Calexico | 23 aprile 2015 | Fabrique, Milano

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Per il nuovo ‘Edge of the Sun i Calexico si sono trasferiti da Tucson a alla Coyoacán di Città del Messico, passando per la Grecia dalle ricche tradizioni musicali. Viaggi (e numerose collaborazioni con artisti-amici) che raccontano molto della voglia di trovare nuova linfa creativa del collettivo di musicisti guidati da Burns e Convertino. L’aria che si respira nel tour, passato anche dall’Italia (e Milano è stata l’unica data), profuma però più che mai di quell’aria che incendia i confini messicani.Di quell’epica spoglia che come ambientazione sceglie arbusti, polvere ed arroyos, marchio di fabbrica dell’immaginario e più in generale dell’ambiente narrativo dei Calexico.

In canzoni nelle quali irrompe costantemente la forza degli elementi naturali, si snoda uno spettacolo grande, ricco e imponente: una scaletta di oltre due ore spalanca lo sguardo su di un palco dai profili cinematografici. Morricone è sempre alla finestra, l’atmosfera è costantemente a un passo dal trasformarsi in una festa messicana a base di mescal e danze infinite sotto le stelle. Gli unici momenti che permetteranno di tirare il fiato saranno le rade canzoni per sola voce e chitarra di Burns. Il battesimo avviene con ‘Falling form the Sky’, estratto dall’ultima fatica in studio. Quasi un prologo che trova nelle fisarmoniche larghe di ‘Across the wire’, dal capolavoro ‘Feast of Wire’, la vera scintilla d’avvio. Il motore pulsante della batteria di Convertino e la voce profonda di Burns rimangono il cuore del progetto, ma è innegabile che le chitarre dagli echi desertici dello spagnolo DePedro (al secolo Jairo Zavala) negli anni sono andate conquistandosi un posto speciale nel cuore dei fan dei Calexico, che non a caso al chitarrista tributano alcuni degli applausi più calorosi di tutta la serata.

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Scaletta compatta ma composita quella milanese, e nella quale episodi più vicini alla musica tradizionale hanno dialogato con le ibridazioni dei capitoli più recenti della band dell’Arizona: ‘Cumbia de Donde’, ‘Two Silver Trees’, ‘Minas de Combre’, ‘Moon Never Rises’, ‘World Coming Udone’, ‘Fortune Teller’, ‘Beneath the City of Dreams’, ‘Crystal Frontier’.

Una formazione con tanti amici, dicevamo: è infatti al Fabrique che accade quello che tanti speravano accadesse due anni fa all’Alcatraz: dopo un duetto su ‘Ballad of Cable Hogue’ con Sarah Page dai Barr Brothers (ascoltati in un bel set proprio in apertura di serata), Burns annuncia l’ingresso di Vinicio Capossela. Completo scuro, camicia bianca e cappello a tesa larga che lo fanno sembrare un rabbino, raggiunge il microfono mentre il resto del gruppo abbraccia il giro d’accordi di ‘Polpo d’Amor’ (da ‘Marinai, Profeti e Balene’) e quindi di ‘Pena d’Alma’, traditional messicano reinterpretato da Vinicio in ‘Ovunque proteggi’, ennesima variante per la quale Burns sembra aver davvero perso la testa. C’è spazio anche per altre cover: ‘Alone Again Or’ dei Love, ‘Love Will Tear Us Apart’ dei Joy Division, ‘The One I Love’ dei REM, ‘Corona’ dei Minutemen. Il finale è una festa messicana sulle note di ‘Guero Canelo’ e ‘Follow the River’. E a giudicare dai volti sul palco alla fine del concerto, la tappa italiana strappa una menzione speciale nel diario di bordo dei Calexico.

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