Lisa Hannigan + Glen Hansard @ Carroponte 6 luglio 2013, Sesto San Giovanni (MI)

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Ci sono concerti che valgono più di una lezione sulla musica popolare anglosassone. Glen Hansard accompagnato dai Frames, e aperto da Lisa Hanningan – magnifica e leggera testimone pop di un folk ancestrale in grado di parlare una lingua moderna e vicinissima –, fa di certo parte della categoria. Il cantante irlandese prosegue infatti il suo percorso da finissimo songwriter e strepitoso performer con il cuore impigliato fra folk, rock e soul. Un anno fa l’avevamo lasciato in preda a malinconie infinite in quel di Bologna, armato di sola chitarra. A Milano Glen torna, dopo una puntata invernale al Lime Light, nella bella cornice del Caroponte. L’entrata, dopo il set di Lisa Hanningan (un set essenziale, il suo, fatto di sola voce, mandolini e chitarre), è di quelli che non si scordano. Il pubblico attende Glen sul palco, ma è tutto sbagliato, perché lui si materializza dal fondo del parterre, senza amplificazione, e inizia a cantare Say it to me now con la disperazione di chi sta per suonare per l’ultima volta.

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Un busker: lo è sempre stato, sempre lo rimarrà. Il gusto per l’affabulazione fra un pezzo e l’altro, la voglia di stare non tanto di fronte ma in mezzo al suo uditorio, la chitarra maltrattata come si può fare soltanto con la foga dei 20 anni, il gusto per la citazione continua, per l’omaggio ai padri putativi di ‘tutta quella musica’. Altrimenti non si spiegherebbero gli snippet a catena di Place to Be di Nick Drake, Respect di Aretha Franklin e Please, Please, Please di James Brown intessuti sul finale di Love don’t leave me waiting, ultimo e più recente inno tratto da Songs of good hope. Glen Hansard è uno così, che nel bel mezzo di un concerto fa piovere una cover di Astral Weeks indicando senza giri di parole amori e passioni, derivazioni e radici di tutto quello che stai ascoltando. Fitzcarraldo e il pop di marca irlandese, Time will be the healer e la lezione di Marvin Gaye, Low Rising e di nuovo Van Morrison, prima di un veloce passaggio su Smile dei Pearl Jam e la hit Falling Slowly, cantata insieme a Lisa Hannigan.

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Tutto torna in notti come quelle al Carroponte: i Frames tessono una narrazione collettiva, un suono figlio di un’unica grande storia anglosassone che quando abbandona la cifra rock, ci porta indietro, fino alla tradizione irish più pura (The Auld Triangle di Brendan Francis Behan… dove a cantare arrivano davvero tutti, persino il fonico di palco), fino a una Passing Through che – di nuovo totalmente unplugged, scongiurando il coprifuoco imposto dall’orario – si trasforma in una corale second line da mardi gras condotta fra i due palchi del Carroponte (non a caso la band sconfina in una improvvisata When the Saints go marching in).

Sono questi i concerti capaci di illuminare la nostra strada per settimane, facendoci provare anche un po’ di invidia per quella naturalezza tutta anglosassone nel considerare la musica come una questione tremendamente seria anche quando si tratta di puro divertimento. Un clima ancora lontanissimo, purtroppo, dalla seriosità autoriale (e diciamolo, anche parecchio provinciale) di una parte non secondaria del rock di casa nostra.

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(da Buscadero, settembre 2013)

Foto © Luca Muchetti

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