Rebirth Brass Band@Blue Note, Milano 24 settembre 2013

Foto Luca Muchetti

«Loro ce l’hanno, e noi no!». Ecco. loro ce l’hanno, e noi no. È quello che qualcuno, accaldato, ha spiegato al proprio vicino di tavolo al termine del concerto della Rebirth Brass Band, da New Orleans al Blue Note di Milano in una notte di settembre decisamente primaverile all’esterno, e al di fuori di ogni coordinata temporale all’interno. Loro ce l’hanno e noi no. Ma cosa? L’incazzatura e il tiro, la voglia di fare festa e il funk, la tradizione e le nuove inflitrazioni, e probabilmente la fede incrollabile in tutto ciò che New Orleans, nel bene e nel male, oggi significa per la storia della musica americana. Le carte giocavano tutte a nostro favore: Tremé, la serie di HBO con Wendell Pierce creata da David Simon e Eric Overmyer – tutta incentrata sulle vicende di un pugno di personaggi nella New Orleans post-uragano Katrina – anche in Italia ha fatto scoprire a molti appassionati di serie tv la mitologia dell’universo musicale della culla del jazz. Ma la Rebirth fondata (e poi abbandonata) dal leggendario Kermith Ruffins non è certo una di quelle formazioni che per prendersi il pubblico e non mollarlo più per due ore di concerto ha bisogno di hype e passaparola da stagione televisiva.

Foto Luca Muchetti

«L’unica brass band che abbia mai vinto un Grammy», come lo stesso Chadrick Honore precisa con simpatica strafottenza dal palco, dal 1983 mischia con convinzione la migliore tradizione di ‘Nola’ con suggestioni funk e hip-hop, incrociando la Frenchmen Street con i suoni delle metropoli anni Novanta. Lo show milanese è un condensato festante degli incendiari martedì sera al Maple Leaf Bar (il caso vuole che la data al Blue Note cada proprio di martedì), con una linea di fuoco di fiati in cui Honore e Stafford Agee costituiscono le punte di diamante, mentre le ritmiche di Derrick Tabb e Keith Frazier restituiscono all’aggettivo ‘tradizionale’ una dimensione differente, che poco ha a che fare con la reiterazione o la coservazione di schemi e stili assodati, e che somiglia piuttosto a un fiume («The river in reverse», direbbero Costello e Toussaint) impaziente di nutrirsi con tutto ciò che dalla strada arriva e sulla strada vive. Hip-hop compreso, giusto per scompaginare le certezze dei più intransigenti.

Foto Luca Muchetti

Ma al di là di filologiche disquisizioni nelle quali volentieri ci perderemmo, è l’aria che si respira dal vivo a raccontare il concerto. A Milano si vive un mardi gras in anticipo (o in ritardo) che fra le celebri It’s all over now e Do Watcha Wanna si dipana fino alle conclusive Feel Like Funkin’ It Up e When the Saints Go Marching in. Un classico moderno, una tradizione viva, qualcosa di totalmente americano, la dimostrazione di ciò che Pete Seeger ha ben sintetizzato: «What is the folk process? Ordinary people changing old things to fit new situations». Ecco, qualcosa che loro hanno, e noi no.

(Buscadero, novembre 2013)

Foto © Luca Muchetti

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