Justin Currie – “The Great War” – Rykodisc/Audioglobe (2010)

Il ritorno dello scozzese Justin Currie, che qualcuno ricorderà per la lunga militanza nei Del Amitri – band mai ufficialmente scioltasi ma ‘congelata’ dopo qualche uscita, all’inizio degli anni Duemila, non proprio esaltante in termini di vendite – ha il ritmo fresco di The Great War, nuova esperienza solista che mette in evidenza soprattutto l’ottimo stato di salute del songwriter di Glasgow. In queste dodici tracce lo vediamo non solo in qualità di cantante, ma anche come musicista alle prese con vari strumenti, affiancato dal fido Mick Slaven, già chitarrista dei Del Amitri. Le venature pop di The Great War, confluite poi in una sorta di summa di influenze che per la maggior parte dei casi sfociano in un rock piacevolmente radiofonico, non devono però trarre in inganno.

L’ultimo capitolo di Currie sembra infatti il frutto di una gestazione, a livello di testi, particolarmente complessa e sofferta. Il pop-rock, gli accenni rhythm’n’blues, le coloriture chiare che predominano per gran parte dell’album celano infatti la fatica di far convivere tematiche non sempre assimilabili a un comune denominatore. Non a caso Justin definisce il titolo del disco come una grande metafora ‘flessibile’: «E’ dura trovare il titolo giusto di un album. Devi sempre trovare qualcosa di non specifico ma che comunque stia bene addosso a una collezione di canzoni. Ho notato alcuni riferimenti alla lotta e al conflitto nei testi. Non credo ci sia una sola canzone che non ne risuoni in qualche modo».

E così eccola spiegata questa ‘grande guerra’ di canzoni scritte con l’umiltà di chi, proprio nella classica forma-canzone, vede un magnifico sistema di combinazioni multiple e infinite, piuttosto che una gabbia di cui sbarazzarsi. Forse proprio per questo motivo Currie si diverte a esplorare tutti gli orientamenti musicali che più trova nelle sue corde, senza mai far mancare un’attenzione maniacale nella cura dei suoni, smaccatamente derivati dal mondo folk-rock da sempre frequentato, ma non per questo cristallizzati o fuori dal tempo. I risultati migliori li troviamo nei solchi di ballad elettroacustiche e mid-tempo come At Home Inside Of Me, o con l’inaugurale A Man With Nothing To Do, piene di quelle melodie semplice e dirette che spesso fanno la differenza nei dischi che ascoltiamo. Ma c’è anche grande pop-rock, quello che – una volta di più – ci piacerebbe vedere in rotazione su emittenti musicali generaliste troppo impegnate a cercare fortuna lungo ben altri lidi.

(da RootsHighway.it, 2010)

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