Musical Protraits from Heber Springs – Bill Frisell’s Disfarmer Project @ Fillmore, Cortemaggiore (PC) – 20 marzo 2011

Accolto e presentato come uno spettacolo multimediale, il progetto che Bill Frisell ha dedicato al fotografo Mike Disfarmer, prima con un disco per la Nonesuch Records e poi con un tour, dal vivo appare come un vero e proprio incontro fra la musica del chitarrista pioniere dell’Americana virata al jazz, e l’oscuro ritrattista di Heber Springs. L’atmosfera sospesa e impolverata della musica ispirata ai ritatti realizzati negli anni Trenta da Disfarmer – il figlio di immigrati tedeschi che aprì uno studio fotografico nel bel mezzo del nulla e che volle immortalare pazientemente gli abitanti della minuscola cittadina dell’Arkansas – in concerto cresce con una forza evocativa possibile solo grazie alla proiezione delle straordinarie gigantrografie della collezione.

Accompagnato da Carrie Rodriguez al violino, Viktor Krauss al basso e Greg Leisz alla pedal steel e chitarre, Frisell suona non a semplice commento delle foto, bensì “dentro” gli scatti di Disfarmer, di fatto negando quella sorta di rispettoso passo indietro che il titolo del progetto parrebbe suggerire. Frisell non mette in scena un semplice e un po’ didascalico spettacolo di “ritratti musicati”. Al contrario, la magia dell’esibizione – appuntamento di punta del calendario di Piacenza Jazz Fest – risiede nello scambio paritetico fra le arti di Frisell e Disfarmer. Un connubio in cui le immagini e le corde degli strumenti non si contendono la scena e in cui nessun linguaggio assume un ruolo ancillare nei confronti dell’altro. «A cosa pensava, cosa vedeva? – si era chiesto il chitarrista passando in rassegna il lavoro del fotografo -. Non lo sapremo mai, ma a me piacerebbe che la musica che scrivo arrivasse da questo punto di vista. Mi piacerebbe che fosse il suono di Disfarmer che guarda attraverso le ottiche».

Il quartetto è disposto a semicerchio, raccolto nel raggio di pochi metri, come attorno a un fuoco. Ai lati della band troneggiano due schermi bianchi e ripartiti al loro interno in rettangoli alla Mondrian. Solo che, al posto di colori uniformi, a riempire gli spazi sono le infinite espressioni degli abitanti di un’America rurale post-Grande Depressione definitivamente perduta. Si attinge a piene mani dalle ventisei tracce dell’album Disfarmer per trasformare un concerto in un’esperienza immersiva, per raccontare una Spoon River trasferitasi nella Contea di Cleburne. Epica, e innervata di storie possibili. Tutto il resto lo fa la musica di Frisell: un intreccio di folk delle radici, country ridotto ai minimi termini, dove la chitarra elettrica indica piste da seguire e la pedal steel di Leisz – sideman di lusso già al fianco di Champan, Wilco, Plant, Whiskeytown, uno le cui rughe non avrebbero sfigurato nella collezione di volti del villaggio ai piedi delle Ozark Mountains -, insieme col violino, dirige la carovana al passo delle quattro corde più gravi condotte da Krauss. Svettano, in un set fuori dal tempo, una I’m so lonesome I could cry di Hank Williams che spacca i cuori (unico cantato grazie alla voce di Rodriguez, qui impegnata anche alla chitarra) e lo scattante rockabilly di quella That’s All Right (Mama) resa celebre da Elvis nel 1954 a sua volta ripresa dal vecchio blues di Arthur ‘Big Boy’ Crudup.

Un’epica popolare, campestre, spicciola, autentica che affonda nelle linee di pedal steel, respira col pathos del violino, e in ogni brano conserva infinite storie possibili per ciascun ritratto. Una vocazione cinematografica allo storytelling senza parole, per sola musica e immagini. Un mondo perso e cristallizzato che ha stregato Frisell tanto da spingerlo a visitare Heber Springs per parlare con gli ultimi testimoni rimasti di quelle sessioni fotografiche. Per penetrare il mondo del misterioso fotografo che, in segno di sommo rifiuto per lo stile di vita dei farmers da cui si sentiva circondato, sostituì il vero cognome “Meyers” con un liberatorio ed eloquente “Dis-farmer”. Ironia della sorte ha voluto che oggi l’America ricordi l’ombroso Mike soprattutto per la mirabile opera che costituiscono, come un grande mosaico, questi ‘penny protraits’. Tanto aspri quanto carichi d’umanità, proprio come la musica del quartetto di Frisell.

Visita il sito www.disfarmer.com

Foto © Luca Muchetti

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