Erica Mou e il “suo” jazz

Folk, rock, canzone d’autore. Ma il jazz è dietro l’angolo. Giovanissima (classe 1990) ma padrona di uno stile e di una personalità musicale riconoscibili come raramente è capitato di trovare, Erica Mou negli ultimi tre anni ha fatto incetta di premi e riconoscimenti aggiundicandosi il Liri Festival, il concorso Canzone Italiana d’Autore di Isernia, il Garofano D’oro, il premio speciale Vitamine Controradio, il trofeo “Miti della Musica” Volkswagen, il premio Daolio al miglior testo, il Microfono Sisme per la miglior interpretazione, il concorso L’artista che non c’era, il Premio SIAE Miglior Testo, l’Arè Rock Festival, e – nel 2009 – il Premio Rivelazione Indie Pop al Meeting delle Etichette Indipendenti. Un curriculum che ha presto interessato la Sugar di Caterina Caselli, produttrice del prossimo album di Erica (in uscita ad inizio 2011). Ecco come ha risposto alle domande ‘osmotiche’ di All About Jazz.

All About Jazz: Ricordi la prima volta che hai ascoltato musica jazz?

Erica Mou: Credo intorno ai 5 anni… guardando la videocassetta degli Aristogatti!

AAJ: Ricordi il primo disco jazz che hai acquistato?

E.M.Stolen Days dei Sax Pistols, dopo aver visto un loro concerto nella mia città, Bisceglie, nel 2006.

AAJ: Chi è il tuo jazzista preferito?

E.M.: E’ difficilissimo rispondere! Non ho un artista jazz che preferisco in assoluto… Tra i live che ho visto nell’ultimo anno sono rimasta particolarmente colpita da Ben Perowsky (in particolare nella Mood Swing Orchestra), Francesco Diodati e i suoi Neko e Chris Morrissey.

AAJ: Se tu fossi stata un jazzman americano, di quale corrente avresti fatto parte?

E.M.: Di sicuro mi sarebbe piaciuto suonare la batteria! Ad ogni modo forse la corrente in cui meglio tradurre la mia musica potrebbe essere il Cool Jazz.

AAJ: In che misura pensi che il jazz abbia influenzato la tua musica?

E.M.: Ho cominciato ad ascoltare il jazz un po’ tardi, quando già scrivevo; difatti non è un genere di musica che sia mai “circolato” a casa mia. Però penso che ascoltare jazz e, soprattutto conoscere e lavorare con persone che ne hanno fatto la propria passione di vita, ti porti ad una visione della realtà sempre più larga. Ti apre la mente. E sento che un po’ abbia aiutato anche me a farlo.

AAJ: Come mai hai sentito l’esigenza di coinvolgere jazzisti nei tuoi dischi? Cosa cercavi che non potevi trovare in un musicista “non jazz”?

E.M.: In realtà non abbiamo scelto di collaborare con Gianluca Petrella, Francesco Bearzatti, Nate Wood, Kaveh Rastegar, Greg Heffernan perchè sono dei jazzisti ma perchè sono dei grandi musicisti.

AAJ: Quale musicista jazz (vivente oppure no) ti piacerebbe che suonasse in uno dei tuoi dischi?

E.M.: Mark Guiliana, magari in coppia con Tim Lefebvre. L’ho sentito quest’anno a New York in un paio di occasioni e mi è piaciuto moltissimo!

AAJ: Un bambino di 6 anni ti chiede: «Cos’è il jazz?». Tu cosa rispondi?

E.M.: Che è la musica di Jessica Rabbit e degli Aristogatti!

AAJ: Dalle bettole di New Orleans a raffinati jazz club. Il jazz oggi è ancora pop music, nel senso di popular?

E.M.: Difficile dire che il jazz sia oggi popolare, poiché viene sistematicamente tagliato fuori dai grandi canali di comunicazione. Noto però che è l’etichetta “jazz,” cioè il vero e proprio nome “jazz,” a essere molto sfruttato in associazione anche ad eventi che con questo genere musicale non hanno molto a che vedere… probabilmente perché si è cristallizzata la terrificante idea che sia un tipo di musica chic, elitaria, incravattata, utile per il venerdì sera, associabile a un Mojito.

AAJ: Fra le tante ricadute del jazz sulla popular music, quale pensi sia la più significativa?

E.M.: Parlando del mio settore, la canzone d’autore, mi vengono in mente esempi illustri di musicisti pop che grazie alla collaborazione di musicisti e arrangiatori jazz di indubbia qualità hanno creato dei dischi meravigliosi, che hanno poi influenzato generazioni di cantautori. Che mondo sarebbe senza “The Art of Tea” di Michael Franks, “Shadows and Light” di Joni Mitchell, “The Dream of the Blue Turtles” di Sting? E sono solo alcuni esempi internazionali che mi sovvengono adesso.

AAJ: Credi che il jazz storicamente sia stato piu’ reattivo (nel senso che ha seguito e incorporato trend lanciati da altri generi musicali) o attivo (nel senso che ha lanciato trend poi seguiti da altri generi musicali)?

E.M.: La musica è fatta di continue contaminazioni e rispondere a questa domande è praticamente impossibile! Magari in passato il jazz, data la sua “anzianità,” è stato maggiormente attivo. Ma oggi è influenzato dagli stessi generi che, evolutisi, erano stati “creati” grazie al suo stesso apporto. Penso al cavallo di ritorno del rock.

AAJ: Frank Zappa pensava che il jazz non fosse morto, ma che avesse semplicemente «un odore un po’ curioso». Tu che odore senti?

E.M.: Fino a qualche anno fa credevo che il jazz avesse l’odore stantio di naftalina tipico delle “casadellenonne”. Probabilmente perché spesso è questa l’immagine che ne viene data. Ma basta solo un po’ di curiosità olfattiva per annusare profumi di spezie inedite.

AAJ: Il jazz salverà il mondo?

E.M.: No.

Foto di Gianni Albore

(da All About Jazz Italia, settembre 2010)

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