Ben Bedford – Land of the Shadows – Hopefull sky records (2009)

La seconda prova in studio di Ben BedfordLand of the Shadows, è un disco che profuma di legno ed è popolato da storie di ordinary people. Bedford, dopo il positivo esordio di Lincoln’s Man, datato 2008, continua sulla linea dello storytelling più fedele alla tradizione americana. Anche in questo nuovo episodio infatti risulta difficile scindere l’anima dello scrittore da quella di musicista. Ci sono undici tracce e dieci storie da narrare all’ombra di un albero, dieci racconti che alle parole avvicinano un chitarra spesso arpeggiata, un violino, banjo, dobro, contrabbasso, fisarmonica e, solo raramente, le coloriture di strumenti elettrici sempre settati sul un canale rigorosamente ‘clean’. I riferimenti vanno tutti in direzione di Townes Van Zandt, Guy Clark, Richard Shindell e Patty Griffin, autori che Bedford indica come propri artisti di culto. Il talento nei testi non manca, il gusto nella costruzione delle canzoni neppure.

Si ascoltano molte ballad campestri sospinte in avanti da lunghe note di archi (notevoli in questo senso sono Twenty one The Sangamon) e pezzi che suonano come veri e propri attracchi alla tradizione folk. L’oscuro zydeco elettrificato di Mother Jones on the line ne è un ottimo esempio, mentre nella strumentale Ten Paces sapori celtici e bluegrass si amalgamano in melodie fuori dal tempo. Bedford, dicevamo, è un musicista non meno di quanto sia uno scrittore. La passione per le storie ben raccontate la si può intuire anche dagli studi universitari e dalla successiva indecisione nell’intraprendere la carriera di insegnante di Storia o quella di folksinger. In Amelia, brano che torna alle gesta della leggendaria aviatrice americana Amelia Earhart – nel 1932 fu la prima donna a compiere un volo transatlantico decollando da Harbour Grace e atterrando nel nord Irlanda – le due passioni trovano perfetta armonia mettendo insieme una delle migliori tracce.

Certo, gli equilibri fra la voglia di scrivere e la necessità di testi asciutti ma densi di narrazioni (a parere di chi scrive una delle più grandi magie della popular music) sono ancora da trovare. Il minutaggio di alcune canzoni punta ancora troppo verso le short stories a discapito delle songs vere e proprie. Ma la prova è più che soddisfacente, e per ogni ulteriore conferma ci sentiamo di non avere il minimo dubbio sulla bontà del terzo album.

(da RootsHighway, 2010)

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