Glen Hansard@Alcatraz, Milano, 14 ottobre 2015

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Una cosa è certa: si diverte almeno quanto ci diverte. Glen Hansard “riporta tutto a casa”, in un concerto capace di mostrare davvero tutte le anime della musica della voce dei Frames. Lo abbiamo visto sul palco dell’Alcatraz, la sera prima del concerto all’Antoniano di Bologna. Il cerimoniale dei suoi concerti lo pone nella schiera dei pochi eletti capaci di trasformare collezioni di canzoni in serate simili a celebrazioni di massa della musica stessa. E il termine “celebrazione” mai come stavolta è calzante. Perché c’è davvero aria di redenzione nell’esperienza di queste oltre due ore di concerto: da quell’attacco – con una incantata versione di Grace Beneath The Pines –, passando per le tante soffuse melodie da cuori infranti o disorientati (Philander, Leave) di cui Hansard ha costellato i suoi dischi, per far chiusura fra le risate della sbronza folk collettiva del vecchio traditional The Auld Triangle. Le canzoni di Didn’t He Ramble, ultima riuscitissima fatica da studio, all’Alcatraz esaltano la dimensione più festosa del repertorio di Hansard, in un crescendo che nemmeno tropo lentamente trasforma la sala da concerti in un pub, dove mentre la birra scorre i cuori intirizziti si scaldano. Perché se è vero che la musica la suonano i musicisti, le canzoni si cantano tutti insieme: cantanti mancati, afoni e stonati dell’ultima fila.

C’è tanto Van Morrison, non serve nemmeno dirlo, e c’è tantissimo Springsteen stasera. Non solo per la sanguinante cover di Drive All Night richiesta direttamente dal pubblico, ma anche per le scelte sonore, cadute su una formidabile band che – accanto a incrollabili certezze, come il chitarrista Rob Bochnick – chiama a raccolta musicisti che paiono comporre una versione da camera della Seeger Sessions Band. Con archi, con un pastoso contrabbasso, e con tanti fiati. Fiati fin che c’è n’è. Forse per sottolineare che, accanto alle malinconie infinite, suonate con le solite chitarre rattoppate (e abbiamo perso il conto di quante corde si sono rotte negli oltre 120 minuti di concerto), il soul qui è sempre dietro l’angolo. A fugare gli ultimi dubbi c’è anche una cassa da marching band con la scritta ‘Save-A-Soul Mission’, posta al centro della scena e recuperata da Glen in un negozio d’antiquariato in una pausa delle prove del tour. Insomma non è da escludere che stasera New Orleans si trovi in un punto imprecisato fra Milano e Dublino.

Il resto è musica nuda suonata col cuore. Sopra e persino sotto al palco. Una maratona tanto gioiosa quanto intima, per lo meno nei capitoli solistici, ai quali hanno fatto da contraltare una decina di minuti di sanissima follia, con le cover di Corirna Corrina e Bella ciao, cantate insieme ai The lost Brothers, opener del concerto. Noi non vediamo l’ora di rivederlo da queste parti.

(da Buscadero, novembre 2015)

Calexico | 23 aprile 2015 | Fabrique, Milano

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Per il nuovo ‘Edge of the Sun i Calexico si sono trasferiti da Tucson a alla Coyoacán di Città del Messico, passando per la Grecia dalle ricche tradizioni musicali. Viaggi (e numerose collaborazioni con artisti-amici) che raccontano molto della voglia di trovare nuova linfa creativa del collettivo di musicisti guidati da Burns e Convertino. L’aria che si respira nel tour, passato anche dall’Italia (e Milano è stata l’unica data), profuma però più che mai di quell’aria che incendia i confini messicani.Di quell’epica spoglia che come ambientazione sceglie arbusti, polvere ed arroyos, marchio di fabbrica dell’immaginario e più in generale dell’ambiente narrativo dei Calexico.

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Bill Callahan@Teatro Antoniano, Bologna, 18 febbraio 2014

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I motivi che rendono speciale un concerto di Bill Callahan sono tanti. Il primo è che sul palco non succede assolutamente niente. Nulla. L’immobilità di Callahan e della sua band sotto i riflettori del Teatro Antoniano di Bologna, di fronte una platea completamente esaurita, è totale. Ma una simile ‘assenza apparente’ nasconde molto più di una posa ieratica. A giudicare dalle immagini che scorrono alle spalle dei musicisti, ha piuttosto qualcosa a che fare con l’immobilità incantata dei panorami naturali continuamente evocati in Dream River, ultimo album del’ex signor Smog, e forse nell’inquietudine di un artista che – una volta sistematosi al microfono – a una prima occhiata non sfigurerebbe fra i personaggi di un libro di Joe R. Lansdale o Jim Thompson.

L’immobilità del suo corpo è un elemento legato a doppio filo con la sua voce. Dalle parti di Mark Lanegan, ma sciolto nelle sovrumane malinconie di Kurt Wagner, Callahan è un flusso di parole (o uno stream of consciousness, ci verrebbe naturale dire) capace di ricreare, dalle assi di un teatro, un immaginario americano fatto di fiumi, montagne e foreste, personificazione e risultato di quel pellegrinaggio per le terre del continente che lo ha portato, lo scorso anno, a scrivere il suo vero capolavoro. Non c’è confine definito, infatti, fra il respiro quasi estatico dei panorami tracciati tanto sul disco quanto dal vivo, e la dimensione più intima ed esistenziale delle storie che Bill racconta. La voce di Callahan arriva da chissà dove e porta chissà dove, e con ogni probabilità è la manifestazione più ‘materica’ mai ascoltata di un’entità impalpabile com’è, appunto, il suono. Gli arrangiamenti tessuti dalla band che lo accompagna (Matt Kinsey alle chitarre, Jamie Zuverza al basso e Adam Jones alla batteria) rassicurano la platea, abbracciando spesso soluzioni note e notissime nel folk americano.

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Ma è soltanto un’impressione: derive che profumano di psichedelia sono dietro l’angolo, le chitarre franano su sentieri polverosi e melodie scheletriche, mentre l’armonica di Bill – quando appare – è sghemba e sinistra, quasi un affronto alla rigorosa tonalità del resto dell’impianto melodico. Ogni definizione porta fuori strada. Ogni canzone suonata a Bologna è la proiezione di un film popolato da personaggi di volta in volta ritratti come angeli di desolazione, umanità illuminate da intuizioni semplici quanto essenziali: «I have learned when things are beautiful to just keep on» ripete a lungo nel corso di una versione di Winter Road che mette a dura prova il cuore dei presenti. Dream River è il cuore dello spettacolo (The Sing, Ride My Arrow, Small Plane, Spring), ma non mancano incursioni nel passato con Dress sexy at my funeral, America, Drover. Bill Callahan è protagonista di un concerto fra le esperienze più vicine all’allucinazione e all’estasi. O, forse, solo alla consapevolezza. Prima di lui sul palco ascoltiamo Circuit des Yeux, affascinante autrice di un folk sperimentale. Chitarra a dodici corde, voce enorme e grande talento, regala una manciata di canzoni dal recente Overdue.

Vai alla gallery| Foto Luca Muchetti

(Buscadero, aprile 2014)

The Tallest Man on Earth @ Magnolia, Milano, 4 dicembre 2013

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Anche dopo la rinascita folk, declinata in varianti indie più o meno di tendenza, è comunque strano e strabiliante assistere a un concerto di The Tallest Man On Earth. Agli occhi di coloro che della musica apprezzano soprattutto il continuo divenire, le note dello svedese Kristian Matsson potrebbero sembrare una provocazione. Chi, anche fra i buscaderos più intransigenti, non ricorda le infinite discussioni sulla possibile rivoluzione elettronica di fine anni Novanta e sulle altrettante innervazioni in nuovi filoni? Gli anni passati sono più di dieci, e oggi il Magnolia va esaurito per un artista dal fingerpicking veloce e inesorabile, dalla voce sottile e dolente. Uno che l’Europa la attraversa da solo sul palco, e sulla scia di un suono interamente acustico, scarno e minimale. Canzoni “nude” dal vivo, e quasi inscheletrite nelle tracce di tre splendidi album che le decisioni prese in sala di registrazione, di certo, non hanno contribuito a irrobustire.

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Maceo Parker @ Blue Note, Milano, 8 novembre 2013

Maceo Parker @ Blue Note, Milano, 8 novembre 2013

Soltanto Maceo Parker poteva presentarsi sul palco del tempio milanese del jazz sfottendo lo swing e spiegando alla numerosa platea che sì, certo, qualche volta capita persino a lui di ascoltare jazz: «Noi però abbiamo il FUNK!». Un colpo netto di cassa e rullante, l’aria che si ferma, e un sax che scriverà il resto della storia. Maceo Parker è sbarcato al Blue Note per due serate composte da altrettanti show per data.

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Rebirth Brass Band@Blue Note, Milano 24 settembre 2013

Foto Luca Muchetti

«Loro ce l’hanno, e noi no!». Ecco. loro ce l’hanno, e noi no. È quello che qualcuno, accaldato, ha spiegato al proprio vicino di tavolo al termine del concerto della Rebirth Brass Band, da New Orleans al Blue Note di Milano in una notte di settembre decisamente primaverile all’esterno, e al di fuori di ogni coordinata temporale all’interno. Loro ce l’hanno e noi no. Ma cosa? L’incazzatura e il tiro, la voglia di fare festa e il funk, la tradizione e le nuove inflitrazioni, e probabilmente la fede incrollabile in tutto ciò che New Orleans, nel bene e nel male, oggi significa per la storia della musica americana. Le carte giocavano tutte a nostro favore: Tremé, la serie di HBO con Wendell Pierce creata da David Simon e Eric Overmyer – tutta incentrata sulle vicende di un pugno di personaggi nella New Orleans post-uragano Katrina – anche in Italia ha fatto scoprire a molti appassionati di serie tv la mitologia dell’universo musicale della culla del jazz. Ma la Rebirth fondata (e poi abbandonata) dal leggendario Kermith Ruffins non è certo una di quelle formazioni che per prendersi il pubblico e non mollarlo più per due ore di concerto ha bisogno di hype e passaparola da stagione televisiva.

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Lisa Hannigan + Glen Hansard @ Carroponte 6 luglio 2013, Sesto San Giovanni (MI)

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Ci sono concerti che valgono più di una lezione sulla musica popolare anglosassone. Glen Hansard accompagnato dai Frames, e aperto da Lisa Hanningan – magnifica e leggera testimone pop di un folk ancestrale in grado di parlare una lingua moderna e vicinissima –, fa di certo parte della categoria. Il cantante irlandese prosegue infatti il suo percorso da finissimo songwriter e strepitoso performer con il cuore impigliato fra folk, rock e soul. Un anno fa l’avevamo lasciato in preda a malinconie infinite in quel di Bologna, armato di sola chitarra. A Milano Glen torna, dopo una puntata invernale al Lime Light, nella bella cornice del Caroponte. L’entrata, dopo il set di Lisa Hanningan (un set essenziale, il suo, fatto di sola voce, mandolini e chitarre), è di quelli che non si scordano. Il pubblico attende Glen sul palco, ma è tutto sbagliato, perché lui si materializza dal fondo del parterre, senza amplificazione, e inizia a cantare Say it to me now con la disperazione di chi sta per suonare per l’ultima volta.

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Un busker: lo è sempre stato, sempre lo rimarrà. Il gusto per l’affabulazione fra un pezzo e l’altro, la voglia di stare non tanto di fronte ma in mezzo al suo uditorio, la chitarra maltrattata come si può fare soltanto con la foga dei 20 anni, il gusto per la citazione continua, per l’omaggio ai padri putativi di ‘tutta quella musica’. Altrimenti non si spiegherebbero gli snippet a catena di Place to Be di Nick Drake, Respect di Aretha Franklin e Please, Please, Please di James Brown intessuti sul finale di Love don’t leave me waiting, ultimo e più recente inno tratto da Songs of good hope. Glen Hansard è uno così, che nel bel mezzo di un concerto fa piovere una cover di Astral Weeks indicando senza giri di parole amori e passioni, derivazioni e radici di tutto quello che stai ascoltando. Fitzcarraldo e il pop di marca irlandese, Time will be the healer e la lezione di Marvin Gaye, Low Rising e di nuovo Van Morrison, prima di un veloce passaggio su Smile dei Pearl Jam e la hit Falling Slowly, cantata insieme a Lisa Hannigan.

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Tutto torna in notti come quelle al Carroponte: i Frames tessono una narrazione collettiva, un suono figlio di un’unica grande storia anglosassone che quando abbandona la cifra rock, ci porta indietro, fino alla tradizione irish più pura (The Auld Triangle di Brendan Francis Behan… dove a cantare arrivano davvero tutti, persino il fonico di palco), fino a una Passing Through che – di nuovo totalmente unplugged, scongiurando il coprifuoco imposto dall’orario – si trasforma in una corale second line da mardi gras condotta fra i due palchi del Carroponte (non a caso la band sconfina in una improvvisata When the Saints go marching in).

Sono questi i concerti capaci di illuminare la nostra strada per settimane, facendoci provare anche un po’ di invidia per quella naturalezza tutta anglosassone nel considerare la musica come una questione tremendamente seria anche quando si tratta di puro divertimento. Un clima ancora lontanissimo, purtroppo, dalla seriosità autoriale (e diciamolo, anche parecchio provinciale) di una parte non secondaria del rock di casa nostra.

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(da Buscadero, settembre 2013)

Foto © Luca Muchetti