Patti Smith & Her Band @ Arena Giardino, Cremona – 11 settembre 2009

Nel vederla ancora una volta dal vivo c’è qualcosa che ci riporta tutti quanti direttamente al cuore della questione: il rock’n’roll. Il rito, il mistero, il riscatto, la rivolta, la redenzione, l’avvicinamento al divino, forse la riconciliazione. In quanti modi vogliamo leggerla e rileggerla, la musica di Patti Smith imbuca sempre una strada destinata ad interrompersi di fronte al mistero (e al ministero, aggiungerebbe Springsteen) di quei «tre accordi rock fusi con la forza della parola». In Italia per due sole date dopo il tour acustico estivo, la Sacerdotessa ha regalato una coppia di prodigiosi concerti: il primo nella splendida piazza Santa Croce, a Firenze, sulle orme dello storico concerto del 10 settembre 1979, il live che sancì il lungo allontanamento dal palcoscenico, il secondo all’Arena Giardino di Cremona, in occasione dell’ultima serata del Festival di Mezza Estate.

Non occorre certo ricordare i dolorosi capitoli della vita privata di Patti, quelli che separano la ragazzaccia ‘wild & free’- abituata a prendere d’assalto al CBGB di New York – dalla donna matura, carismatica e dai modi di fare misurati e avvolgenti restituitaci dagli anni Novanta, ma le due ore di live lirico, onirico e selvaggio viste a Cremona spingono necessariamente a qualche considerazione. La setlist è imbastita pochi minuti prima di salire sul palco: Horses fa da spina dorsale all’intero show, dando un’impronta ben definita al live act con cinque pezzi. Sono Kimberly, Birdland, Break It Up, Free Money e una prodigiosa versione della morrisoniana Gloria, poi dilatata dal più classico dei “call and response” col pubblico. Quando poco dopo le 21 le luci si spengono, e Patti raggiunge il centro del palco in anfibi e cappellaccio giallo, tutto inizia da Frederick (dedicata al marito scomparso) e da Kimberly (ispirata dalla sorella), due canzoni provenienti da dall’immaginario più intimo e familiare della rocker di Chicago. Come se la Patti Smith del 2009 non potesse venire in alcun modo scissa dagli eventi che le hanno cambiato il corso della vita, tanto privata quanto creativa.

Il resto della serata si muove attorno a classici estratti da Wave, Easter e dal più recente Trampin’. Si ascoltano Dancing Barefoot, sulle cui note per qualche minuto le file ordinate di posti numerati nell’arena vacillano – tentate dalle ritmiche sinuose del basso Tony Shanahan e della batteria di J. Dee Daugherty -, il mantra di Ghost Dance che Patti recita ondeggiante, febbrile e quasi in trance,  trasformando gradatamente il brano in una marcia indolente verso due magnifiche ballad vecchio stile.

Eccole, We three e una versione di Peaceable Kingdom che spacca in due il cuore. Sulla coda di quest’ultima la Sacerdotessa introduce la prima strofa di People Have the Power nelle misure di un talking blues privo di blues, prima di lanciarsi in uno dei più potenti inni di rivolta e speranza mai composti. Cinque minuti a una sola voce,  sostenuti dalle chitarre percussive di Lenny Kaye e Tom Verlaine, l’uomo della seicorde «capace di far pensare all’urlo di mille uccelli» ma che per tutto il concerto rimarrà defilato e seduto, nell’oscurità alla sinistra della scena. Il pubblico è calamitato sotto al palco e Smith canta a pugni alzati incitando a ripetizione «Use your voice!». Poi il tuffo al cuore di Because the night, con quel testo e quella voce che all’amore impolverato e pronto a tutto di Springsteen sostituiscono una vena languida e dolente a un passo dalla disperazione.

Se Gloria col suo leggendario e oltraggioso attacco «Jesus died for somebody sins, but not mine» accende la miccia degli ultimi fuochi, Rock’n’roll nigger corrisponde alla detonazione definitiva. Cinque minuti di furia punk scritti prima ancora che il punk fosse nato e suggellati dal sacrificio di una Fender Stratocaster nera scorticata fino alla distruzione dell’intera muta di corde. Poi un ballo scatenato con una ragazzina invitata dalle prime file pubblico. «She-is-the-future! She-is-the-future!» urla Patti, stravolta e felice, alzando la mano della giovanissima fan. Cuore e cervello, dolore e amore, poesia e rabbia, rivolta e riscatto. Pace. Forse è qui il miracolo indicibile che rende questa musica uno strumento perfetto per raccontare (e agire) tanto nella dimensione più intima così come in quella più comunitaria. È solo rock’n’roll, ma parla di noi. E per una notte almeno, per noi almeno, è una questione di vita o di morte.

Vai alla gallery- Foto © Luca Muchetti

(da Buscadero, novembre 2009)

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