Rossana Casale e il “suo” jazz

A dicembre l’abbiamo vista calcare i palchi dei teatri italiani con uno show tutto natalizio a base di jazz, ma Rossana Casale è, forse e soprattutto, una delle voci italiane femminili jazz più vicine al pop. O viceversa. Dalla dance degli esordi al primo singolo scritto da Alberto Fortis, dal palco di Sanremo a Umbria Jazz approdando, molto più tardi, al musical. Giochi e interazioni musicali che solo l’Osmosi più spiegare…

All About Jazz: Ricordi la prima volta che hai ascoltato musica jazz?

Rossana Casale: La musica jazz appartiene a me tanto quanto mi appartiene la mia infanzia. I dischi delle grandi orchestre di Ellington e Gillespie, la voce di Billie Holiday, Dinah Washington, Sarah Vaugan, riempivano l’aria di casa nei fine settimana. Erano i dischi dei miei genitori ed erano il sottofondo alla vita. Era musica normale in casa mia. Così sono cresciuta al suono del jazz e dei dischi dei grandi cantautori della scuola genovese e milanese. E’ stato naturale che poi io abbia ricercato quelle sonorità nella mia proposta di musica ‘pop,’ chiamando dei musicisti jazz a suonarla per me. Grazie alla loro spinta ho poi deciso di immergermi seriamente in quel mondo, spaccando la mia carriera musicale in due strade precise: una jazz, l’altra, diciamo così, pop.

AAJ: Ricordi il primo disco jazz che hai acquistato?

R.C.: Nina Simone.

AAJ: Chi è il tuo artista preferito?

R.C.: Ritrovo in Chet Baker la calma e la creatività che più sento mie, ma è difficile sceglierne uno o una.

AAJ: Se tu fossi stata una jazzista americana, di quale corrente avresti fatto parte?

R.C.: Bebop. O Bepop, facendo una battuta. Mi ritengo comunque, con orgoglio e grazie ai miei musicisti (Luigi Bonafede in primis), una ‘jazzwoman’ italo- americana. Canto jazz puro da ventitre anni in club, teatri e rassegne. Ma, nel contempo, non fermo mai il mio contributo alla musica pop d’autore. Non posso. La musica mi piace tutta. E tutta ha influenzato ciò che scrivo e che voglio cantare.

AAJ: In che misura pensi che il jazz abbia influenzato la tua musica?

R.C.: Tanto. Ed è palese. La cosa più importante però è il senso del viaggio nel profondo, e la continua evoluzione del pensiero che si cela in esso. A volte è baratro, a volte è bisogno di ironia e gioco. Tutta la mia musica, che sia jazz oppure no, ha bisogno di questi elementi. Il senso del racconto, di sé o di altri, è la base di tutto ciò che compongo e di tutto ciò che interpreto. Anche quando filtro questi elementi attraverso standard già composti.

AAJ: Come mai hai sentito l’esigenza di coinvolgere jazzisti nei tuoi dischi? Cosa cercavi che non potevi trovare in un musicista “non jazz”?

R.C.: L’apertura della battuta musicale, lo scambio emozionale, la continua ricerca e, soprattutto, le loro identità, o meglio le loro personalità (dei musicisti intendo) che mi portano a cercare, imparare e mi spingono a non fermarmi mai su di un terreno troppo sicuro.

AAJ: Quale musicista jazz (vivente oppure no) ti piacerebbe che suonasse in uno dei tuoi dischi?

R.C.: John Coltrane.

AAJ: Un bambino di 6 anni ti chiede: «Cos’è il jazz?». Tu cosa rispondi?

R.C.: Una bellissima favola raccontata in milioni di modi diversi.

AAJ: Dalle bettole di New Orleans a raffinati jazz club. Il jazz oggi è ancora pop music, nel senso di popular?

R.C.: Il jazz vive oggi, purtroppo, un grande successo popolare. Dico purtroppo perchè il termine ‘jazz’ viene regalato a musica che con il jazz ha poco da spartire. Ho trovato dischi di Mario Biondi – bravissimo indubbiamente – nel reparto di musica jazz di uno stimato negozio di dischi a fianco di Miles Davis. Cos’è il jazz? Cos’è il blues? Cos’è il soul? C’è molta ignoranza dilagante e poca vergogna nell’ammetterlo. D’altronde ho pure trovato un disco di Allevi – tanto di cappello – vicino a Mozart nel reparto della classica. Come diceva Carmelo Bene: «Se il teatro è pieno vuol a me stesso significare avere fatto ‘un forno’». Bravi gli uffici stampa, non c’è dubbio, che sanno vendere bene i loro prodotti e che vanno sempre dove tira il vento. E poi ci sono le lobby musicali, oggi ancor di più nel jazz che vive il suo momento di gloria. Peccato. Si rischia di perderne il senso più antico, quello più profondo. E così non si conoscono tanti meravigliosi musicisti e cantanti jazz che non trovano luce.

AAJ: Fra le tante influenze del jazz sulla popular music, quale pensi sia la più significativa?

R.C.: Trovo sia stata importante e fondamentale, oltre che a suo tempo molto criticata, l’influenza del jazz sulla bossanova.

AAJ: Credi che il jazz storicamente sia stato più reattivo (nel senso che ha seguito e incorporato trend lanciati da altri generi musicali) o attivo (nel senso che ha lanciato trend poi seguiti da altri generi musicali)?

R.C.: Penso che le grandi evoluzioni in un senso o nell’altro nascano da geni indubbi come Miles Davis o Elvis Costello. Questi hanno lanciato e aperto nuove ‘correnti’ colte, poi raccolte ed evolute nel jazz bianco e nella musica intellettuale più attuale.

AAJ: Frank Zappa pensava che il jazz non fosse morto, ma che avesse semplicemente «un odore un po’ curioso». Tu che odore senti?

R.C.: Frank Zappa è stato uno dei compositori più interessanti dell’epoca moderna ed era sicuramente in ascolto. Ma non credo che oggi direbbe la stessa frase.

AAJ: Il jazz salverà il mondo?

R.C.: La musica tutta è l’unico bagaglio che ci porteremo dietro in momenti difficili, se arriveranno. Il jazz ci regalerà le sue pause piene di pensiero e forse alcune anime troveranno, in quel silenzio, salvezza. Come scriveva il Leopardi (poeta jazz in cuor mio): «E il naufragar m’è dolce in questo mare».

(da All About Jazz Italia, 2010)

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