Mauro Ottolini – “Sousaphonix” – Cam Jazz – distr. IRD (2009)

Tromboni, sassofoni e trombe che strillano come nella più chiassosa orchestra di New Orleans. Chitarre elettriche e liquidi Fender Rhodes che mischiano le carte e spostano la prospettiva da un punto di vista rhythm’n’blues, quando non si divertono a spintonare apertamente verso il rock. Aggiungete pure una sezione ritmica gonfia di funk e indolenze nere, fin dalle parti del dub. Non abbiamo finito. Perché di lato si infila il theremin, questo theremin che dona al panorama un che di goffamente spettrale.

Chi riesce a far stare tutti questi stili, influenze, citazioni e derivazioni in un’unica scatola? Mauro Ottolini, il “Signore degli Ottoni,” col suo progetto Sousaphonix. Nel booklet del CD scelgono di farsi immortalare tutti e dieci stipati all’interno dell’angolo cucina di un camper, mentre in copertina un basso tuba spunta dal retro di una Fiat 500. Le due immagini suonano come una vera dichiarazione d’intenti quando il polistrumentista veronese e i suoi passano da una scattante “Little Slide Funk,” firmata dallo stesso Ottolini (e che esplode a mo’ di rutilante prologo anticipando tutto ciò che si ascolterà nell’ora seguente), al jazz sperimentale di “Charlie M.” dell’Art Ensemble of Chicago o, ancora, virando poi verso una pigra “Tina” di Duke Ellington.

Con l’anima divisa fra melodie cantabilissime e asperità proprie di chi ama sperimentare fino alle estreme conseguenze, in Sousaphonix – più che di arrangiamenti – possiamo parlare di lunghi dialoghi fra strumenti che magicamente danno vita a un unico corpus musicale coeso e spettacolare. Un impianto sonoro dove il suono antico della fisarmonica sembra da sempre abituato a coesistere con l’elettronica, dove la balalaika si accomoda senza troppi rossori accanto alle distorsioni di chitarra elettrica. Un disco “folle,” nella migliore delle sue accezioni, e che probabilmente piacerà – proprio per l’estremo nomadismo sonoro – a Vinicio Capossela, il quale non casualmente ha voluto Ottolini nella band del suo circense Solo Show dello scorso inverno.

Un album selvaggiamente bandistico nell’approccio (forse è proprio il radicamento alla tradizione musicale popolare a rendere così solido il progetto e così distinguibile il marchio di fabbrica di Ottolini) ma del tutto inclassificabile se tentiamo di incasellarlo entro un genere preciso. Il blues suona sanguigno e sporco come un blues deve suonare, le pulsioni giamaicane sono gigantesche, riverberate e precise, così come i rimandi alla grande tradizione delle big band, qua e là, risultano cristallini. A fare la differenza è la capacità di amalgamare i colori creando un “tutto” originale e lontano dalla semplice somma delle parti.

(da All About Jazz Italia, 2009)

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