Bruce Springsteen & The E-Street Band @ Stadio Artemio Franchi, 10 giugno 2012, Firenze

Photocredit: Jo Lopez

Bruce, l’Italia e la pioggia. Pochi mix come questo hanno presa sull’immaginario degli springsteeniani in Europa e in America. Dopo la stormy night di nove anni fa a San Siro, inutile girarci attorno, a ogni giro italiano del Boss e della sua band, la mente corre inevitabilmente là. Milano, o meglio San Siro, in qualche modo dopo le 3 ore e 40 minuti dello show di quest’anno, ha segnato un nuovo capitolo dell’epica di Springsteen, con uno spettacolo che in pochi si sarebbero immaginati, fatto di fuoco, d’acciaio e pura dedizione. Un gioco al rilancio che su quel prato, su quelle tribune che sembrano pareti, dal 1985 a oggi ha davvero dell’indicibile. Anche per questo motivo la platea di Firenze non sapeva esattamente cosa aspettarsi. Si contavano ‘i perplessi’, magari reduci da quella micidiale serata di pochi giorni prima, pronti a uno spettacolo travolgente e straordinario – come sempre lo sono i concerti di Bruce – ma tutto sommato nella media. E poi c’erano ‘i fiduciosi’, quelli che sentivano che anche la serata fiorentina avrebbe riservato grandi sorprese: un live ‘simile’ forse, ma totalmente ‘diverso’.

Fra le due fazioni, ad aver ragione, è stata quest’ultima. Perché se è vero che la pioggia battente ha reso la serata del Franchi una festa fradicia, animata da una gioia insensata e farcita di soul – anche grazie all’ormai celebre Apollo Medley testato per la prima volta nel tempio della black music di Harlem – a consacrare questo tour italiano come uno dei migliori a livello di performance e generosità sul palco, è vero anche che ci ha pensato uno Springsteen nuovamente indemoniato e capace di ricordarci il significato di parole come ‘comunione’, ‘condivisione’, ‘onestà’, ‘speranza’, ‘riscatto’, a rendere la data del 10 giugno un altro caposaldo di questa piccola grande storia lunga ormai due generazioni. È banale ricordare che l’uomo del New Jersey, a più di 60 anni, salta e suda sul palco come nessuno, che il ricco cachet di una super-star come lui non è automaticamente motivo di show spaventosi e al limite della resistenza fisica (del pubblico si intende), che lo stupore di chi assiste a questa celebrazione antica e sempre nuova non è tanto motivato dalla lunghezza spropositata dei live ma della capacità di trascinare e inchiodare – al prato o al cemento delle tribune, poco importa – folle adoranti di persone felici e che si muovono all’unisono per oltre tre ore. Pare ormai banale ripeterlo, ma è un punto di partenza dal quale non si prescinde. Perché è lì, sotto l’ennesimo ritornello di Badlands, No Surrender e Born to Run cantate a pugni chiusi, esplose in una notte di pioggia continua, che cova il fuoco del segreto – bello e inspiegabile – di quest’uomo, del suo pubblico e della musica che appartiene a entrambi.

Se mai ci chiedessero quale mega-concerto sia in grado di abbattere qualsiasi barriera fra l’artista e i propri fan, la risposta – unica e irrevocabile – sarebbe una sola: Bruce Springsteen & The E-Street Band. Una cosa sola: è l’osservazione più immediata di chi si fosse trovato a far parte dell’onda fradicia e lucida sotto k-way più o meno improvvisati, di chi a Firenze si è sentito appellare come ‘fuckin’ die-hard‘ dallo stesso Boss, inzuppato di pioggia fin nelle ossa e non meno felice dell’immenso pubblico che gli ballava di fronte. Insomma qui non è solo rock’n’roll – che pure c’è, e in dosi massicce, nelle pieghe di Darlington County fusa con Honky Tonk Woman, in quella Burning Love figlia di uno degli onnipresenti cartelli raccolti fra le prime file del pit, rock che incontra la migliore musica nera di The way you do the things you do diSmokey Robinson e in 634-5789 di Wilson Pickett, o ancora in quella liberatoria e finale Who’ll stop the rain marcata Creedence Clearwater Revival cantata come se non ci fosse un domani dopo gli encores, tutti in salita, di Seven Nights To Rock, Dancing In The Dark, 10th Avenue Freeze Out e Twist and Shout.

Il segreto di quest’uomo e del suo pubblico è lì, a portata di mano, fra le file serrate del prato pronte a esplodere sull’intro di C’era una volta nel West sparato intanto che la E-Street prende posto, nelle discussioni interminabili di fan vecchi e nuovi, nei versi delle canzoni recitate come canti di battaglia del quotidiano, ogni giorno, a ogni latitudine, nelle diatribe sulle scalette, nelle certosine e un po’ folli classifiche dello show più lungo (per la cronaca Firenze è sotto Milano per poco più di 10 minuti), negli occhi illuminati di chi al concerto ci arriva trascinato da qualche amico, dal fratello più grande o dal ragazzo, conoscendo a malapena qualche canzone, dentro album che, visti dall’alto, sono un ritratto corale della grande musica popular americana. Il segreto è alla portata di mano per tutti coloro che hanno un biglietto per questo umanissimo treno di ‘saints and sinners‘, ma è un segreto che non si fa raccontare nelle recensioni. Recensioni come questa, che voleva essere ricca di considerazioni su assenze grandi come come case e splendidi nuovi arrivi nella famiglia E-Street: vedere Jake Clemons al posto di Big Man è commovente così come è un piacere e una sorpresa ascoltare la potenza del suo giovane sax, i cori di Cindy Mizelle fan volare via stadi interi, Nils Lofgren è sempre un tesoro dal potenziale inesplorato e tenuto sotto traccia, Little Steven è l’unico uomo al mondo che può sbraitare controcanti per il Capo ghignando, il suono della batteria di Max Weinberg è il rumore dell’acciaio fuso in una notte di tuoni e lampi, e se mai c’è stato un punto fermo nelle nostre vite questo è il suono sferragliante, impreciso e sgangherato della Telecaster di Bruce. Buoni propositi da recensore che finiscono per schiantarsi contro la forza e la magia di certe serate, contro il segreto di Bruce e del suo pubblico. Così a portata di mano, e così inspiegabile.

(da Buscadero, luglio 2012)

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