Arcade Fire @ Arena Parco Nord, I-Festival, Bologna – 3 settembre 2010

 

Tutto torna. Non potevano che incontrarsi e fondersi qui, nei “suburbs, nella periferia della grande metropoli del rock, i tanti elementi e le mille influenze che disegnano la fisionomia di una della band più osannate degli ultimi anni. Le stesse periferie che danno il titolo all’ultimo album degli Arcade Fire, The Suburbs, possono infatti funzionare da perfetta metafora per cercare di raccontare la complessità musicale della formazione canadese. La riflessione è davvero elementare: come è possibile mettere d’accordo e poter citare, nel proprio novero di fan, mostri sacri e spesso lontani fra loro come David Bowie, Bruce Springsteen, Chris Martin e Bono? Semplice (si fa per dire), basta sintetizzare in una formula originale, riconoscibile e rara, tendenze, tradizioni, suoni e melodie che l’opus di 50 anni di musica rock ha consegnato alle orecchie di un pubblico ondivago e ormai ben abituato a saccheggiare YouTube, MySpace, radio on-line di mezzo mondo e siti di file-sharing alla ricerca dell’ennesima combinazione, dell’imprevedibile variante, dell’osmosi più inaspettata. Così se The Suburbs non raggiunge i livelli di Funeral e Neon Bible a causa di una certa discontinuità che rende le sedici tracce poco organiche, l’impatto di cui è artefice dal vivo il gruppo guidato da Win Butler, giustifica ampiamente il tam-tam frutto del passaparola che ha poi consegnato ai microfoni del Tg2 (!) una band fin qui praticamente invisibile in Italia.

Sul palco sono in otto, in platea ottomila. Dopo le schiume indie di un pugno di gruppi supporter, fra cui spiccano più che altro i Modest Mouse, prende il via uno show sostanzialmente inappuntabile fatta eccezione per l’eccessiva brevità. Il viaggio iniziato con Ready To Start e concluso con l’imponente Wake Up sarebbe potuto durare anche un poco di più dell’ora e mezza secca di concerto. Ma dobbiamo accontentarci, e mai come stavolta conta più il “come” del “quanto”: gli Arcade Fire sotto i riflettori sono una formazione matura e capace di uno spettacolo potente, trascinante e – pur nella sua semplicità – curatissimo anche dal punto di vista scenografico.

Month of may, Neighborhood #1 (Tunnels) e Crown of love, proposte in sequenza, in una decina di minuti toccano quasi tutti i colori degli Arcade, spiegando in toni prima nevrotici e martellanti, poi lirici e malinconici il motivo di tanta attenzione attorno alla band di Montréal. A stupire è soprattutto la capacità di addizionare, cucire, fondere  rimandi e influenze (i Joy Division innanzi tutto, ma la lista si allunga e porta inevitabilmente agli anni Ottanta) senza nulla perdere nell’essenzialità di un suono che, a dispetto degli otto strumentisti, è ricco ma essenziale, debordante ma in fin dei conti asciutto, se si ha la pazienza di ascoltarlo con attenzione in tutte le sue parti. L’accento molto spesso (anche dal punto di vista meramente scenografico) è posto sull’insistenza percussiva e sui frequenti cambi di tempo,  tratto saliente di molte canzoni. E’ una peculiarità non secondaria, che riconsegna la fitta e raffinata  tessitura contemporanea a una dimensione comunque primordiale, istintiva, e – forse a sorpresa – imparentata col folk (tamburi, tamburelli, violini e cembali, d’altra parte, non arretrano mai, casomai avanzano in prima linea quando la velocità aumenta).

Le conclusive Rebellion, Keep the Car Running e Wake Up, in questo senso, la dicono lunga sull’importanza della fisicità e della coralità nella musica degli Arcade Fire. Insomma, l’impressione è che il gruppo di Butler sia un “oggetto” strano, leggibile a più livelli e forse ancora tutto da scoprire. Speriamo di trovarci molto presto di fronte a nuove deviazioni, evoluzioni e, perché no, nuovi paradossi. Fin qui il coraggio non è mancato, e la nostra soddisfazione neppure.

(da Buscadero, ottobre 2010)

 

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