Francesco De Gregori@Fillmore, Cortemaggiore (Pc) – 7 ottobre 2011

Il più dylaniano dei tour recenti: lui al centro, e una banda di chitarre, lap steel e violini tutti intorno. Pub, club e altri posti male illuminati che, forse un tempo, sarebbero stati poco raccomandabili e che oggi diventano teatro bollente di una pastorale italiana fatta di corde e di legno. Country, rock, blues, folk e ogni altra radice che da Roma porta dritti all’America. Viaggi, miraggi, navi e uomini come cani davanti al mare. È il ritratto del De Gregori – e di una band al top raramente così divertita sotto i riflettori – che abbiamo visto sul palco nero come la pece del Fillmore di Cortemaggiore. Il vecchio cinema è stracolmo di pubblico in platea e in galleria. Una sala ribollente ben prima dell’inizio dello show.

Il Principe si presenta con una chitarra acustica che non mollerà più fino alla fine. «Adesso ci scaldiamo un po’» dice accennando le prime note di “Generale”, passando poi a “Caldo e scuro”, due ballad che introducono il rock schietto di “Vai in Africa, Celestino!” con le chitarre di Lucio Bardi e Paolo Giovenchi in primissimo piano. E per De Gregori è un rock che si fa comunque da seduti, su un palco che in confronto ai teatri pare piccolo piccolo, un rock che si suona alzandosi solo di rado, con la cassa della chitarra senza la tracolla alta, stretta sotto l’avambraccio come la suonavano Cash, Williams, Guthrie e tutti i possibili padri di questa musica figlia di pochi accordi e di molta polvere. E poi? E poi spunta l’armonica, l’aria si taglia in due, e il pubblico affonda. “Non c’è niente da capire” è una cavalcata country, “Finestre rotte” è un rock’n’roll ossuto e scarno durante il quale la band stantuffa a pieni giri, una canzone che ricorda da vicino “Tweedle Dee & Tweedle Dum” e più in generale le atmosfere dell’album di Dylan “Love & theft”, “Battere e levare” diventa uno zydeco stirato dai violini, “La Storia siamo noi” coincide col momento più toccante dell’intero set, coi musicisti stretti attorno a De Gregori seduto al piano e stretto in un crescendo di mandolini, violini e fisarmoniche.

Di riferimenti e omaggi al menestrello di Duluth, comunque, le due ore di concerto sono letteralmente disseminate: da “Non dirle che è così” («Questa non è mia, è di Bob Dylan, io l’ho tradotta e lui ha approvato») al fragoroso riff di “Rainy Day Women 12 & 35” usato fra una strofa e l’altra di “Buonanotte fiorellino”. Non mancano le sorprese: “Rimmel” inizia come una vera e propria ‘ukulele song’ – in puro stile Eddie Vedder per intenderci – per poi trasformarsi un un trascinante reggae. La chiusura è affidata a “Bellamore”, “Sotto le stelle del Messico” e una cover di “A chi”, come la si era ascoltata sulla raccolta live datata 2003 “Mix”. Un tour da non perdere, nel quale il divertimento e l’intesa sul palco contano almeno quanto l’abito, in perenne mutazione, del canzoniere di De Gregori.

(da Buscadero, novembre 2011)

Foto © Luca Muchetti

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