Ben Sidran – “Dylan Different” – Microcosmo Dischi (2010)

Un Bob Dylan talmente different, da risultare trasfigurato. Ben Sidran rende omaggio a suo modo al Poeta che ha traghettato il folk nel rock pescando dodici canzoni nello sterminato repertorio del cantante di Duluth e chiudendosi in una fattoria alsaziana per registrare il tutto insieme a una numerosa schiera di amici fra cui si contano anche Rodolphe Burger, Jorge Drexler, Georgie Fame, Bob Malach e Michael Leonhart. Il risultato è questo Dylan Different, album che – più che puntare su riletture di facile effetto, magari ricche di registri e spettacolari trasformazioni, come sarebbe lecito aspettarsi – sceglie di seguire un’unica grande chiave di lettura: minimale, spesso soffusa, fumosa, notturna, qua e là costellata da leggeri sussulti rhythm’n’blues e guidata da una voce oscura e pastosa.

La scaletta, che include classici assoluti come l’inflazionata “Knockin’ on Heaven’s Door,” “Subterranean Homesick Blues,” “Highway 61 Revisited” e persino “Blowin’ in the Wind,” è un secondo elemento che depone a favore dell’onestà intellettuale di Sidran. Nessuna scappatoia verso episodi minori, nessuna ‘riscoperta’ in odore di scorciatoia verso quel Dylan meno conosciuto al grande pubblico. Il produttore- musicista di Chicago, pur dichiarando nelle belle note di copertina di aver saldato il suo debito musicale col Menestrello suonando canzoni che, innanzi tutto, sono fonte di grande divertimento, dimostra abbondantemente di affrontare la questione nel modo più personale ma anche rischioso possibile. Nessun fuoco d’artificio e nessuna incertezza nel rimettere mano a canzoni che non sarebbe inimmaginabile vedere iscritte, in un futuro non troppo lontano, alla lista capolavori del patrimonio orale e immateriale dell’umanità.

Quello che Sidran restituisce è un Dylan comunque profondamente trasfigurato, si diceva, e che potrebbe far storcere il naso a coloro che amano tenere ben presente il contesto in cui certe canzoni sono state scritte e pubblicate, a coloro che vivono l’amore per Dylan come una militanza e a coloro che non vogliono o non riescono (mai come in questo caso a buona ragione) a scindere le liriche dalla musica. A questi amanti splendidi e disperati del Poeta, con ogni probabilità, l’operazione di Sidran suonerà come troppo ardita e – si passi il termine – addirittura poco rispettosa. Ma come capita spesso, quando l’argomento è Bob Dylan, i confini di colpo sfumano, e certe considerazioni sembrano valere almeno quanto il loro contrario.

Di quanti e di quali Bob Dylan potremmo parlare? Il folk-hero, il rocker, il poeta, il risorto? L’icona pop? Il Dylan annullato nelle e dalle proprie canzoni, diventate in più di un caso definitivamente canzoni appartenenti al mondo intero? Il Dylan che in concerto si diverte a massacrare le proprie melodie polverizzando la rappresentazione collettiva di se stesso? L’enigma dietro la leggenda, negli ultimi anni, sembra aver gonfiato ancora di più la figura di un artista che – attraversando la storia – ha attraversato e rimodellato anche miliardi di vite e altrettanti immaginari. Perché Dylan è mistero che si alimenta della propria consapevolezza di essere ovunque. O da nessuna parte.

In virtù di tutte queste considerazioni (sulle quali ogni tipo di approfondimento ho il sospetto ci porterebbe a un pugno di mosche) pare più che normale apprezzare lo sforzo di Sidran nel raccontarci il volto del suo Dylan. Certo uno, fra gli innumerevoli possibili, ma comunque personale. In ultima analisi questo album può essere letto come un self protrait di Ben realizzato tramite le canzoni di Bob. Un gioco di specchi che confonde l’artista tributato con l’autore del tributo. Un regalo sincero, a noi e a Dylan stesso, pensato da uno dei tanti musicisti contagiati dal virus sparso da quell’«uomo venuto fuori da chissà dove – come racconta Sidran -, che inizia a parlare di cose magiche, ultraterrene, e che spinge col suo esempio un mucchio di persone a fare la stessa cosa»: Mr. Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan.

(da All About Jazz Italia, 2010)

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