Mumford & Sons @ Covo Club, Bologna – 30 aprile 2010

Recuperare un biglietto per la data bolognese dei Mumford & Sons, la prima in Italia, è a suo modo un’impresa. Il Covo è uno splendido locale in cui sentire concerti: piccolo, raccolto, buio, senza quinte e con un palco minuscolo. Nessuna separazione reale fra scena e platea, tanto che chi suona, per raggiungere il palcoscenico, deve fendere la folla che si accalca nel lungo corridoio, salire tre scalini e, finalmente, raggiungere gli strumenti. Insomma, un posto perfetto per ascoltare le irruzioni acustiche della band alternative-folk più seguita del momento. Assicurarsi un biglietto non è cosa semplice: presi d’assalto da telefonate e mail con almeno un mese d’anticipo i ragazzi del Covo decidono di inventarsi una procedura spietata. Da staccare ci sono solo 250 biglietti. Per prenotarne uno (o due al massimo) occorre spedire una mail alla mezzanotte di Pasqua. Si va in ordine: i primi entrano, tutti gli altri fuori. E la conferma arriva direttamente dallo staff del Covo, il giorno seguente, ancora una volta tramite posta elettronica.

Dopo appena tre ore, si vocifera la sera del concerto mentre Johnny Flynn & The Sussex Wit scaldano l’atmosfera, pare che i posti disponibili fossero già tutti esauriti. Un copione non molto differente da quello scritto al Circolo degli Artisti di Roma, seconda tappa del tour italiano di Mumford e soci. Stasera in viale Zagabria ci sono proprio tutti: nerd dediti all’indie-rock più oscuro che si aggirano con stampato sulla t-shirt ‘I listen to bands that don’t even exist yet’, amanti della scena londinese capaci di snocciolare decine di nuovi nomi da tenere d’occhio, navigati amanti del vecchio folk inglese e irlandese, studenti poco più che ventenni possibili reduci di una serata passata a ballare su beat elettronici, e ragazzine che per gli sguardi languidi di Marcus Mumford e i riccioli biondi di Ted Dwane hanno completamente perso la testa. Che i quattro ‘gentlemen of the road’ siano un fenomeno pop, oltre che gli autori di uno dei migliori dischi del 2009, lo testimoniano a sufficienza i flash a raffica che ritraggono Marcus accanto a giovanissime fans mentre, accompagnato dalla bionda fidanzata e con una birra in mano, tenta inutilmente di seguire l’opening act di Johnny Flynn. Sul fondo della sala, defilato e a braccia conserte, c’è anche Winston Marshall, il banjo elettrico della band. Intanto Flynn, alla voce e fra strumenti a corde, pronto a impugnare una tromba quando serve, regala un set in cui un folk malinconico a base di fingerpicking dalle parti di Langhorne Slim si intreccia a divagazioni più vicine a un buon rock elettroacustico.

Quando, dopo un interminabile cambio palco, dalle prime file i Mumford & Sons raggiungono gli strumenti fra grida, strette di mano e pacche sulle spalle, si è già capito che la serata sarà di quelle che non si dimenticano. E’ lo spettacolare impasto vocale di “Sight No More” ad aprire le danze (perché si ballerà, eccome se si ballerà…) e Marcus Mumford è da subito il perno attorno al quale gira tutta la band. Osservare questo ragazzone dalla voce d’angelo vibrare plettrate sulla sua Martin’s con la gentilezza che riservano soltanto due braccia da boscaiolo, è uno spettacolo che spiega – con un linguaggio tutto fisico e con l’aiuto di litri di sudore – perché strutture e stilemi di una musica vecchia di centinaia d’anni, se applicate a un gusto moderno della melodia, sanno regalare album speciali come “Sight No More”. Cuore melodico e sezione ritmica insieme, Marcus è un musicista che pare cantare e suonare costantemente scisso in due: sul volto l’estasi del cantato, la pulizia di una voce dolente ed evocativa, nelle mani arpeggi e tempi spesso non semplici da coordinare per un cantante. Nelle gambe invece l’urgenza brutale di una cassa in quattro che si porta dietro l’eredità di secoli di traditionals inglesi e irlandesi. Tutto intorno ci sono il banjo profumato d’America di Winston Marshall , il pulsare profondo del contrabbasso gommoso di Ted Dwane, e le note di una tastiera – quella di Ben Lovett – capaci di riportare le lancette all’anno di grazia 2010, quando sono i Coldplay a dettare il lessico del nuovo pop. La più grande incognita di questo live, almeno per chi scrive, era la resa dell’epica antica e potente che si respira nel disco. L’assetto minimo della formazione, privo quindi di quelle piccolissime ma sapienti giunte strumentali che si ascoltano qua e là nel lavoro in studio, poteva rappresentare una trappola. Invece nemmeno un filo di quello spirito va perso. L’esecuzione in sequenza di “Awake My Soul”, “Little Lion Man” e “Roll Away Your Stone” («Domani è il primo maggio e questa è una canzone per ballare») spazza via ogni dubbio.

Qui è Bologna, ma stasera potremmo essere in un angolo qualsiasi di Londra, Dublino, o nella bolgia infernale di una bettola della vecchia Five Points. Il Covo diventa presto un corridoio oscuro e ribollente, dove l’aria si incendia al suono di legno che vibra, corde torturate e pelli percosse. Chiamatelo pop acustico, indie-folk, alternative-folk, neo-folk. Chiamatelo come volete, per noi sono solo ballad e furiose tavern song degli anni Duemila che parlano di cuori distrutti e alte speranze. E tanto basta perché l’onda di duecentocinquanta teste si scuota all’unisono coi quarti di cassa massacrati da Marcus, ora piegato in due per tenere testa alla chitarra e al pedale insieme, nell’eterno dualismo di questa musica fatta di quiete prima e di tempesta poi. E sembra davvero tutto lì, a portata di mano, il loro ingrediente segreto: nel micidiale break di “Roll Away Your Stone”, quando gli strumenti a corda si fermano di botto e rimangono solo i piedi dei quattro musicisti a scandire quindici colpi netti, nell’improvviso silenzio stupefatto del Covo. E al vuoto segue l’esplosione di cori, corde, applausi e grida. Una festa di una gioia e di un calore tali che la band pare sinceramente stupirsi. «Ho studiato un po’ di italiano quando ero a scuola, mi ricordo una frase: “I tuoi occhi brillano come la luna, ma le tue mani sono troppo pelose”», scherza Marcus in un intermezzo, dopo l’inedita “Nothing Is Written”, ballad per voce, chitarra e piano che, se sulle prime battute non sfigurerebbe fra le tracce di “Shine” di Daniel Lanois, poi fila via sempre più leggera per travolgere musicisti e pubblico. Un secondo inedito, “Lover of the Light”, una composizione dai forti accenti rock sulla coda, spunta a metà concerto, con il leader della band seduto dietro alla batteria (la userà solo in un paio di pezzi). “Thisle & Weeds” vede l’aggiunta di una lunga introduzione pianistica di Lovett, che dei quattro è anche il più incline a piccoli preziosismi. È una delle poche variazioni notate rispetto all’album, e forse proprio la completa fedeltà agli originali e il poco spazio lasciato all’improvvisazione costituiscono l’unico, impercettibile difetto annotabile nella cronaca di un concerto memorabile.

Gli ultimi fuochi di un set senza tregua e durato un’ora e un quarto sono quelli di “Timshel” e “The Cave”, il cui ritornello («I will hold on hope/And I won’t let you choke») diventa un canto di battaglia sufficiente per soffiare via ogni orlo di nuvola nera. «Di solito a questo punto dello show usciamo e aspettiamo di essere richiamati per l’encore. Ma non ci sono le quinte stasera, quindi ora fate come se fossimo usciti e poi rientrati!». Marcus torna alla batteria e chiude la scaletta, dodici brani in tutto, con una “Dust Bowl Dance” abbandonata solo dopo una lunga coda strumentale ai limiti della psichedelia. La speranza è quella di rivederli presto, prestissimo in Italia. Un live esaltante per chi era in cerca di conferme, una prova di solidità per coloro che temevano un inevitabile calo della band dal vivo. Con un esordio così, ora, la vera sfida sarà non deludere le aspettative che cresceranno attorno a un secondo, delicatissimo album.

Vai alla gallery – Foto © Luca Muchetti

(da Buscadero, giugno 2010)

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