The Tallest Man on Earth @ Magnolia, Milano, 4 dicembre 2013

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Anche dopo la rinascita folk, declinata in varianti indie più o meno di tendenza, è comunque strano e strabiliante assistere a un concerto di The Tallest Man On Earth. Agli occhi di coloro che della musica apprezzano soprattutto il continuo divenire, le note dello svedese Kristian Matsson potrebbero sembrare una provocazione. Chi, anche fra i buscaderos più intransigenti, non ricorda le infinite discussioni sulla possibile rivoluzione elettronica di fine anni Novanta e sulle altrettante innervazioni in nuovi filoni? Gli anni passati sono più di dieci, e oggi il Magnolia va esaurito per un artista dal fingerpicking veloce e inesorabile, dalla voce sottile e dolente. Uno che l’Europa la attraversa da solo sul palco, e sulla scia di un suono interamente acustico, scarno e minimale. Canzoni “nude” dal vivo, e quasi inscheletrite nelle tracce di tre splendidi album che le decisioni prese in sala di registrazione, di certo, non hanno contribuito a irrobustire.

IMG_3127Voce e chitarra, quindi. Un archetipo potente, uno sguardo alle retroguardie del rock, una desistenza nel solco della lunga tradizione in bianco e nero degli “uomini con la chitarra”. Guthrie, Leadbelly, Cash. E non parliamo di una voce qualsiasi, ma di una voce così piena di medie e a tratti gracchiante da evocare all’istante l’onnipresente Dylan. Eppure – a mezzo secolo di distanza dai furori del menestrello di Duluth – simili miracoli si ripetono ancora nella vecchia Europa. Miracoli, perché tutto si può dire tranne che una platea di ‘under 30′ sia quello che ci si aspetta per un artista del genere.

E’ infatti un Magnolia giovanissimo quello che accoglie il saltellante svedese (tutt’altro che tall, a dire il vero, per gli amanti del gossip). Solo sul palco con due aplificatori – un Vox e un Fender -, ma un parco chitarre in costante oscillazione fra l’acustico e l’elettroacustico, The Tallest Man on Earth è padrone completo della scena. Dotato di un carisma che raramente capita di incontrare, irrompe sbucando dal buio delle quinte, zittisce con un dito alzato davanti alla bocca il pubblico e si lancia in una furiosa versione di King of Spain. La scaletta attinge a piene mani da There’s No Leaving Now ma qua e là compaiono gli episodi più felici di The Wild Hunt e Shallow Grave (Won’t be Found e The Gardener diventano fin dalle prime note due fra i momenti migliori dell’interno concerto).

11271425504_fddbb1cb6a_zMusica che scorre, che senza troppi problemi rivela debiti e discendenze – proprio in chiusura fa capolino una magnifica Granceland di Paul Simon – e che per un po’ di tempo, a quanto pare, non sentiremo né dal vivo né in nuovi album: se la tensione del concerto rimane alta dall’inizio alla fine, un velo di fatica traspare nelle parole di Matsson quando rivela l’intenzione di prendersi un momento di pausa per tornare, più in là, con nuove canzoni («Sì, ne ho bisogno» risponde il cantante all’affettuoso disappunto del pubblico).

In attesa di nuove soprese dall’Uomo più Alto della Terra, ci perdiamo volentieri nel rock slabbrato e del Sud di un altro svedese: Daniel Norgren, che in duo con il fratello contrabbassista regala un set sospeso fra southern, aperture agresti, affondi bluesy e gocce di psichedelia. Una piacevolissima sorpresa meritevole di ben altra popolarità anche in Italia.

(Buscadero, gennaio 2014)

Vai alla gallery | Foto © Luca Muchetti

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