Chris Parrello – “Things I wonder” – Stray Dog Music (2011)

Jazz? No è il suono di New York. Things I Wonder, la prima uscita a nome del chitarrista Chris Parrello è un’opera che, un filo sotto la leggerezza della quale si ammanta, nasconde domande che metterebbero ogni appassionato di musica in soggezione. «Cosa è il jazz?» si chiede nemmeno troppo velatamente Parrello, nel tentativo di definire la propria musica. Se l’etichetta è tanto evitata quanto, in fin dei conti, amata dai musicisti nei nostri anni, Parrello abbandona la via principale, e sceglie una seconda strada. La mia – dice – è semplicemente musica newyorkese, ovvero musica che ha avuto la fortuna di nascere là dove tutto si incontra per creare – artisticamente parlando – qualcosa di nuovo e inedito ma pieno di echi del passato più o meno recente. E così eccoli sette musicisti (e una voce) a firmare nove capitoli di un album in cui ogni brano coincide con un grattacapo.

Intendiamoci, la musica si gode dalla prima all’ultima nota, ed è priva di increspature e asperità da intellettualismo delle sette note, ma il tentativo di ricondurre a questa o all’altra corrente quello che si ascolta è un tentativo destinato a fare un buco nell’acqua. Qui si ascolta tanto jazz quanto folk americano, ma suonati dal punto di vista che adotterebbe un componente dei Radiohead. “Anymore,” tanto per citare uno dei casi più eclatanti – posizionata subito dopo l’inaugurale e spiazzante “Choises” – potrebbe apparire su un disco di Thom Yorke e soci se alle chitarre suonasse il Bill Frisell di Disfarmer.

«Credo che la città si muova lentamente per chi vi è nato. Per me, New York non è una idea, è una casa», spiega Chris. Probabilmente il segreto sta nella somma delle parti: il nostro ‘NYC man’ infatti si circonda di musicisti approdati nella Grande Mela i quali l’hanno poi scelta come casa a loro volta. Differenza non da poco se la band comprende una cantante australiana che ai testi spesso preferisce sillabe per assecondare i lineamenti della melodia, un violinista albanese, un bassista di Las Vegas, un batterista israeliano, e un sassofonista di Boston. «Ho costruito quest’album con questi musicisti in mente. L’album è stato costruito attorno a loro».

Senza dubitare di una sola parola del chitarrista innamorato della teoria musicale – cioè della base (o della risultante?) matematica della poesia – viene il dubbio che la stessa formazione abbia costruito una (nuova) casa attorno al proprio leader. C’è troppo, e tutto suona troppo bene. Le cose che Parrello si chiede nel titolo di questo lavoro sono probabilmente le stesse sulle quali ci interroghiamo noi. Ma le risposte – onestamente – ci interessano poco: ci bastano queste nove composizioni acustiche.

(da All About Jazz, novembre 2011)

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