Gianmaria Testa @ Auditorium Fabrizio De André, Castelverde (Cr) – 7 marzo 2010

Storie di amori persi nel cavo dell’onda, di migrazioni  infinite fra passato e presente, di piccoli e grandi miracoli possibili dentro tasca di un qualunque mattino. Storie di uomini, di terra e di mare. Gianmaria Testa passa anche dalla piccola sala di Castelverde con un tour che dall’Europa, in aprile, lo porterà dall’altra parte del mare, in quella New York solo intuita da lontano, in quell’America senza più la patina di promised land narrata fra le ammaccature e la salsedine di tante canzoni. MusicAgorà, neonato festival appena  giunto alla  sua seconda edizione, regala un ottimo concerto per sola chitarra e voce dell’ex capostazione partito da Cavallermaggiore per conquistare le sale da concerto di mezzo mondo.

Sulla scorta dell’ultimo album pubblicato e intitolato, non a caso, SOLO, Testa calca il palco circondato da tre chitarre, un tavolino e un calice. Estetica minimale, occhialini e capelli arruffati, aria di un puntiglioso capostazione, appunto, ma con vagoni di storie da raccontare. Lo chansonnier piemontese dà il via alle sue quasi due ore di live con  Dentro la tasca di un qualunque mattino. Viaggio, memoria e poesia del quotidiano sono le tre direttrici lungo le quali sembrano muoversi i personaggi e le voci dello show. Per questo, prima di cantare Una lucciola d’agosto, gli viene facile parlare di ricordi da bambino, di notti estive passate in campagne piene di lucciole. Lucciole magiche la sera, se imprigionate sotto a un bicchiere, ma simili a vermi se osservate, ormai morte, il mattino seguente. Testa è uno di quegli storyteller (di certo molto più vicino alla scuola francese che non anglosassone) col raro dono raro di passare dall’intimo e dall’autobiografico al sociale senza che la poesia venga meno, senza che toni e tensione mostrino stacchi o cedimenti. Anche per questo uno dei momenti più alti dello spettacolo lo viviamo quando Testa introduce – citando la poesia Naufragi di Erri De Luca – due fra le sue tante composizioni dedicate a «migratori senz’ali, contadini di Africa e di oriente» che «affogano nel cavo delle onde» al largo di una «terraferma Italia» che «è terrachiusa». La disillusione di Rrock e Il passo e l’incanto – la storia di un amore possibile  prima trovato fra la disperazione e le speranze di un barcone, e poi perso nelle maglie di un CPT – sono parabole tristi che, ascoltate oggi, spiegano con la loro assoluta attualità (e smisurata umanità) uno dei possibili motivi per cui Da questa parte del mare rimane l’ultimo e più recente lavoro in studio del cantautore.

Non si pensi che a mancare siano guizzi spensierati o ironici: in scaletta compaiono una divertita e corale versione di Al mercato di Porta Palazzo, col ritornello cantato dal pubblico, e una cover della vecchia Falling in love again, versione anglofona di Ich bin von Kopf bis Fuß auf Liebe eingestellt di Frederick Hollander, con la quale Testa scherza sulla propria conoscenza della lingua inglese. Le ultime note a risuonare nell’auditorium ‘Fabrizio De André’ – dopo il tradizionale Miniera (a proposito di vecchi immigrati italiani in cerca di eroi da raccontare…) – sono quelle di Hotel Supramonte, riproposta con una voce a metà strada fra la profondità Fossati e le dissolvenze in nero di Cohen. Tre nomi che la dicono lunga sulle possibili affiliazioni folk di Testa.

(da Buscadero, aprile 2010)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...