Dall’archivio magnetico

Due interviste sepolte sotto tonnellate di polvere ma che ancora si trovano in Rete. Anni speciali, il 2004 e 2005, e un paio edizioni di Cantiere Sonoro che videro passare a Cremona, fra gli altri, due artisti che in modi differenti hanno scritto alcuni dei capitoli più indimenticabili della storia dell’underground bolognese. Roberto ‘Freak’ Antoni ed Emidio Clementi dei Massimo Volume

Roberto ‘Freak’ Antoni – Ironikontemporaneo, Cremona 11 febbraio 2004


Abbiamo fatto una lunga chiacchierata insieme a Roberto Freak Antoni – voce & frontman degli Skiantos – subito dopo la fine della data cremonese del suo spettacolo “Ironikontemporaneo”. Il tutto è avvenuto mentre il pubblico presente nella saletta del Sorbir chiudeva la serata d’avanguardia tra caffè e ammazzacaffè.

Tra un saluto e l’altro, ne è uscita l’intervista che trovate qui sotto dove Freak parla di un intero secolo di musica, della Bologna di oggi e di ieri, degli Skiantos, di un progetto in comune con Elio e Le Storie Tese. E del mistero del rock’n’roll…

Cosa ha spinto un rocker duro & puro come te ad occuparsi di musica d’avanguardia? Come nasce l’idea di questo spettacolo?

Freak : Mi interesso di musica contemporanea da due, tre anni or sono, da quando ho conosciuto la pianista Alessandra Mustacchi, specializzata in un repertorio contemporaneo. Le sfide mi hanno sempre stimolato ed eccitato e provare a capire l’estremo. Perché esiste? Perché è respingente perché esistono accordi che oggi i musicisti utilizzano tranquillamente ma che nel medioevo impregnato di religiosità & cattolicesimo-a-go-go erano diabolici, tutto doveva essere armonico, tutto melodico, nessuno si sognava di cambiare le cose. In realtà la musica contemporanea fa ciò che è sempre mancato: osare l’inosabile. L’avanguardia mi ha sempre affascinato, vuoi perché ha sempre anticipato quello che sarebbe poi venuto, vuoi perché le avanguardie le ho sempre considerate come concentrati di intelligenza sperimentale, abnegazione all’osare l’inosabile… come posso dire… dubito delle persone che hanno un successo dietro l’altro, perché vuole dire che non rischiano mai. Mi piace chi osa, rischiando di prendere botte. Come dice Woody Allen: “Ho fatto anche film mediocri, ma comunque li ho fatti onestamente”. Coltivare il dubbio insomma, che poi mi sembra sia una posizione ontologica dell’uomo di tutti i tempi, non solo del passato. Perché abbiamo questa vita, cosa facciamo, dove dobbiamo andare. Questo al di là delle facili battute e delle giuste ironie sul delirio esistenziale, però è giusto che rimanga un dubbio, un’inquisizione di fondo. Questo di estende a tutti i campi dell’arte. L’avanguardia mi piace perché coltiva questo tipo di dubbio.

Ragionando sul concetto di rumorismo, mi viene da sorridere pensando che fu elaborato all’inizio del ‘900, ma il termine oggi fa parte del vocabolario della critica rock. Lo si associa al punk e al grunge. Non è che questi filoni più recenti sono la prova di una massificazione dell’avanguardia, una forma di sperimentalismo che ormai è diventata accettabile?

F : Questo è un pericolo costante. L’avanguardia smette di essere nel momento in cui percorre strade già battute, l’avanguardia ha una sua missione – come dicevamo stasera -, nell’arte nulla è vietato, anzi è vietato vietare. I divieti sono stimoli per andare contro le regole, controcorrente, contro se stessi; quando però la cosa si ripiega e diventa un modo di fare retorico perché non c’è niente da risperimentare, l’avanguardia perde senso e speso. Diventa discorso banale, collettivo e comune a tutti. Se l’avanguardia parla lo stesso linguaggio della retroguardia è perché è stata riassorbita.

Parliamo degli Skiantos. Avete sempre fatto dell’ironia la vostra arma più tagliente da usare contro ogni forma di potere. Sono in molti oggi, anche all’interno della scena indipendente, a pensare che l’ironia non basti, ma che anzi sia quasi sbagliato utilizzarla ancora in un tempi lividi come questi. Tu cosa ne pensi?

F: Io non sono completamente d’accordo, anche se capisco il discorso che fanno. Non è del tutto sbagliato, perché la realtà è spesso talmente demenziale che supera qualsiasi tentativo di ironia sulla stessa. Ma non è del tutto vero, gli Skiantos hanno scelto l’ironia come loro tratto caratteristico, testi demenziali, strategia del sarcasmo. Ed è per questo che ti dico che noi abbiamo proposto un progetto – e guarda che te lo disco in anteprima, fai uno scoop, così ti puoi fare una vera scoopata: abbiamo proposto a Elio e Le Storie Tese un concerto comune, un live benefico per i nostri industriali, per gli imprenditori che piangono sempre miseria. Ecco: un benefit per gli industriali è una bella botta ironica, e l’ironia ci dà la possibilità di non essere retorici, ci fa evitare l’aspetto didattico. Se ci mettiamo a parlare come forse ho fatto io stasera in maniera pedissequa l’attenzione delle persone viene meno, se il messaggio è troppo educativo: “siate buoni, siate corretti, non buttate carte per terra, rispettate gli altri” – cose giustissime, ma dette così annoiano la persona che ti ascolta e le fanno pensare: “E’ più divertente essere maleducati, dire parolacce, sputare per terra”.

L’ironia è travolgente quando è riuscita, quando supera l’ottica didattica, quando è travolgente in termini assoluti. Immagina: noi sosteniamo che una nazione, una società civile che si rispetti deve proteggere e tutelare i propri imprenditori. A partire dallo stesso Berlusconi il quale indignato si chiede: “Ma come, io corruttore? Sono capitalista, viviamo in un paese di capitalisti e io devo essere il padrone di questo paese, io ho sempre ragione, gli altri sono sicuramente delle toghe rosse, dei facinorosi, sovversivi. Io ho diritto a rimanere impunito, perché capitalista in un paese che si basa sul capitalismo”. Combattere contro questo ragionamento allo stesso livello, scandalizzandosi, non serve e in più annoia. Così non si buca l’attenzione. Fare qualcosa di radicalmente ironico può avere un effetto di schiaffo in faccia, è un paradosso: perché fare una colletta per gli industriali, che sono i ricchi del paese?

Poi dipende dai livelli e dai modi dell’ironia… ma resta comunque un’arma terribile dire:“guarda ti aiutiamo”, quando questi piangono misera nascondendo miliardi e truffando risparmiatori insieme alle banche. Il messaggio lineare ce lo dà la tv: “Sono speculatori e criminali”. L’ironia invece è un fulmine che squarcia l’originalità del messaggio, un brivido in più, una sferzata. Forse con Elio ci incontreremo al controfestival di Mantova, già facemmo una cosa insieme a Bologna. Facevamo i nemiconi, cosa migliore del “fare gli amiconi”: parleremo comunque male di noi, cioè serviremo la cosa così. Noi ci stiamo sul cazzo.

La diatriba sul vostro presunto astio va avanti da anni…

F: Sì, ma non è vero… molte delle loro cose ci piacciono, così come altre no. Ma immagino sia lo stesso per loro; sono comunque un gruppo di tutto rispetto, né finto né stupido. Ci piace molto scherzare, spesso l’abbiamo alimentata noi questa storia, ci piace starci sul cazzo reciprocamente. Però collaboriamo: “ci stiamo sul cazzo, però collaboriamo”, ecco questo sarà lo slogan del nostro connubio artistico.

(Nel frattempo Freak, con gesti compassati, aria devota e occhi compassionevoli, ci allunga un santino su cui sono stampate immagini sacre degli Skiantos, con tanto di preghiera sul retro).

Nel 1977 a Bologna è successo qualcosa che in Italia non si è più visto. Diventò una specie di fucina esplosiva di arte e idee, la Bologna elettrica e vibrante dei movimenti, del DAMS. Cosa è stato quel decennio?

F: Bologna del ’77 è stata un po’ il fulcro. Bologna ha una popolazione universitaria enorme ed era naturale che lì scoppiassero tutte le contraddizioni della società di allora perché l’ideologia politica era diventata esasperante, una specie di prigione nella quale le persone si erano spontaneamente rinchiuse. Ogni cosa veniva valutata politicamente. Ma se è vero che da una parte ogni cosa è politica, non andare a vedere un certo film perché politicamente scorretto è assurdo. Non si può entrare in uno scafandro di rigidità assoluta. È evidente come, prima o poi, l’uomo si ribelli. E così è successo: la sinistra extraparlamentare è arrivata a un punto di esasperazione e di eccesso per cui è scoppiata l’ideologia. La gente dell’ideologia (rigorosamente manicheista) non ne poteva più, saltarono fuori i cosiddetti creativi: indiani metropolitani, autonomi, gente che non voleva essere rappresentata da partiti politici istituzionali ma neppure da partiti extra-istituzionali. Decidere per conto proprio. La cosa diede origine a un marasma incredibile e si decretò la fine dell’ideologia, parallelamente scoppiò il consumo di eroina. Il consumo di droghe passò dall’uso di leggere – hashish, marijuana, derivati da cannabis – a cose pesanti. Eroina a go-go e ovviamente di buona qualità, come sempre succede quando grossi spacciatori decidono di invadere il mercato. Questo, unitamente a una certa stanchezza dell’ideologia fece sì che il movimento scoppiasse all’interno.

Anni costellati da eventi cupi comunque: l’omicidio Lo Russo, le tensioni in università, i blindati in via Zamboni, il 2 agosto ’80…

F: Il dissenso aveva raggiunto il punto più alto durante il convegno sul dissenso, appunto, del settembre 1977. Lì raggiunse la sua natura più esasperata e la polizia – altrettanto esasperata, “esasparata” – sparò (carino il bisticcio di parole) alle spalle a Francesco Lo Russo, uno studente che stava correndo sotto i portici. Fu un carabiniere, un certo Massimo Tramontani se ricordo bene, che si mise in ginocchio, prese la mira, e sparò. Gli fu in qualche modo garantita l’impunità, e la cosa fu insabbiata. Cosa che è successa recentemente all’omicida di Carlo Giuliani in occasione del G8. Sono provocazioni che il potere mise in atto approfittando delle crisi del movimento studentesco, che si stava interrogando sugli estremi raggiunti dall’ideologia. Insomma scoppiò tutto, da una parte in maniera libertaria perché ognuno poteva dire quello che gli pareva, dall’altra parte l’antagonismo, la ribellione al sistema.
È stata un’età irripetibile, credo. Testimoniata dai fumetti di Andrea Pazienza, dalla colonna sonora di Skiantos e Gaznevada e pochi altri gruppi… a Milano c’erano i Caos Rock, ma arrivarono qualche anno dopo di noi. Dieci anni dopo nacquero Elio e Le Storie Tese. Insomma questo periodo di grande ingenuità, ma una ingenuità generosa e creativa dove i soldi erano davvero in secondo piano. Si pensava alla produzione artistica, infatti Bologna fu l’unica città italiana, l’unica “metropoli di provincia” se mi passate l’ossimoro, l’unica polveriera di provincia dove esplose qualcosa. E infatti ci fu un movimento rock irripetibile: più di un centinaio di band. Quasi tutti gli artisti, Luca Carboni compreso, sono usciti da formazioni rock bolognesi. Nel 1980 era la città-ricettacolo di ogni genere.

E c’erano gli Skiantos…

F: Gli Skiantos amavano il punk, l’idea del suonare senza essere dei virtuosi (argomento che poi è stato causa di tanti fraintendimenti per il nostro gruppo e sofferenze per gli Skiantos stessi). Il punk era voglia di produrre suoni e musica senza essere virtuosi. Questa attitudine ci apparteneva; la differenza stava nel fatto che gli Skiantos rifiutavano la prospettiva nichilista del “No Future” cantato dai Sex Pistols. Sposarono invece la filosofia de “Il Male” una rivista del periodo che costruiva la prima pagina su fatti clamorosi, titolando sulla falsariga dei grandi giornali come il Corriere, e lavorando di spiazzante ironia. Cose tipo: “Scoperto il capo delle Br, è Ugo Toganzzi”. Da lì in poi partì anche un lungo periodo di antagonismo ironico. “Sarà una risata che vi seppellirà”, come nel maggio francese, mutuando uno slogan degli anarchici americani, da Sacco e Vanzetti. Si prendeva lo slogan di questi due che si erano fatti arrestare ridendo e ghignando in faccia ai poliziotti: “Sarà una risata che un giorno come questo vi seppellirà”, e si lavorava ancora di ironia: “sarà un risotto che vi seppellirà”, oppure “sono un marxista di tendenza grouchista” – confondento Karl Marx con Groucho Marx. Da lì in poi, la creatività è sempre passata attraverso l’ironia.

Uscirà un film su Radio Alice con Manuel Agnelli, possiamo citare nomi che hanno attraversato generazioni: Pazienza, Palandri, il grande Tondelli. Tutto un mondo che continua oggi ad affascinare, mi viene in mente Enrico Brizzi, grande fan del ’77..

F: È vero Enrico, che è un amico, è anche un grande fan di quegli anni. La scorsa estate abbiamo parlato di letteratura insieme a una Festa dell’ Unità proprio qui a Cremona. Sì, ho conosciuto anche Pier Vittorio, perché al DAMS ci si conosceva tutti… anzi se – pagando – vi fa piacere toccarmi, sono qui, sono un mito vivente (risate). Scherzi a parte, Tondelli era una persona molto gradevole, intelligente, molto sarcastica, davvero in gamba. Lo stesso posso dire di Pazienza – che sembrava normale ma era un pazzo scatenato -, ma Tondelli era più introverso, più posato. Una brava persona.

E oggi a Bologna che aria si respira? Frequenti ancora l’underground?

F: Io sono underground, anzi, seppellite il mio cuore nell’ undeground! Io oggi faccio una vita più ritirata (e qui Freak lancia un’occhiata alla compagna Alessandra, seduta alla sua destra durante l’intervista). Vivo con lei, cucino per lei, lavo, stiro, mentre lei si allena al pianoforte 10 ore al giorno…

10 ore SOLO di musica contemporanea?

Alessandra: …no, no anche classica… quando suono Mozart lui si commuove e inizia a piangere.

Freak: è vero, è vero.

Tre libri da leggere per forza…

F: “Il giovane Holden” di Salinger, la Bavagdgita ovvero il vangelo degli indù che a me ha salvato la vita, si trova nelle confezioni della Adelphi. Un libro che mi ha davvero salvato la vita. Ora sto leggendo “Viaggio al termine della notte” di Céline che mi piace molto. Al DAMS sono stato studente di Gianni Celati, sono un celatiano di ferro e consiglio tutti i suoi libri. “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, un gran bel libro scritto da un ragazzo di diciannove anni. C’è anche un po’ di invidia per una persona che scrive così bene.
Sicuramente dopo tornando a casa a Bologna mi mangerò le dita perché mi verranno in mente altri mille titoli di bellissimi libri che ti potevo consigliare…

Allo: della scena attuale cosa ti piace ascoltare?

F: Mah, io sono un ascoltatore estremamente disordinato, molto curioso, ascolto di tutto. mi è capitato di sentire “Hole in the world” – sarà l’animo romantico che salta fuori – l’ultimo brano degli Eagles. Mi ha commosso fino alle lacrime. Mozart, piango come un vitello. Lo consiglio alle persone col cuore duro. Io mi sono laureato sui Beatles, proprio con Celati, e il titolo della mia tesi era “Temi fantastici nelle canzoni dei Beatles” . Mi hanno sconvolto la vita, ero piccolino – solo nove anni, ma già allora moooolto avanti – quando nel ’63 sentii “She loves you” e vi assicuro, ragazzi, che per i tempi era una vera bomba. Se voi pensate che in Italia circolavano canzoni tipo “Mamma” (accenna al motivo chiudendo gli occhi accompagnandosi con la mano): mare cuore, amore, pensate che “Volare” fu rivoluzionaria per i tempi. Sdolcinate, mammesche. Poi arrivano i quattro di Liverpool che ti fanno “She loves you” con una batteria che ti impedisce di stare fermo, i piedi che partono da soli e il cuore che ti va a mille all’ora. E lì riaccorgi che è cambiato qualcosa. Maledico i Beatles, gli sono andato dietro come l’ho fatto con gli Stones e con il pop inglese, The Who, Led Zeppelin, i Purple.

Ecco cos’è interessante (Freak Antoni si illumina, da qui in poi Freak inizia a parlare con un trasporto che a noi pare scoprire solo una parte di tutta l’umanità con cui la sua generazione visse quegli anni): sarebbe interessante che tu mi chiedessi perché la musica nei ’70 era così importante… era importantissima per i giovani, perché era fatta da giovani per i giovani, c’era uno scambio continuo e paritario tra i musicisti e il loro popolo-pubblico. Loro erano “uno del popolo”, stesso livello, veicolavano i messaggi della nostra generazione: pace amore, musica, pensiero alternativo, il denaro non è l’unico valore. Nel ’67 uscì il “Sgt. Pepper’s” e Paul e soci sfoggiavano giacche sgargianti, perché era una rivoluzione anche nel colore. Basta col grigio da impiegato della City, basta con la divisa, basta con l’integrazione omologante. Hendrix dall’alto delle sue camice caleidoscopiche e con questi capelli incredibili diceva: “Piccolo borghese tu non ti potrai mai vestire come mi vesto io”. Cose in cui credevamo davvero come veicolo di ribellione. E davvero abbiamo creduto che la droga fosse ricerca e allargamento della nuova coscienza. Questa ingenuità, che certi reazionari oggi vogliono far passare come malafede, era autentica.

Molte persone si sono anche ahimè bruciate, ma l’ingenuità portava a pensare che davvero con la droga si raggiungessero i paradisi artificiali di Baudelaire: stimolazioni altre, nuova sensibilità, l’acido che ti allargava. Abbiamo creduto in tutto questo, ma l’abbiamo fatto in assoluta buona fede e ingenuità. Ecco perché c’era tanta potenza, perché si credeva veramente.

Oggi è tutta una situazione furba. Ci sono sempre paraventi del raziocinio, filtri di furbizia. Allora c’era un aggancio diretto con la musica, l’arte. Le stesse copertine dei dischi erano arte pop. Tutto era fatto davvero con autentica ricerca, volontà di sperimentazione di nuovo e di altro, di bello, di stupendo, di insolito… “allargare l’area della coscienza”.

Non è nostalgia, credo che la nostalgia sia un errore. Se vivi di nostalgia vivi fuori dal tuo tempo, ti fai del male. Bisogna accettare i tempi in cui si è. La nostalgia è un miraggio, l’ennesimo, orrendo “non posso”, uno sfasamento. Sei fuori posto e fuori luogo. Consiglio di vivere il proprio tempo. Non avere modelli, perché i modelli fregano sempre. Non sarai mai come il modello: è come una madre che vuole il figlio perfetto. E’ chiaro che il figlio sarà sempre frustrato. Accettare le caratteristiche della propria epoca, trovare le proprie passioni, portarle avanti. La vita è una e va vissuta nel migliore modo possibile, anche se in questo io sono pessimo profeta, per come tendo a complicarmi l’esistenza.

Ecco io direi: coi piedi nel proprio tempo e cercando le cose migliori del proprio tempo. Ma senza farne dei miti.
E’ importante conservare la propria voglia di fare esperienze, e farle con la propria sensibilità e con tutto il cuore.
Nei 60/70 ci siamo lasciati andare un po’ troppo verso i nostri miti, con gente che è morta dentro alla droga cercando di allargare gli orizzonti. Non leghiamoci così mani e piedi, teniamo sempre un minimo di consapevolezza.

A : nel rock oggi non c’è il rischio che tutto sappia di “già sentito”?

F: È un discorso sempre presente, fino a quando non arriva il genio a sconvolgere tutto. Pensate a Hendrix e a quello che ha fatto con la chitarra, musica che neanche i grandi del suo tempo – come Jeff Beck – capivano totalmente. Suoni giganti, una montagna di elettricità. Non ha lasciato eredi perché è una maniera talmente originale che appena uno accende l’amplificatore e “Sbbrrraaagnnhhh!!!”, tutti sono lì a puntare il dito e dire: “Ah! Fa come Jimi Hendrix”. Ma questo perché il suo stile è così paurosamente personale. Arriverà un genio con un nuovo modo di suonare e darà nuove dritte. Il nuovo genio potrebbe essere lui, lui, tu, lui che sta passando adesso, o chiunque altro.

Alessandra: adesso c’è troppa tecnica…

A : …ma anche il lo-fi, approcci più punk…

negli anni ’80 si sfornavano dischi tecnicamente impeccabili, ma che suonavano tutti uguali con questi suoni pulitini e tutti belli perfetti… poi nei ’90 è arrivato il grunge… e le coordinate sono mutate…

Alessandra: sì, ma mi capita comunque di sentire demo con cantanti che cantano tutti nella stessa maniera…

Freak: Guardate, un gruppo che a me ha scoperchiato il cervello… sono stati i Ramones, perché hanno innestato su un wall-of-sound rockettaro una voce beat dolcissima, una voce romantica sopra una base che era una specie di carro armato. Roba molto semplice: bicordi, che però nessuno ha mai fatto. L’idea è quella: nel rock si canta sempre la stessa canzone infondo, basta proporre delle varianti minime. Loro hanno fatto questa cosa elevandola all’ennesima potenza: un pezzo e subito ne parte un altro, poi un altro, poi un altro, poi un altro… ed è una sferzata d’energia talmente forte che ti travolge. Per i Ramones ho sempre avuto una stima spudorata perché nella loro sintesi – a differenza dei Pistols, condannati a morte dalla loro pochezza musicale nonostante lo straordinario “Nevermind the Bollocks”, un progetto musical-sociale-politico – i Ramones, dicevo, avevano una loro valenza musicale. Quella che ha permesso loro di sopravvivere. Inventando uno stile riconoscibile, prendendo elementi conosciutissimi.

(Freak si interrompe e dà un’occhiata verso i due camerieri che gironzolano intorno all’unico tavolo ancora occupato: il nostro) …Eh, ma mi sa che dobbiamo sbaraccare, ragazzi…

(da Cantiere Sonoro, febbraio 2004)

Intervista con Emidio Clementi (Massimo Volume, El Muniria), Cremona 28 febbraio 2005


L’appuntamento con Emidio Clementi è dopo il check, nel camerino del teatro. Sono abbondantemente in anticipo, mi apposto vicino al mixer e ne approfitto per ascoltare un assaggio di quello che offrirà la serata. Mimì chiede però un cambio di programma. Lo fa dal microfono. Lo fa quando ancora si stanno facendo i volumi, nel bel mezzo del torrentizio flusso di parole lette dalle pagine dolenti di “L’ultimo dio”, sulle basi elettroniche pilotate dal Mac di Massimo Carozzi. Lo fa di getto. Gli occhi di Mimì si staccano dal libro, e la sua voce – con l’inconfondibile cadenza che le canzoni dei Massimo Volume mi hanno fatto assimilare – mi chiede: «Fa lo stesso se l’intervista la facciamo all’aperitivo?». Lo strano cortocircuito mi fa trasalire, come una voce familiare che si stacca da un disco e ti si rivolge direttamente. Il tutto si svolge in un locale trendy del centro di Cremona, tra bicchieri di Chianti e una fauna da aperitivo ‘in’ che non nota neppure il registratore acceso appoggiato al tavolo.

Se tanti scrittori, a partire da Tondelli, parlano dell’influenza della musica sulla propria scrittura mi sembra che tu abbia seguito un percorso inverso…

Nasco prima come ascoltatore. La musica è un amore che è nato prima di quello per i libri. Però è anche vero che nei miei libri c’è sempre stata poca musica, a parte il periodo dei Massimo Volume che riprendo a livello autobiografico. Deriva forse da un atteggiamento un po’ snobistico. Quando ho cominciato a scrivere i libri avevo paura di essere inquadrato come “il musicista che scrive”, temevo il riferimento musicale diretto, quindi ho cercato di evitare. Ma c’è anche un altro motivo: non so perché ma mi viene sempre la pelle d’oca quando leggo in un libro riferimenti diretti alla cultura contemporanea, attuale. È un problema mio, ma non mi piace trovare un personaggio che a un certo punto della storia è lì che ascolta, per esempio, “il secondo album di Nick Cave”. Non so per quale motivo… mi fa cagare. Mentre accetto un riferimento culturale del passato. Beethoven lo puoi dire, puoi dire Sinatra, puoi parlare di musica leggera italiana (ride, ndr), ma mi infastidiscono i riferimenti diretti al tuo mondo culturale. Non è chiarissimo neppure per me, non so spiegarti meglio. Mi sembra di delimitare il mio mondo culturale: io vengo da qui, i miei riferimenti sono questi, questo è il mondo, arrivo da qui. È una cosa che fiacca un po’ i personaggi del libro, preferisco personaggi che si muovono nell’umanità liberamente. O forse io non sono abbastanza bravo per farlo. Quando faccio corsi di scrittura li faccio sempre togliere questi riferimenti. È vero che io parlo di Jim Carrol, ma di Jim Carrol ne puoi parlare, perché la gente non lo conosce.

Scrivere di episodi dolorosi o intimi della tua vita implica una sorta di pudore?

No, nessun pudore. Quando sono davanti alla pagina, quello che voglio scrivere nella mia testa è già diventata una storia, è già immaginazione. No non ho nessun pudore da “sindrome del metter in piazza le proprie cose”. L’io narrante diventa in ogni caso un personaggio, non è più esattamente te stesso. No, piuttosto con “L’ultimo dio” mi è capitato di non rivelare ad alcune persone di averlo scritto. A mia nonna non l’ho mai detto, perché so che ci sarebbe rimasta male. Mi capita di preoccuparmi quando descrivo in maniera nuda un personaggio, c’è sempre la paura che lui possa rimanerci male. Ma c’è distacco tra ciò che sono e ciò che scrivo.

Credi nella scrittura come processo di autoanalisi?

Più che autoanalisi, scrivere per me è lavorare sulla memoria. Scavando, partendo da un particolare, sono ritornato a segmenti di vita rimossi, che poi ho perso. In “L’ultimo dio” ho scritto di cose già immagazzinate, cose mie, tutte già abbastanza chiare quando si trattava di fissarle sulla carta. L’autoanalisi era anteriore. Forse la parte di romanzo e di vissuto meno masticata è quella che riguarda il periodo dei Massimo Volume, infatti la mia scrittura lì cambia. Nelle prime due parti c’è più narrazione, mentre l’ultima – la terza – è densa di riflessioni. Anzi, qualcosa perde.

“L’ultimo dio” mostra uno stile più asciutto e stringato rispetto a “La notte del Pratello”, direi più ‘americano’ per certi versi. E’ cambiata la tua scrittura?

Sì, e credo sia stata una via dettata dalla natura materiale su cui lavoravo. C’erano cose da scrivere che tendevano a essere velate dal pudore, come dicevi prima. Si parlava di famiglia, della mia famiglia. Forse qui si è reso necessario un distacco. Quello che ho utilizzato era l’unica maniera di raccontarlo. Una scrittura più “sentimentale”, fatta con grande trasporto rischiava di diventare troppo “sentimentale”. Se è vero che è un libro dallo stile asciutto dico anche che un distacco dagli americani ho cercato di tenerlo. È il libro che mi ha preso più tempo, è stata una gestazione lunga, e in corso di stesura sono stato assalito dai dubbi. L’innesto della figura di Carnevali – Carnevali che passa attraverso di me – per esempio non è stata immediata, ci ho messo due anni per capire che quella era la strada.

Parlaci meglio del tuo rapporto con Carnevali, ti ha influenzato anche a livello stilistico?

Carnevali è uno scrittore del secolo scorso, ma è straordinariamente moderno, mi ha influenzato molto. C’è una immedesimazione che si stacca a livello di biografia e idea di letteratura. Scrivere è una delle ragioni della mia vita, ma per lui lo era di più, la viveva in maniera assoluta, come fosse una questione di vita o di morte. Cosa che con me non condivide. D’altra parte era figlio di un romanticismo, credeva nell’assoluto artistico.

Per certi aspetti tu e Carnevali mi ricordate il duo Vinicio Capossela e John Fante di qualche anno fa, nel momento del grande rilancio dell’autore di “Chiedi alla polvere”.

Beh, io leggevo Fante ben prima che Capossela lo portasse in scena. Chi leggeva Bukowski passò anche per Fante. No, invece mi fai venire in mente un’altra cosa. C’è un saggio su Rimbaud in Carnevali riesce a dire tutto ciò che c’è da dire su Rimbaud senza fare la figura dell’intellettuale o del critico. In questo lo avvicino a Fante, per la sua immediatezza.

Mi ha incuriosito il fatto che sia stato Roberto Bui, alias Wu Ming 1, a leggere le bozze del romanzo, uno che si è sempre scagliato contro il dilagante autobiografismo della letteratura italiana.

Sì è vero, lui detesta quel genere di letteratura. Ma mi disse chiaramente di apprezzare le mie cose. In “La notte del Pratello” come in “L’ultimo dio” c’è l’autobiografismo, ma c’è anche una certa forma di epica. Penso che sia questo a salvare i miei lavori. Roberto mi ha salvato leggendo le bozze in diversi momenti di crisi, in cui non sapevo come e se andare avanti. Lui mi ha rincuorato e dato fiducia, mentre lo stava scrivendo lui mi ha girato alcuni brani di “New Thing”. Le prime trenta pagine mi hanno spiazzato un po’, poi sono entrato nella storia e mi è sembrato molto bello.

E Bologna? Ti sei più sentito ‘straniero in patria’, come ti sentisti prima di partire per la Svezia?

Per qualche tempo è successo. A Bologna comunque avevo trovato già una piccola comunità di sanbenedettesi. Sono arrivato in città nel 1985 con Silvia Ballestra – mia amica fin da quando eravamo ragazzini –, quindi ho frequentato il primo anno di università e poi sono partito. Ma il primo periodo a Bologna è stato poco significativo. “vediamo un po’ com’è qui mi dicevo”. Bologna ha segnato uno stacco quando sono tornato dal lungo viaggio nel nord Europa. Ora non ricordo come lo racconto nel libro, però la Svezia è venuta prima della morte di mio padre. A Bologna sono cominciate tante cose importanti. A partire dai Massimo Volume.

So che stai scrivendo un nuovo libro, ci anticipi qualcosa?

Mi sto interessando a un caso giudiziario. Sarà qualcosa in stile “A sangue Freddo” di Capote o “L’avversario” di Carrère. Ma di più non voglio proprio dire.

(da Cantiere Sonoro, febbraio 2005)

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