Ivano Fossati – Teatro Ponchielli, Cremona – 1° febbraio 2009

Più rock e più sereno di un tempo, con la poesia di sempre. Ciò che subito stupisce di questo ritorno teatrale di Ivano Fossati è la spinta in avanti che il cantautore genovese ha voluto imprimere alle chitarre: quelle dei fidati Fabrizio Barale e Riccardo Galardini, ma anche alla Gretsch rossa fiammante che il cantautore genovese imbraccia fin dalla prima canzone in scaletta, una versione di L’amore trasparente che, da sola, vale come dichiarazione d’intenti. Cremona non è una tappa come le altre. Fossati questa sera torna sul palco del teatro in cui – ormai sedici anni fa – volle registrare la coppia di album acusticiBuontempo e Carte da decifrare, due capitoli discografici annoverati fra i più felici della carriera di Ivano. Qui c’è un pubblico composito e fedelissimo, qui, quando è lui a salire sul palco, inspiegabilmente si combinano strane alchimie. Se non ci credete rispolverate qui due vecchi live: sarete costretti a ricredervi.

La data cremonese viene aperta dal giovanissimo autore palermitano Gaetano Civello con tre brani per sola voce e chitarra che fanno ben sperare per il futuro: sono due brani originali e una intensa cover diImpressioni di settembre. Se Fossati dichiara che «in futuro sentiremo parlare ancora di lui», c’è da fidarsi. È lo stesso Civello a introdurre Fossati e la sua band fra gli applausi. Il primo tempo di questo nuovo spettacolo è composto quasi interamente dai brani dell’ultimo album Musica moderna. La guerra dell’acqua (la canzone più marcatamente sociale del disco) è colorata di intarsi funky, e arricchita da una steel guitar lanciata in scalate armoniche verso chiarissime vette. Svanite nel nulla le inclinazioni cameristiche degli anni Novanta, smesse le vesti del pensieroso cantautore che nel 2003 ancora si aggirava per il palco in giacca e pantaloni scuri rimuginando su malinconie sconfinate, il nuovo Ivano Fossati è un uomo che ha camminato a lungo, ha navigato mari lontani e torna sulla terra ferma baciato dal sole con un pugno di canzoni solide come raramente accade di sentire. E’ il caso di Il rimedio, seguita a ruota da Last Minute (il loop iniziale è il calco di On the run dei Pink Floyd) e da Cantare a memoria, brano che sotto la pelle della classica love song nasconde riferimenti tanto celesti quanto terrestri, una sorta di preghiera laica all’amore universale. Il paese dei testimoni è retta dalla scansione ritmica della batteria netta e precisa di Claudio Fossati e, nel finale, incorpora la progressione cromatica di Jimi Hendrix in Hey Joe elevando a due i chiari rimandi al mondo del rock.

Il respiro del vecchio cantautore si fa sentire solo più in là, quando la pianistica La costruzione di un amore – recuperata da La pianta del tè – scioglie la platea in un lungo applauso. Non mancano classici come Una notte in Italia e Buontempo, quest’ultima trasfigurata, in crescendo, in una sorta di inaspettato carribean rock. Vengono poi Il bacio sulla bocca, Italiani d’Argentina e un altro classico come I treni a vapore. La conclusione pesca nel passato più o meno recente con L’arcangelo, Lindbergh, Naviganti e una spettinata versione di La musica che gira intorno, cantata a cuore aperto tanto da Fossati quanto dal suo pubblico, tutto in piedi fra i legni e il rosso porpora di un Ponchielli illuminato a giorno. Un concerto che suona come una sorpresa e una conferma al tempo stesso. Un live in cui la poesia dell’umanità messa a nudo ci commuove, almeno quanto la voglia di comunicare in modo limpido e diretto le nuove canzoni ci disegna un sorriso raggiante sul volto all’uscita da teatro.

(da Buscadero, marzo 2009)

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