Zac Brown Band + Alabama Shakes + Black Crowes + Bruce Springsteen & The E-Street Band – Hard Rock Calling, 30 giugno 2013, Queen Elizabeth Olympic Park, Londra

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Sul luogo del delitto non si torna. Lo sanno bene gli organizzatori dell’Hard Rock Calling, giunti alla prima edizione dopo l’annus horribilis del curfew che nel 2012, ad Hyde Park, staccò la spina alla micidiale jam session fra la E-Street Band di Springsteen, Paul McCartney e Tom Morello. Le polemiche furono roventi, e in tanti ricordano  nitidamente sia la scena più assurda della storia del rock (con un imbarazzatissimo membro dello staff costretto a spiegare al Boss e alla band che il tempo era ormai scaduto), sia i tweet inviperiti di Steve Van Zandt il giorno seguente il fattaccio. Per non rischiare, il 2013 ha spostato il grande circo del festival da tutt’altra parte. Siamo infatti al Queen Elizabeth Park, area olimpica fuori portata da qualsiasi vicinato che abbia voglia di riposare la domenica sera, sito apprezzabile anche se decisamente meno affascinante della sede precedente.

Assistiamo alla seconda giornata del festival, dove l’headliner è di nuovo il mucchio selvaggio proveniente dal New Jersey, e – scorrendo il cartellone – si incontrano nomi d’assoluto interesse come i veterani Black Crowes, gli Alabama Shakes, la Zac Brown Band e un pugno di altre formazioni che ci sarebbe piaciuto ascoltare con un programma più razionale. Tanto per fare un esempio: Cody ChesnuTT suona in contemporanea con gli Alabama Shakes. Difficile capire il perché di simili sovrapposizioni, ma non c’è soluzione: scegliamo di ascoltare i secondi e ce ne facciamo una ragione. In mezzo a tanto rock fanno capolino, su uno dei palchi minori, anche gli italiani Negramaro. Annunciati a cartellone già composto,  forse sono loro i più emozionati della giornata: su Twitter  comparirà un’immagine del gruppo pugliese, raggiante, ritratto in compagnia di Springsteen dietro le quinte del festival.

Attorno al main stage l’aria inizia a farsi più tesa quando sul palco sale la Zac Brown Band: folk, americana, e atmosfere da jam band. Non si chiede altro al mega gruppo di Atlanta. La platea, adagiata in stile pic-nic su di un grande prato verde dove non nascono speranze ma in compenso scorrono placidi fiumi di birra, accenna qua e là focolai danzerecci. Il set si compone di Keep Me In Mind, Chicken Fried, Knee Deep, Whiskey’s Gone, Colder Weather, Jump Right In, The Wind, Uncaged (che si immette nella cover di Kashmir dei Led Zeppelin) e si chiude con The Devil Went Down To Georgia di Charlie Daniels. Tradizione e una esecuzione perfetta rendono il loro set uno dei più convincenti della giornata.

 

Gli Alabama Shakes – con un solo album all’attivo –  sono ben oltre lo status di next big thing. Qui c’è una voce, quella di Brittany Howard, che gronda metà della storia della migliore musica nera, una voce che all’occorrenza raderebbe al suolo l’intero parco, con buona pace degli zelanti controllori del coprifuoco dell’anno precedente. Lei è il fulcro di tutto, e la band ne trae le conseguenze: rock, soul e rhythm’n’blues si fondono in una progressione che con Rise To The Sun, Hang Loose, Hold On, You Ain’t Alone, I Found You, Heartbreaker strappa un lungo applauso a un prato già colmo per metà.

 

Dei Black Crowes si potrebbe parlare a lungo. Noi li troviamo splendidi per la loro strenua fedeltà a un’estetica che è, soprattutto, etica. Puro ‘Gibson sound’ dei più grassi, voci e chitarre che irrompono direttamente dai Seventies, assoli e riff che dilatano canzoni in una interminabile cavalcata elettrica: Twice as Hard, Sting Me, Jealous Again, Wiser Time, She Talks to Angels, Thorn in My Pride, Hard to Handle  – celebre cover di Otis Redding rilanciata dalla stessa band di Atlanta nel 1990 – e, a chiudere, Hush di Billy Joe Royal.

 

E Bruce? La gioiosa macchina da rock (and soul) gira ancora a pieno ritmo, forse con meno convinzione di qualche data precedente. La sera prima dell’Hard Rock Calling la E-Street Band era di scena a Parigi e i ritmi massacranti del Wrecking Ball Tour 2012-2013 sembrano creare qualche piccola crepa non tanto in Bruce – uno che vedremo sul palco fino a quando avrà la forza di imbracciare una chitarra –, quanto nel gruppo. Intendiamoci, lo show è sempre a livelli altissimi – inimmaginabili per buona parte dei colleghi –, ma la lunga prosecuzione di un tour  iniziato ormai più di un anno fa, unitamente alle scalette torrenziali, ora pare farsi sentire, soprattutto fra i membri storici della E-Street. L’inizio con Shackled and drawn, Badlands e Prove it all night dà il lancio a un trittico  da Nebraska  in versione elettrica: Johnny 99, Reason to Believe e Atlantic City. Proprio come a Parigi la sera prima (e questo sorprende i fan più accaniti) spunta lo stesso full-album nella parte centrale del set: per la seconda volta consecutiva viene eseguito Born in the USA in versione integrale. Una scelta dettata, probabilmente, anche dalla dimensione festivaliera dell’evento. Dopo la sbornia rock datata 1984 (e un affettuso balletto con mamma Adele sulle note di Dancing in the dark) compaiono Light of Day – suonata dritta come un treno, manca il classico siparietto centrale – e Jungleland, richiesta dal pubblico e arricchita da una inedita introduzione: «Questa è una canzone che facciamo solo qualche volta. Quando la scrissi conteneva tutto ciò che sapevo a proposito della vita fino a quel momento». Finale tutto da Born to Run, con la title-track del capolavoro datato 1975 e Tenth Avenue Freeze-out (mentre Zac Brown si unisce alla festa soul): una parentesi che si chiude giusto per i saluti finali di American Land e, a sorpresa, My lucky day in versione acustica. Nessun cenno alla notte di Hyde Park in cui la spina venne staccata, nessuna singalong con cui sbancare (Twist and Shout era praticamente una certezza, e invece nulla). Il Boss chiude in punta di corde e di voce, con una delle più belle e semplci canzoni degli ultimi anni, estratta però da un album fra i meno amati dal pubblico. Saluta, sorride e manda tutti a casa.

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