Vinicio Capossela@Teatro Ponchielli, Cremona – 23 maggio 2011

Billy Budd di MelvilleLord Jim di ConradPrynyl di Céline, il Polifemo di Omero con le sue sirene. Dopo tante storie dalla città è tempo di raccontare storie che vengono dal mare. Storie di uomini, animali e di mostri. Attorno, il mare in tempesta, o la risacca lontana. È un Vinicio Capossela dei mari e degli oceani quello che troviamo al timone di una ciurma di musicisti strappati a una nave pirata sul palco del teatro Ponchielli. Il tour di Marinai, Profeti e Balene, più ancora che del precedente Solo tour, non corrisponde a un semplice concerto ma alla completa trasposizione teatrale delle canzoni, dei temi e della canzoni dell’album. E se due anni fa era l’odore acre delle vampate dei mangiafuoco ad accogliere gli spettatori sulle porte dei teatri di tutta Italia, stavolta basta un colpo d’occhio alla scenografia – imbiancata da grandi costole di balena, come se la band suonasse direttamente da un ventre oscuro – per rendersi conto che si sta per assistere a uno spettacolo da guardare come fosse una rappresentazione teatrale e  da applaudire come un concerto. Nella pancia del cetaceo, al posto di Giona, c’è lui, l’uomo attraversato dalle mille e più storie. Cappello da corsaro calato sulla testa, un albero maestro alle spalle, una prua sporgente di lato al palco, e il vento in poppa.

L’abbrivio lo regalano l’ariosità di Il grande Leviatano, la giga festosa di L’oceano oilalà, prima della botta di Billy Budd, la storia del marinaio in attesa di impiccagione narrato con l’incedere netto di un blues scassato, elettrico e accompagnato, nelle ritmiche, da vere catene percosse sui legni del palco. Un mare della mente, dell’immaginario antico, della migliore letteratura mondiale, mediterraneo e biblico, epico ed apocalittico per parlare – sempre e comunque – di uomini, quegli uomini che «si riconoscono dalle scelte che fanno così come le balene si riconoscono dalla coda». E non c’è burrasca o bonaccia che tenga: il vascello di Vinicio ha tempi di scena che esaltano la ricca e fittissima tela di rimandi, citazioni, profumi e narrazioni marinaresche dell’album, eseguito per intero (cambia solo l’ordine delle canzoni, mentre La madonna delle conchiglie con Le Sirene, anticipata da un magnifico monologo incentrato su una sorta di “metafisica” della birra, vengono posizionate in chiusura).

Impossibile orientarsi osservando le stelle quando il cielo minaccia tempesta, e allora meglio abbandonarsi del tutto alle correnti, o al bianco perfetto e assoluto della balena, evocata con lo stesso grido d’incitamento che attraversava le pagine di “Moby Dick”: «Balena morta o lancia sfondata!». Torvo e guascone, bluesman, teatrante e capo banda, fra cori alcolici di marinai lontani dalla terraferma da tempo immemore e coretti da canzonetta Trenta (come la sirena Pryntyl, «che essendo uscita dalla penna di Céline, appena ricevute due gambe in cambio della coda si è subito sbrigata a usarle»), Vinicio fa rotta verso un attracco relativamente sicuro solo nell’ultima parte di show, gettando l’ancora nelle acque del vecchio repertorio (Scivola vai via e Con una rosa, dopo aver ricevuto un fiore da una spettatrice delle prime file), ma infilando anche una coraggiosa versione italiana di When the ship comes in di Bob Dylan. Forse mai così letterario e attoriale, da vero capitano coraggioso affonda negli abissi e risale in trionfo senza abbandonare la sua nave: «Se accettiamo il bene, dobbiamo prendere anche il male». E il mare. Perché van bene i libri, ma siam pur sempre dei marinai: «Noi vogliamo del rum! Uhm! Uhm!».

Foto © Luca Muchetti

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