Maurizio Rolli Big Band – Rolli’s Tones – Wide Records (2009)

Maurizio Rolli aggiunge un tassello all’infinito (e qualche volta traumatico) flirt fra jazz e rock music. Lo fa con un disco che ha molto a che fare con l’animo del Rolli adolescente e molto poco con le possibili elucubrazioni del navigato jazzman.Rolli’s Tones in qualche modo riallaccia quei fili che, in un periodo tanto amato quanto ripudiato della storia del rock, il bassista/contrabbassista era stato costretto ad abbandonare, isolato da tutti quegli amici che – come racconta nelle divertenti note di copertina – fra i 15 e i 20 anni preferivano ondeggiare al tempo delle melliflue vibrazioni della musica da discoteca, oppure cullarsi nel cantautorato più serioso (quello certamente non rispondeva all’urgenza elettrica del giovane Rolli).

La sbornia nel nuovo verbo rock esploso dal ventre blues di Hendrix e degli Zeppelin aveva restituito una generazione di musicisti colti e imparentati con la musica classica. Maurizio, inquieto, navigava a vista nel mezzo di questo mare agitato e imprevedibile. Forse soltanto il presagio del fulminante incontro che sarebbe avvenuto di lì a poco coi dischi dell’amatissimo Jaco Pastorius e della big band di Gil Evans.

Si dice che quel che incontri a vent’anni poi nella vita non ti lascia mai più. Così deve essere stato anche per Rolli se oggi lo troviamo a fare i conti con quella parte di anima musicale che – a qualunque livello del palco si finisca: sopra a suonare, sotto ad ascoltare – avrà sempre e comunque voce in capitolo nei nostri orientamenti. Armato di basso come Jaco, accompagnato da una grande big band come Gil, Rolli torna a suonare il rock ciclopico degli Yes (“Changes”) e dei Rush (“Losing It”) ma anche quello di strada di Hendrix (“Little Wing”), quello virato pop dei Police (“Every Breath You Take”) e quello più hard e sbracato degli Aerosmith (“Mia”) e dei Black Sabbath (“Diary of a Madman”).

Una tracklist composta col cuore, suonata con altrettanta innocente passione, impreziosita da un paio di composizioni originali (sono “Anelalta” e “Impulse” posizionate proprio nel cuore della scaletta) e confezionata non senza una sana dose di ironia all’interno di un packaging che strizza l’occhio a un’estetica punk-fumettistica. Siamo sensibili a tutto: quindi aggiungiamo pure che il titolo, Rolli’s Tones, ci piace parecchio, perché fa il verso alla rock’n’roll band per antonomasia senza per questo includerla fra le riletture in chiave jazz-fusion dell’album (e pertanto elevando Jagger e soci a una pura categoria dello spirito).

Insomma, qui anche i minimi particolari ci spingono a valutare più che positivamente questa operazione discografica capace di mettere d’accordo l’irruenza propria della musica che sconvolse l’America con la complessità strutturale jazzistica senza generare mostruosi ‘Moloch’ pachidermici e pacchiani. Il primo plauso va a Rolli e alle sue scelte d’arrangiamento, il secondo allo straordinario feel degli strumentisti che lo circondano anche grazie alle partecipazioni di Hiram Bullock, Stefano ‘Cocco’ Cantini, Peter Erskine, Bob Franceschini, Bob Sheppard, Mike Stern e Achille Succi.

Un disco che ribadisce, se mai ce ne fosse bisogno, che la musica non si divide in generi, ma soltanto in buona o cattiva. Ascriviamo Rolli’s Tones alla prima categoria senza la minima incertezza.

(da All About Jazz Italia, 2009)

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