John Grant@Sant’Ambrogio di Villanova (Bo) – 19 aprile 2011

Michigan-New York, e ritorno. Uno storyteller di razza, un affabulatore nato con una voce da baritono in grado di riconciliarti col mondo. Che la serata fosse poco convenzionale l’ha capito subito chi si è trovato a parcheggiare un po’ spaesato sul sagrato della chiesa di Sant’Ambrogio, o chi, nella bacheca parrocchiale, insieme a un manifesto del pellegrinaggio al santuario di San Luca ha notato il programma di In church with Covo, la mini rassegna che coi concerti di John Grant e Lloyd Cole, ha portato due songwriter a suonare fra i confessionali e i banchi della chiesa intitolata al santo milanese. Tradizione vuole infatti che Sant’Ambrogio abbia soggiornato proprio qui, dalle parti di Castenaso, dove oggi un illuminato don Stefano lascia entrare volentieri santi e peccatori nella piccola chiesa alle porte di Bologna per una serata di musica triste ma onesta.

Grant, accerchiato sull’altare da tastiere e synth col musicista/corista Chris Pemberton a dare man forte, è uno di quegli artisti per i quali la vita, molto spesso, coincide con l’arte. L’omosessualità, l’intolleranza, il Midwest, la partenza per New York, la vita di provincia e della metropoli, le droghe, le cadute. Insomma, la vita e basta. Canzoni che non amano giri di parole, cantate da uno che non ama giri di parole, suonate a un pubblico che in musica soprattutto non ama giri di parole. Nemmeno quando quella JC Hates Faggots in cui “J.C.” sono proprio le iniziali del padrone di casa, l’Altissimo, esplode in tutta la sua dolcezza nella navata centrale più silenziosa mai osservata. Gran parte della scaletta attinge a Queen of Denmark, l’album-capolavoro realizzato in collaborazione coi Midlake lo scorso anno, e restituisce davvero – citando Wenders e senza la minima retorica – l’anima di un uomo che un santo certo non è, ma che stasera, nel suo completo nero, a occhi chiusi di fronte al microfono, canta con la grazia delicata dei più grandi e attorniato da una poesia discreta.

Sono parole che bruciano fino a far male quelle riservate all’amore non corrisposto di Where Dreams Go To Die («I regret the day your lovely carcass caught my eye»), e storie che non risparmiano i trascorsi tossici di Grant quelle che in Drug, ripescata dal repertorio degli Czars, tornano alla volta in cui «il mio venditore di cocaina tentò di suicidarsi sul divano». In mezzo, al centro di un set così scarnificato, c’è abbastanza per perdere la bussola, fra ballad pianistiche (cosa darebbe Elton John per un millesimo di questa umanità?) e canzoni roboanti di synth, esplicite dichiarazioni d’amore alla musica anni Ottanta. Sigourney Weaver è un viaggio che si lascia alle spalle il Michigan in direzione NYC, Chicken Bones punge l’intolleranza apparentemente paradossale di chi è quotidianamente discriminato, mentre la conclusiva Little Pink House, e siamo di nuovo agli Czars, è un tenero ritorno alle origini, ai profumi familiari della casa della nonna di John. I lunghi applausi finali, senza bis, perché a Grant non piacciono – «quindi quando vi saluterò è proprio perché avrò finito, ok?» -, portano tutti quanti al di fuori di un tempo sospeso.

Setlist: You Don’t Have To – Sigourney Weaver, Where Dreams Go To Die, I Wanna Go to Marz, Outer Space, Chicken Bones, Silver Platter Club, It’s Easier, JC Hates Faggots, TC and Honey Bear, LOS, Drug, Queen of Denmark, Fireflies, Caramel, Little Pink House.

(da Buscadero, giugno 2011)

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