Sergio Caputo e il “suo” jazz

Cantante e chitarrista, innamorato dello swing, pop star (quasi) per caso grazie a Un sabato italiano, Sergio Caputo dagli anni Ottanta a oggi ha inanellato collaborazioni con Dizzy Gillespie, Lester Bowie, Tony Scott, Mel Collins dei King Crimson, Tony Bowers dei Simply Red, Enrico Rava, Roberto Gatto, Roberto Nannetti, Giulio Visibelli, Ettore Bonafe, Raffaello Pareti, Danilo Rea, oltre a grandi nomi della canzone italiana. Dopo essersi concesso una passeggiata nel mondo della narrativa con il romanzo pubblicato da Mondadori Disperatamente (e in ritardo cane), ha da pochissimo licenziato un nuovo album, un live intitolato La notte è un pazzo con le mèches, un lavoro capace di restituire l’atmosfera che si respira ai concerti del quintetto di cui è a capo. Dal Folk Studio di Roma agli Stati Uniti, costantemente col cuore diviso fra il jazz e la canzone d’autore, Sergio ha accettato di rispondere alle nostre domande per la rubrica “Osmosi”. Ecco cosa ci ha raccontato.

All About Jazz: Ricordi la prima volta che hai ascoltato musica jazz?

Sergio Caputo: No, ero troppo piccolo. Diciamo che fin da quando ho memoria, sono stato consapevole che esistesse questo tipo di musica. Incredibilmente, il jazz si vedeva spesso in televisione, e la prima cosa che mi colpi’ era che i musicisti jazz “facevano le smorfie” mentre suonavano.

AAJ: Ricordi il primo disco jazz che hai acquistato?

S.C.Decoy di Miles Davis.

AAJ: Chi è il tuo artista preferito?

S.C.: Difficile scegliere, ma alla fine è sempre pareggio fra Davis e Coltrane.

AAJ: Se tu fossi stato un jazzman americano, di quale corrente avresti fatto parte?

S.C.: La prima cosa che ho imparato negli Stati Uniti è che parlare di correnti nel jazz è improprio. La ragion d’essere del jazz è proprio la trasgressione dei confini in favore della contaminazione. Però se fossi stato un jazzman americano avrei probabilmente sviluppato di più la vena latina, sulla scia di personaggi come Tito Puente o Eddie Palmieri. Non dimentichiamo che fu Dizzy Gillespie a creare il link fra ritmiche cubane e jazz, e che da quel momento il jazz e il latino hanno continuato a contaminarsi a vicenda.

AAJ: In che misura pensi che il jazz abbia influenzato la tua musica?

S.C.: Sarebbe più facile dire in che misura non l’abbia influenzata: il jazz ha sempre costituito la parte centrale della mia ispirazione e del mio modo di comporre. Ma siccome per puro caso mi trovai ad adottare i canali commerciali e promozionali tipici del pop, anche le mie produzioni sono vestite da pop. Definisco il mio stile “Pop-Jazz”. Però se ti metti a suonare i miei pezzi in modo rigorosamente jazzistico, ti accorgi che sono nati così. Ciò è particolarmente evidente nel mio ultimo album live La notte è un pazzo con le mèches, un bootleg che cattura la mia musica così com’è suonata davanti al pubblico.

AAJ: Come mai hai sentito l’esigenza di coinvolgere jazzisti nei tuoi dischi? Cosa cercavi che non potevi trovare in un musicista “non jazz”?

S.C.: Beh, lo sviluppo armonico e ritmico dei miei pezzi è tipicamente jazz, per cui la scelta di chiamare dei jazzisti a suonarli è logica. Se mai la difficoltà è trovare dei musicisti jazz che abbiano un approccio più pop allo studio di registrazione. Mi spiego: nel jazz un album si fa in mezza giornata, suonando tutto in diretta, in funzione della spontaneità ma anche del budget; mentre nel pop si lavora con molta attenzione ai dettagli, ai suoni, all’arrangiamento, e questo richiede tempo, pazienza e precisione. Molti jazzisti sono insofferenti nei confronti di questo modo di fare musica.

AAJ: Quale musicista jazz (vivente oppure no) ti piacerebbe che suonasse in uno dei tuoi dischi?

S.C.: Ce ne sono vari, ma preferisco non dirlo. Non vorrei che quelli viventi andassero a posizionarsi nell’altra categoria prima che io abbia l’onore di lavorarci insieme.

AAJ: Un bambino di 6 anni ti chiede: «Cos’è il jazz?». Tu cosa rispondi?

S.C.: Che è un linguaggio complicato e astratto – tipico del mondo adulto – per esprimere in musica emozioni semplici. E per farglielo amare gli farei notare la faccenda delle “smorfie”.

AAJ: Dalle bettole di New Orleans a raffinati jazz club. Il jazz oggi è ancora pop music, nel senso di “popular”?

S.C.: Non credo lo sia mai stato. Il Jazz non è musica “facile” e quindi si rivolge per forza ad un pubblico specializzato. E purtroppo per ogni jazzista che diventa famoso e riesce a vivere della sua arte, ce ne sono decine di migliaia che invece sono ridotti al ruolo di “musica di sottofondo” nei ristoranti.

AAJ: Fra le tante ricadute del jazz sulla popular music, quale pensi sia la più significativa?

S.C.: Non parlerei di ricadute, secondo me quando il jazz si “poppizza” riesce a trovare la strada del grande pubblico, a beneficio poi del jazz più colto. Nel mio piccolo, un numero enorme di persone che non si sarebbero mai avvicinate al jazz, lo hanno fatto passando attraverso di me. Così come accade nel caso di artisti come Diana Krall, Norah Jones, Michael Bublé, ma anche di Sting, o Donald Fagen. Comunque, un caso storico è – ancora una volta – Miles Davis e le sue esternazioni rock-jazz, come pure la sua cover di “Human Nature” di Michael Jackson, che rifece identica, affidandosi solo all’inconfondibile voce della sua tromba per appropriarsene.

AAJ: Credi che il jazz storicamente sia stato più reattivo (nel senso che ha seguito e incorporato trend lanciati da altri generi musicali) o attivo (nel senso che ha lanciato trend poi seguiti da altri generi musicali)?

S.C.: Credo che il jazz abbia seguito un suo percorso parallelo, senza particolarmente lanciare né incorporare altri generi musicali (fatta eccezione per le contaminazioni etniche di cui sopra). Un dato interessante è che nelle majors c’era sempre – e c’è tuttora – una sub-etichetta jazz, con le proprie regole e i propri circuiti promozionali; c’è sempre stata una separazione fra il jazz e il resto della musica, come per la musica classica. E’ una separazione di pubblico.

AAJ: Frank Zappa pensava che il jazz non fosse morto, ma che avesse semplicemente «un odore un po’ curioso». Tu che odore senti?

S.C.: Il mondo della musica di oggi è in fase di radicale cambiamento per via della distribuzione digitale, che influenza a tutti i livelli l’intero processo di come far arrivare la musica stessa al pubblico. Chi non si adegua è destinato a sparire (includo in questo anche le majors). Il jazz dovrà essere capace di scavalcare anche questa barriera, e reinventarsi per sopravvivere nell’era digitale. Un vantaggio è sicuramente la disponibilità immediata della musica online: il jazz faticava ad esistere sugli scaffali dei negozi, mentre adesso è reperibilissimo con tutti i titoli possibili nello scaffalone virtuale. Sarà capace di avvantaggiarsene? L’odore che sentiamo un po’ tutti non è emanato solo dal jazz, ma da tutta la musica in generale. Diciamo che per non avere quell’odore ci vuole oggi molto… fiuto.

AAJ: Il jazz salverà il mondo?

S.C.: Per questo ci vorrebbe un Dio… jazzista.

(da All About Jazz Italia, 2010)

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