Bruce a Roma


L’unica vera star del Festival del Cinema arriva su di un red carpet inzuppato dalla pioggia e sulle note del tema morriconiano C’era una volta in America. Bruce Springsteen – un americano a Roma col cuore da sempre diviso fra tradizione folk e immaginario cinematografico – ha raccolto l’invito del festival capitolino per presentare il documentario di Thom Zimny The Promise: The Making of Darkness on the Edge of Town, magnifica testimonianza del complesso lavoro in studio all’origine di uno degli album più importanti dell’intera carriera dell’uomo del New Jersey. «Se ce ne fossimo accorti allora, avremmo sfruttato meglio il fatto di essere così belli e magri» ha scherzato Springsteen al termine della proiezione – affiancato da Jon Landau, Thom Zimny, Ernesto Assante, Gino Castaldo e Mario Sesti, direttore artistico del festival –, durante una conferenza improvvisata di fronte alla folla adorante di Sala Sinopoli.

Del documentario, a colpire, sono soprattutto la cura maniacale del suono, le discussioni con Steve Van Zandt e Jon Landau su quali canzoni includere e quali no nella scaletta finale, le prove sfiancanti riprese in un magnifico bianco e nero: «Avrete capito che sono affetto da una patologia compulsiva – ha continuato Bruce riferendosi alla meticolosa ricerca del suono perfetto –. Volevamo qualcosa di essenziale e che catturasse lo spirito dei tempi. Si trattava di lavorare, di saper attendere. Spesso il risultato desiderato arrivava quasi inaspettatamente. È stata una lunga ricerca, ma siamo riusciti a stabilire il senso della nostra identità come artisti, come musicisti… abbiamo capito la natura del servizio che volevamo prestare al nostro pubblico, catturando quel tono profondo e intimo col quale volevamo dialogare con tutti coloro che ci avevano sostenuti fino a quel momento. E, ehm, si trattava anche di registrare un album che si avrebbe portato ragazze a fiotti!».

Ma Darkness, nelle parole di Springsteen, è soprattutto un album che coincide, per molti versi, con una ricerca dell’identità. Individuale, ma anche collettiva, comunitaria, più in là approfondita in tutte le sue sfaccettature con The river e Nebraska: «Ancora oggi non so chi sono io esattamente. La mia musica è un metodo di indagine. Ho tenuto per lungo tempo in sospeso domande come “chi sono?”, “a cosa appartengo?”, “cosa posso aggiungere come musicista?”, “cosa significa essere americano, padre, figlio, amico?”. Ho cercato un modo per rispondere tramite la musica. A volte è stata una scelta consapevole, altre volte sono state le storie a scegliere me. È stato il mio modo per rispondere, per “riparare le cose”. In fondo chi scrive canzoni, chi scrive romanzi, chi dirige un film, non fa altro che questo: “riparare le cose”», ha concluso prima di sparire fra le quinte. Via, verso un nuovo aereo da prendere. Direzione Pittsburgh, probabilmente, dove ad attenderlo c’era Joe Grushecky. I due, infatti, il 4 e 5 novembre hanno festeggiato il quindicesimo anniversario della pubblicazione di American Babylon (di cui Bruce fu produttore) con un concerto al Soldiers & Sailors Memorial Hall & Museum.

Più aneddotico e meno esistenzialista il racconto di Landau, la mattina seguente, come ospite unico della conferenza stampa indetta alla Casa del Cinema. The promise – secondo lo storico manager dell’uomo nato per correre – è una sorta di “what if”, una summa di canzoni che avrebbero composto la fisionomia di album molto differente da Darkness se solo Bruce non avesse inseguito con straordinaria determinazione un’idea di disco precisa e ben definita. Darkness è un album cupo, scarno, elettrico, pieno di quella violenza che in tanti hanno voluto imparentare con l’onda punk di fine anni Settanta, un’opera del tutto priva di quei vezzi pop presenti sul precedente Born to run (così come sul successivo The river) e svuotata di canzoni fuori dal coro. Non c’è altra spiegazione per quei minuti magnifici di Because the night, esclusi dalla tracklist finale (inconcepibile per il Boss inserire una canzone d’amore in quella scaletta) e poi regalati a Patti Smith. E non c’è altra spiegazione nemmeno per quella The promise “full band”, ben più dolorosa e selvaggia rispetto a quella contenuta in 18 Tracks, che Landau a Roma ha definito come «il più grande brano rimasto non pubblicato fino a oggi».

Per certi versi, se un sostanziale minimalismo c’è mai stato, pare proprio che – più che in Nebraska – il lavoro di sottrazione sia avvenuto in Darkness. È qui che da un libro fitto di canzoni Springsteen ha estratto la decina finita sul suo ultimo disco degli anni Settanta. Una selezione compiuta mettendo fuori dalla porta possibili hit di facile presa, e sicuri pezzi da classifica. Questo è insomma l’album «che sarebbe venuto prima di Darkness» – ha raccontato Jon –, e in cui si sentono ancora tutte quelle influenze presenti Born to run: da Roy Orbinson ai Beach Boys, passando per Phil Spector, collezionando cori e coretti Sixties, oltre che una certa marca soul di alcuni brani. «Non saprei dirvi quali sono le parti originali e quelle che Bruce ha aggiunto oggi in studio – ha aggiunto Landau –. Ha lavorato con Toby Scott, e non mi ha voluto dire cosa ha messo prima e cosa ha messo dopo. Ha cercato piuttosto di creare una commistione. Anche per questo credo che The promise sia un album vero e proprio, destinato a rimanere nella discografia di Springsteen, non una semplice raccolta». Il documentario mostra prove snervanti e registrazioni che mettono a dura prova la band: Bruce costruisce e disfa continuamente, cura in modo maniacale la selezione delle canzoni, le singole partiture, l’effetto delle bacchette sui tamburi, looking for that million-dollar sound, verrebbe da dire citando la stessa The promise.

In questo cofanetto dei tesori, i fan – oltre agli inediti e alle micidiali riprese da Houston ’78 – troveranno anche il video di un discusso live a porte chiuse che ripropone l’intera scaletta di Darkness suonata al Paramount Theater di Asbury Park nel 2009 dalla E-Street Band (ma senza Lofgren e Scialfa. scelta filologicamente aderente alla formazione anni Settanta della band). In apparenza, un vero e proprio affronto alla naturale potenza della dimensione live: «Abbiamo messo nelle scalette dell’ultimo tour i pezzi di quell’album, ma ci siamo resi conto che il clima da stadio e da arena era inadatto al nostro progetto. Volevamo una band dei nostri tempi, da contrapporre a quella filmata nel 1978. È stato Bruce a lanciare l’idea del concerto a porte chiuse. C’è voluto un po’ di tempo per digerirlo, ma lui sapeva esattamente quello che stava facendo. Ne è uscito un tremendous gift per i fan: la performance coglie bene l’oscurità del disco».

(da Buscadero, dicembre 2010)

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