certamente rappresentazione metaforica di un definitivo affrancamento dalle chiare certezze della giovinezza in favore dei cieli nuvolosi e gravidi di dubbi della maturità, ma in cui le rotondità jazz vengono sbriciolate non di rado in esplosioni proprie del rock. Ecco allora che l’infanticidio scelto come scomodo titolo del disco richiama alla mente un altro album scomodo come l’Incesticide targato Nirvana dell’anno 1992. La parentela, almeno filosofica, è dichiarata dalla stessa Palazzi. Ma addentrandosi nelle cinque tracce dalla titolazione nipponica—cinque segmenti in parte e, a loro volta, nettamente scissi in due tempi distinti—è facile accorgersi come il rimando alle fangosità grunge non sia un semplice vezzo citazionista.

Non va dimenticato che i compagni di viaggio di Caterina, sono altri spietati “killer” professionisti che rispondono ai nomi di Antonio Raia al sax tenore, Giacomo Ancillotto alla chitarra e Maurizio Chiavaro alla batteria. Gente abituata a partire da un tema lineare e sinuoso, renderlo più oscuro, dilatarlo con dissonanze oblique, quindi dilaniarlo con inserti di puro rumorismo per finire ricompattando quel che resta dello spartito nell’elementare geometria di un giro rock.

Track Listing: Sudoku Killer; Hitori; Nurikabe; Futoshiki; Masyu.

Personnel: Caterina Palazzi: contrabbasso; Antonio Raia: sax tenore; Giacomo Ancillotto: chitarra; Maurizio Chiavaro: batteria.

Record Label: Auand Records

(All About Jazz, aprile 2015)

Ernst Reijseger, Harmen Fraanje, Mola Sylla: Count Till Zen (2015)

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Ascoltate questo album, perché è una delle più belle collezioni di brani pubblicate in questi ultimi cinque anni. Dei tanti modi in cui ci si potrebbe divertire tentando di definire nel modo più attuale il jazz (chissà poi perché e con che diritto) in Count Till Zen troverete ipostatizzata in dieci brani la definizione più estensiva e trasparente.

Niente sperimentalismi da avanguardia newyorkese, niente tempi frammentati, niente rielaborazioni cerebrali e talvolta un po’ algide. Qualcuno, anche a un primo ascolto, potrebbe pure obbiettare: bastano due musicisti jazz per parlare di un album jazz? Non lo sappiamo, forse non ci interessa neppure. Sappiamo però che Count Till Zen, seconda opera del trio composto da Ernst Reijseger, Harmen Fraanje e Mola Sylla – pubblicato sempre per Winter & Winter -è un’opera che si può definire, senza troppi giri di parole, semplice. Semplice ed essenziale, nella quale confluiscono tanto la lezione improvvisativa di matrice europea quanto l’Africa. Non solo la sua tradizione, ma la sua contemporaneità, la sua presenza europea e, in ultima analisi, la sua variante più cosmopolita. World music, direte voi, certo, ma di quella in cui l’ibridazione, per una volta, non somiglia a un’operazione calcolata e un po’ posticcia.

C’è un che di ambientale e atmosferico in Count Till Zen, uno spazio sonoro perfettamente visualizzabile non appena le note di “Perhaps” e “Bakou” si materializzano (il verbo non è casuale) in cuffia. Il suono è catturato in uno studio di registrazione di Ludwigsburg, con un solo microfono Josephsen c 700 s attorno al quale si sono disposti i tre musicisti, affiancati dal produttore Stefan Winter. Al centro c’è la grande voce di Sylla, senagalese ma cittadino di Amsterdam dal 1987, abituato a intrecciare la musica della sua terra d’origine con quella del Mali nella formazione Senemali. Sylla si accompagna con kongoma, xalam e percussioni. Ai lati Ernst Reijseger al violoncello e Harmen Fraanje al pianoforte.

Ciò che scaturisce da questo incontro è un album di raro splendore, un mondo nel quale è facilissimo perdersi e vagabondare a lungo, con ascolti ripetuti e stupefatti. Se la dimensione spirituale è esplicitata nel titolo dell’album, che fa riferimento diretto alla filosofia zen, il viaggio, il movimento, la peregrinazione sembrano affiorare impliciti nelle stesse identità fluttuanti dei tre musicisti.

L’Africa e l’Europa sono riferimenti geografici sul pentagramma e sulla mappa di viaggio. È a metà strada fra i due continenti che troviamo il segno più netto tracciato da questo imperdibile e anarchico trio di musicisti.

Track Listing: Perhaps; Bakou; Badola; Count till Zen; Out of the Wilderness; Headstream; Debenti; Falémé; E Konkon; Friuli.

Personnel: Ernst Reijseger: violoncello; Harmen Fraanje: pianoforte; Mola Sylla: voce, kongoma, xalam, percussioni.

Record Label: Winter & Winter

(da All About Jazz, 2015)

Spin Marvel: Infolding (2015)

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Nuove eruzioni dal vulcanico batterista britannico Martin France, alla guida degli Spin Marvel. Il musicista già ascoltato al fianco di Django Bates, Evan Parker, Kenny Wheeler, Lee Konitz, Dave Holland, Arild Andersen, e Ralph Towner firma quest’anno un nuovo capitolo della sua storia musicale lanciando per RareNoiseRecords Infolding, affascinante e acido sbocco musicale che al jazz addiziona robuste dosi di elettronica, rumorismo post-industriale, e derive che pongono questo album, composto da sei diluitissimi brani, su un terreno spesso assimilabile alla pura sperimentazione sonora.

Una scelta consapevole e testimoniata anche dalla presenza del sound designer Terje Evensen (la definizione è sua), oltre che da Tim Harries (Earthworks), dal produttore e batterista Emre Ramazanoglu e dal trombettista Nils Petter Molvaer.

Tinte acide, panorami lisergici, nervosismi acustici che rimandano a certe decomposizioni anni Settanta, comuni non solo al jazz ma anche a un certo filone rock, sono la marca più caratteristica di Infolding, album che vive anche nel contrasto fra episodi accessibili ed estremismi musicali aspri e che richiedono più di uno sforzo per farsi apprezzare.

Sforzo reciproco, in ogni caso, tanto per gli ascoltatori quanto per i musicisti in studio, stavolta impegnati in un disco-progetto che tenta di abbattere definitivamente il confine fra registrazione e live. Il nucleo di Infolding è infatti costituito da registrazioni in larga parte improvvisate realizzate per la radio BBC.

Track Listing: Canonical; Tuesday’s Blues; Two Hill Town; Leap Second; Same Hand Swiss Double Pug; Minus Two.

Personnel: Nils Petter Molvaer: tromba; Martin France: batteria; Terje Evensen: live electronics; Tim Harries: basso; Emre Ramazanoglu: batteria.

Record Label: RareNoiseRecords

(da All About Jazz, marzo 2015)