Glen Hansard@BOtanique, 18/7/2012 – Bologna

Glen Hansard è la spiegazione personificata della differenza fra chi fa tendenza e chi fa canzoni. Guardato da lontano dai patiti della scena indie perché troppo mainstream, rispettato dai rocker intransigenti con qualche cautela (forse per via del volto pulito e dello sguardo più docile del mondo, non proprio l’archetipo rock), Hansard negli ultimi anni sul palco si è circondato di ospiti e amici come Eddie Vedder e Jake Clemons. Il motivo di una stima che in realtà, sciolti gli indugi, è trasversale, lo spiega un concerto come quello visto al Botanique. Una Takamine semidistrutta a tracolla, un grande amplificatore Vox e un pianoforte che toccherà solo una volta. Il concerto di Hansard ha i tempi e i modi di un busker show: dopo anni di musica da strada il DNA è scritto, e i trucchi per tenere la platea incollata al palco si incrociano a una sincerità che ha ben pochi termini di paragone con altri artisti. Esordisce con Songs for someone, poi alla platea, completamente seduta sul prato del Parco Filippo Re, racconta della sera prima: «Ieri sera ero ancora a Dublino, il Boss suonava a casa mia. Io credo che non si vada ai suoi concerti per l’intrattenimento. Vai perché hai bisogno di fuoco, di una botta, vuoi farti ‘aggiustare’ qualcosa. Vai, e guardi il maestro, e impari, e dici: ‘Gesù Cristo’! Quindi vorrei dedicargli una canzone come tributo e ringraziamento per avermi acceso quel fuoco». Una versione a cuore aperto di Drive All Night, in cui la voce di Glen, punto di forza fra le qualità di questo songwriter della porta accanto, tocca vertici di espressività e gioca con le dinamiche dell’amplificazione, prima vicina, poi lontana dal microfono.

Una lezione appresa con anni di musica suonata per le strade di tutta Europa, Italia compresa. Come quell’estate fiorentina di tanti anni fa quando un pittore di nome Alfredo ospitò per due mesi il giovanissimo Glen in una casa sulle colline attorno a Firenze, una casa piena di quadri, tutti a tema femminile. «Quell’ossessione artistica per le donne lo aveva trasformato in un fantasma. Uno schiavo di ciò che desideriamo. Questa è una preghiera affinché l’amore non lasci indietro nessuno». L’ossessione di Alfredo il pittore diventa quindi la dedica di Love don’t leave me waiting, canzone arricchita con una citazione di Respect di Aretha Franklin mentre The Storm, It’s Coming è per la verde Irlanda,  dove Glen prega che San Patrizio riporti le donne («Voi avete tutto. Avete parlato col diavolo?»). Gli snippet, le commistioni improvvise fra canzoni famose, sono un pallino di Hansard. Da buon busker, del quale mantiene un certo gusto per l’intrattenimento, l’ironia e l’affabulazione, anche su Low Rising si diverte a deviare istintivamente sulle note di Sexual Healing di Curtis Mayfield. Nei continui rimandi ad altri classici del rock e del soul, nel legno segnato di una chitarra che deve aver visto davvero molti marciapiedi prima del successo, nelle considerazioni a metà strada fra la discussione da pub e il monologo teatrale di Glen, si rivela anche l’infinita cultura musicale dell’ex chitarrista dei CommitmentsAstral Weeks di Van Morrison arriva dritta come un colpo di fucile, prima di una delicata In these armsStar Star, e poi Cactus dei Pixies e Come Away To The Water (scritta da Glen ma fatta cantare dalla produzione di Hunger Games dai Maroon5). Lo show irlandese di Springsteen, però, deve essere rimasto nelle orecchie di Hansard perché mentre cambia la chitarra Glen canticchia distrattamente un verso di Twist and Shout, il pubblico risponde e il danno è fatto: al Botanique regala una versione interamente a cappella del classico degli Isley Brothers. Un po’ intimorito dal coprifuoco sull’ora del concerto improvvisa l’ultima parte di scaletta e per precauzione stacca personalmente la spina dell’impianto, si avvicina al limite del piccolo palco e canta senza microfono accompagnandosi con l’immancabile chitarra. Il finale? Back BrokeHeyday dell’amico Mic Christopher, scomparso una decina d’anni fa ad Amsterdam per una banale caduta dopo aver aperto un concerto dei Frames (vi consigliamo di recuperare il suo unico album Skylarkin’), When Your Mind’s Made Up e di nuovo una cover: una strepitosa Passing Through di Pete Seeger e ripresa poi da Leonard Cohen. Probabilmente il miglior live set acustico da vedere in questo momento.

(da Buscadero, settembre 2012)

Foto © Luca Muchetti

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