Little Annie & Paul Wallfisch – “Genderful” – Southern Records – Distr. Wide (2010)

Ammaliante, decadente, sofisticata, malata di spleen, teatrale, vicina a Weil e Brecht. E’ tornata Little Annie, che con Paul Wallfisch dei Soft Cell ci regala un disco oscuro, che per essere apprezzato chiede a gran voce di essere ascoltato più volte, con calma, con orecchio attento alle piccole coloriture e alle parole scelte, e il cuore disposto ad accogliere le storie tristi raccontate lungo queste undici tracce. Le increspature di una voce in ultima analisi scarna ma vivida nel cantare tormenti e solitudini infinite sono preziose, concesse con attenzione al microfono, non meno del meticoloso lavoro strumentale di Wallfisch, nella cui mente immaginiamo frangersi onde sonore frutto di ascolti lontanissimi fra loro.

Genderful, infatti, è quanto di più lontano ci si possa immaginare dall’ennesimo (per quanto piacevole) prodotto in linea con i canoni più o meno consolidati della canzone vicina al jazz. Tentazioni waitsiane vengono accuratamente accantonate (certo, il suo fantasma qua e là aleggia, ma come potrebbe essere diversamente dopo tutto?) in favore di arrangiamenti che stupiscono in più di una occasione mischiando antico e moderno, samples e programmazioni, il lirismo di archi spettrali, trombe, chitarre ritmiche, irruzioni elettriche in un vagabondare fra walzer inquietanti, schegge di flamenco, arricciature dalle parti della grande Edith Piaf, furori tango e persino del rap… forse tra le poche commistioni che da un album del genere—che si presenta con Little Annie e Paul Wallfisch intenti, in copertina, ad atteggiarsi in pose che sarebbero piaciute al vecchio Willy De Ville—proprio non ci si aspetta.

Guardateli bene, ascoltateli meglio. L’ironia e la consapevolezza del fatto che, in fin dei conti, si tratta di uno show, nonostante tutto, non manca. E probabilmente è proprio questo che salva un’impalcatura talmente ambiziosa da rischiare di crollare sotto la pesante cappa di suoni e di fumo da vecchio teatrino a buon mercato. C’è forza in ciò che altrove sembrerebbe eccessivo. C’è poesia nella bellezza sfiorita di queste storie. E vorremmo essere tabagisti, solo per ascoltare questo Genderful seduti su di una poltrona sgualcita e intrisa di odore di sigarette fumate. Trasognanti e po’ sconsolati.

(da All About Jazz, ottobre 2010)

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