Ben Harper & The Relentless 7 + Pearl Jam @ Parco San Giuliano, Mestre (Ve) – 6 luglio 2010

Ci si potrà sbranare fino alla morte per stabilire se siano scorse più lacrime e sangue sotto il palco di Mestre, quest’anno, o sotto quelli di Milano, Bologna, Verona, Torino e Pistoia, quattro anni fa. La discussione la lasciamo ai fan più accecati dal rock di Vedder e soci. Quel che è certo è che un Eddie così alcolico, almeno in Italia, non lo si era mai visto. Mentre gigantesche nuvole nere incombevano sul piano di Parco San Giuliano – sotto un cielo più consono al Glastonbury Festival piuttosto che all’Heineken Jammin’ –, dopo le esibizioni pomeridiane di Gomez, Gossip e Skunk Anansie, erano in tanti a chiedersi a quale punto del set di Ben Harper sarebbe spuntato l’ultimo uomo di Seattle e vice versa. Difficile lasciarsi sfuggire un’occasione così ghiotta per ascoltare, all’interno della stessa giornata, due nomi ormai storici del rock a stelle e strisce, testimoni e portabandiera di filoni dalla tradizione musicale consolidata, impegnata e militante.

Che il cantante californiano oggi suoni davvero a suo agio con la band messa in piedi dopo il congedo degli Innocent Criminals non è un mistero, così come non lo è il fatto che tanti, tantissimi rimpiangano il groove pieno e strabordante di quella formazione. Non è un caso che la setlist, nella sua quasi totalità, abbia ribadito il nuovo corso di Harper, infilando una serie di canzoni scelte accuratamente all’interno del repertorio più recente e discusso. L’anima black e le tese atmosfere acustiche che avevamo apprezzato in Welcome To The Cruel World e The Will To Live vengono messe da parte in favore di un rock elettrico e affilato. Maglietta nera con stampato a grandi caratteri il motto “Io non me ne frego” (slogan della campagna realizzata da COOPI – Cooperazione Internazionale per riportare in primo piano la lotta contro la povertà nel Sud del mondo) Ben apre con Keep It Together (So I Can Fall Apart) e una micidiale cover di Heartbreaker dei Led Zeppelin con abbondanti scie d’assoli di lap steel più in là ritrovati in coda a un’altra cover, la torrenziale Red House. Better Way è l’unica concessione al periodo Innocent Criminials, mentre l’inedita Feel Love segna il nuovo corso intimo-acustico del cantante chitarrista. La sorpresa arriva a metà esibizione, quando la voce dei Pearl Jam, ormai sempre più simile al Jeff Bridges di Il Grande Lebowski, compare dal nulla al fianco di Ben per interpretare l’impensabile: la stessa Under Pressure dei Queen che i Relentless7 suonano spesso in tour, con l’aggiunta di Vedder fa rivivere i fasti del duetto glam Bowie-Mercury nell’incredulità mista a eccitazione dei 40mila presenti. Solo le avvisaglie di quel che sarebbe precipitato sulla stessa platea, compattatasi velocemente dopo l’ingresso di Eddie, pochi minuti dopo. Given To Fly infatti viene fatta detonare dopo una lunga introduzione pianistica a luci spente, quindi in sequenza Corduroy, World Wide Suicide e The Fixer. Un’apertura che sembra pensata per uccidere si stempera solo con Elderly Woman Behind The Counter in a Small Town, recuperata dal capolavoro Vs. del 1993.

Scorreranno due ore piene di musica per ventidue pezzi in scaletta fra cui svettano Present Tense, Do The Evolution, Red Mosquito (stavolta con Harper impegnato fra corde e slide), oltre al commovente omaggio a Joe Strummer con la cover di Arms Aloft – l’originale è sull’ultimo lavoro in studio coi Mescaleros – e Public Image dei Public Image Ltd., band dell’ex Pistols John Lydon. E alle battute finali, tra Alive e Jeremy, arriva una dichiarazione d’amore per l’Italia (l’ennesima dopo il palese innamoramento manifestato con la pubblicazione del DVD sul tour nel Bel Paese Immagine in cornice) che stavolta sfiora il mélo: «L’Italia per me e per Jeff – racconta Vedder dopo abbondanti sorsate di vino ricordando gli esordi col bassista Ament – era in un certo senso la Luna. Ora grazie a voi siamo riusciti a ritagliarci un nostro posto sulla Luna». Un idillio benedetto più tardi da una delle esecuzioni più violente e selvagge di Rocking in the free world. «Where’s Ben Harper when you need him? Mmm… vaffanculo» bofonchia Vedder al microfono. E Ben arriva, insieme ai magnifici sette.

Che di vino ne sia scorso a fiumi (sul palco e anche dietro) non c’è il minimo dubbio: Harper, con lo sguardo vagamente spiritato, si attacca all’inseparabile bottiglia di Vedder, tracannando ampie sorsate prima dei cori, mentre le due band scambiano ruoli e strumenti. «A wild bunch of fucking drunkards!» riderà di gusto un fan inglese a fine concerto, sintetizzando alla perfezione il clima incandescente e alcolico sul palco. Poco da aggiungere, se non che i Pearl Jam – almeno per qualità e intensità delle performance, onestà, carisma, maturità, fede cieca nel verbo rock, solidità artistica e totale dedizione al proprio pubblico – con ogni probabilità si candidano a eredi unici di Bruce Springsteen. Un azzardo?

(da Buscadero, settembre 2010)

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