Band of Horses @ Estragon, Bologna – 11 febbraio 2011

Marzo, e forse abbiamo già fra le mani il concerto dell’anno: aggirarsi per l’Estragon mentre le luci si riaccendono dopo quasi due ore di musica, guardandosi in volto come sopravvissuti a un uragano può essere un segnale molto eloquente. Band of Horses fanno tappa a Bologna per l’unico stop italiano del tour in una notte di febbraio che già profuma di primavera. Infinite Arms e il salto dalla SubPop alla Columbia, hanno regalato notorietà planetaria alla formazione nata a Seattle ma di base a Charleston, South Carolina (città ribattezzata “The Holy City” per lo straordinario numero di chiese presenti). E, come molto spesso accade a chi abbandona integro il sottobosco indie a favore di una major, il passaggio ha portato con sé un orizzonte di pubblico estremamente eterogeneo. A Bologna si consuma il rito dell’evento atteso, mentre sul palco i primi a fare capolino solo gli ottimi australiani Mike Noga & The Gents, trio folk-rock dal conto aperto con Bob Dylan, Billy Bragg e Ryan Adams. Noga, che con lo Zimmerman targato 1966 condivide anche un’impressionante somiglianza fisica ed estetica, da Melbourne ci porta canzoni solide e piene di stile come All my friends are alcoholics oltre a una pregevole e divertita cover di The man in me (non caso), suonata in compagnia del tastierista degli Horses Ryan Monroe.

Buio, poi capelli e barbe lunghe nella penombra. Sono quelle di Ben Bridwell e Tyler Ramsey, che sbucano da un lato per posizionarsi al centro del palco, entrambi davanti allo stesso microfono, illuminati da un solo fascio di luce. «Iniziamo con qualcosa di tranquillo» sussurra sorridente Ben, tenendo le mani dietro la schiena come uno scolaretto diligente. Gli arpeggi e gli intrecci vocali di Evening kitchen schiacciano il pulsante “pausa” sulle menti dei presenti, portando lontano da qui l’intero locale, colto di sorpresa per un inizio così soft. Solo l’inizio, appunto. La chitarra acustica imbracciata all’altissimo Tyler lascia immediatamente il posto alle pesanti Gibson di Bats e al piglio imperioso dell’intro di Cigarettes, Weddings, Bands, prima canzone che nel cantabile, anzi cantabilissimo ritornello, fa subito intuire come alcune dei migliori pezzi scritti dagli Horses, dal vivo funzionino anche da magnifiche singalong. Le melodie un po’ retrò e la vena orchestrale di Factory anticipano una ballad strappata alla malinconia come Blue Beard, cantata da Bridwell mentre nella mano destra brucia una sigaretta. I quarti  di cassa scanditi da Compliments ci riportano nei territori del southern rock. Alle spalle della band scorrono immagini e grafiche animate di panorami naturali “wild&free, “una sorta di antologica americana della natura aperta, in diretta continuità con le splendide grafiche blu e notturne di Infinite Arms.


È un frutto buono e non convenzionale quello di Band of Horses, un parto artistico in cui lo spostamento e l’eterno mito del viaggio lungo gli infiniti e selvaggi spazi d’America incontrano la violenza elettrica della lezione grunge. Profumi di West Coast a volte, fioriture di melodie sixties altre. Loro hanno l’aspetto di una classica southern rock band, dal vivo alzano il muro elettrico della Seattle anni Novanta, ma il suono è caldo e avvolgente, intriso di Hammond. Le chitarre spesso si lasciano andare a sconfinamenti psichedelici, e la voce di Ben – pulita, altissima – ricorda spesso quella di Jim James dei My Morning Jacket. Il tutto reso con un’esecuzione compatta, nitida, senza sbavature, e con splendi suoni.

«Domani Iron & Wine suoneranno in città, andate a vederli», raccomanda Bridwell a metà serata. Is there a ghost? accompagna tutti dentro un bosco, in una notte di luna alta, Laredo, con Ben saltellante e a passeggio per il palco, è fra le highlights dell’intero set, No one’s gonna love you viene dedicata a «tutte le persone tristi», mentre con Monsters e la sua lap steel si riprendono i temi agresti che avevano dato il via al concerto. Il finale è tutto nell’affondo elettrico di Wicked Gil e di The Funeral, vera e propria bandiera degli Horses. Entusiasmo del pubblico alle stelle, elettricità, panorami sconfinati, nuove città, boschi lontani, persino la promessa di un altrove possibile. Insomma, buona parte di quello che nel rock tanti ancora cercano. Da rivedere al più presto.

Vai alla gallery – Foto © Luca Muchetti

(da Buscadero, marzo 2011)

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