The Pines – “Tremolo” – Red House Records (2009)

Ci sono dischi che sembrano scritti apposta per essere ascoltati in completa solitudine, magari in macchina durante un lungo viaggio o in notti d’estate serene. In quei casi, inspiegabilmente, gli scenari rurali (e le storie universali) che un album come Tremolo richiama al nostro immaginario sono separati dalla realtà che ci circonda, ovunque noi ci troviamo, da uno scarto davvero stretto. Miracoli della musica di The Pines, probabilmente, duo di Minneapolis che con questo lavoro licenziato da Red House Records e distribuito in Italia da IRD (dopo Sparrows in The Bell, del 2007, e un omonimo album datato 2004 oggi introvabile e fuori produzione) torna a vagabondare su strade blu costellate di folk e roots, mai appiattite su una mera riproposizione di clichè del genere ma al contrario aperte a soluzioni che in più di un caso mescolano le carte e strizzano l’occhio al blues. 

Succede fin da subito nell’inaugurale Pray Tell – brano che non sfigurerebbe nella produzione acustica più recente di John Mellencamp – dove si nota un certo respiro più in linea col blues acustico che non con la tradizione bianca a cui si rifà in realtà gran parte dei Tremolo. A prevalere è un tono intimo e appartato, poco incline a scorribande rumorose e piuttosto votato all’accompagnamento chitarristico attorno a cui si organizzano basso e batteria, chiamati più che altro a puntellare un ottimo songwriting che di per sé basta a rivelare le radici forti del progetto. Scrittura cristallina nella composizione, umanissima e onesta nelle liriche: ecco gli ingredienti d questo album. Ne è un ottimo esempio Heart And Bones, uno dei pezzi più ispirati della tracklist, sostenuto da fini giochi d’arpeggio delle chitarre e irrobustito dal cuore pulsante di una sezione ritmica sempre misurata.  ha dalla sua parte un timbro particolare, capace di ricordare da vicino la voce del Willie Nile più in vena di malinconie acustiche (ma svuotato dello stupore dylaniano tipico del cantante di Buffalo) e segnato da un pathos vibrante e dolente. Accade in Shine On Moon, scura ballad dai vaghi rimandi all’ultimo Joe Henry, nella spettrale Lonesome Tremolo Blues, e nella godibilissima cover di Spider John Koerner Skipper And His Wife, dove l’impasto vocale di Huckfelt con il compagno di band Benson Ramsey crea giochi armonici che ci sarebbe piaciuto sentire più spesso ascoltando le dieci tracce di questa tracklist. Un disco scritto e suonato con anima, cuore, gusto e tecnica. Un lavoro capace di evocare un interno mondo. Il curriculum che il duo vanta fin qui, d’altra parte – con apparizioni sul palco di artisti come Bon Iver, The Holmes Brothers, Jolie Holland, The Arcade Fire – non lascia adito a dubbi sul valore di un gruppo che, pescando nella tradizione, crediamo avrà ancora molto da dire.

(da RootsHighway, 2009)

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