Ivano Fossati e il “suo” jazz

All About Jazz: Ricordi la prima volta che hai ascoltato musica jazz?

Ivano Fossati: Mi capitava di ascoltare del jazz alla radio da bambino, nei primissimi anni ’60. Non ci capivo assolutamente niente. Mi sorprendeva la complessità di quel tipo di musica rispetto alla musica leggera che normalmente si ascoltava in casa. Tutto ha cominciato a chiarirsi per me soltanto qualche anno dopo con lo studio della musica e l’acquisto dei primi dischi.

AAJ: Ricordi il primo disco jazz che hai acquistato?

I.F.: Ricordo di avere trovato, un giorno tornando da scuola su una bancarella di cose usate, una vecchia copia di Mosaic di Art Blakey con i Jazz Messengers e anche una di The Comedy del Modern Jazz Quartet. Li ho consumati e ricomprati più volte negli anni, sono ancora fra i miei dischi preferiti. Ero stato fortunato, avevo cominciato bene.

AAJ: Chi è il tuo artista preferito?

I.F.: Se devo eleggerne uno in assoluto non penso ad altri che a Roland Kirk, che mi affascina e mi ispira da sempre. Può apparire curioso per un autore di canzoni ma quando ho uno strumento in mano penso più facilmente a Kirk che alle icone del pop, fatta eccezione per Lennon & Co.

AAJ: Se tu fossi stato un jazzman americano, di quale corrente avresti fatto parte?

I.F.: E’ una domanda a cui non posso rispondere appunto non essendo un jazzista, ma so a quale periodo del jazz avrei voluto appartenere, ovvero alla metà degli anni ’60, che poi, non certo per caso, è lo stesso periodo nel quale si verifica la più grande esplosione di ispirazioni che la musica ricordi, per non parlare della letteratura e del cinema.

AAJ: In che misura pensi che il jazz abbia influenzato la tua musica?

I.F.: Il jazz con la mia musica di volta in volta mi sembra che c’entri poco oppure moltissimo. A seconda dei momenti o dei periodi, direi. E’ sempre stato così. Ma anche se può apparire paradossale e fastidioso per qualcuno, nel semplice linguaggio delle canzoni il jazz può entrare, eccome. Esiste una discografia interessante e vastissima che lo dimostra, da Cole Porter in qua.

AAJ: Come mai hai sentito l’esigenza di coinvolgere jazzisti nei tuoi dischi? Cosa cercavi che non potevi trovare in un musicista “non jazz”?

I.F.: Il linguaggio. Lo trovo assolutamente differente e non replicabile da parte anche dei migliori musicisti pop. Si tratta a mio parere di un diverso approccio intellettuale, e perfino fisico alla musica. Molti jazzisti, come i musicisti classici, oggi mostrano una curiosità sincera per le canzoni, per la musica popolare in genere e per l’intreccio che ne deriva. Qualche anno fa non era così. I pregiudizi sulla musica leggera sono caduti anche grazie alle composizioni dei migliori autori che si sono fatte più raffinate e interessanti, attirando così anche musicisti di diversa estrazione.

AAJ: Quale musicista jazz (vivente oppure no) ti piacerebbe che suonasse in uno dei tuoi dischi?

I.F.: Roland Kirk! Ne cito uno che non c’è più proprio per sottolineare il carattere assolutamente mitico della mia risposta.

AAJ: Un bambino di 6 anni ti chiede: «Cos’è il jazz?». Tu cosa rispondi?

I.F.: Una poesia che nessuno ti chiede di studiare a memoria per il giorno dopo.

AAJ: Dalle bettole di New Orleans a raffinati jazz club. Il jazz oggi è ancora pop music, nel senso di “popular”?

I.F.: No, non credo che sia oggi molto “popular”. In definitiva il jazz ha fatto tutto quello che ha potuto per diventare stabilmente musica d’élite e nonostante le miriadi di intrecci possibili il suo linguaggio rimane “alto,” perché così è stato fin dall’inizio, a ben pensarci. E’ la musica di chi sa suonare e comporre davvero bene, quindi nessuna meraviglia che tenda verso l’alto. E’ la sua aspirazione naturale, o almeno noi ci aspettiamo che debba esserlo.

AAJ: Fra le tante ricadute del jazz sulla popular music, quale pensi sia la più significativa?

I.F.: Soltanto alcuni artisti nel mondo hanno saputo inserire nella propria musica l’essenza del jazz, però da Ray Charles fino all’hip hop il jazz è entrato in qualche modo dappertutto. La sua vittoria, la grande ricaduta, è proprio essersi trasformato, ed essere così presente nella musica di oggi.

AAJ: Credi che il jazz storicamente sia stato più reattivo (nel senso che ha seguito e incorporato trend lanciati da altri generi musicali) o attivo (nel senso che ha lanciato trend poi seguiti da altri generi musicali)?

I.F.: Fino agli anni ’70 direi che è stato dirompente e attivo, politico e profondamente socializzante, come sappiamo. Negli ultimi tempi, mi pare diventato più semplicemente reattivo (che non è poco) data la schiacciante forza ispirativa di fenomeni musicali diventati di massa. Rap, hip hop e derivati, interpretano proposte, ribellione e disagio sociale, in maniera più aderente ai tempi. Le nuove generazioni hanno linguaggi musicali propri, ma il jazz può entrarvi con relativa facilità.

AAJ: Frank Zappa pensava che il jazz non fosse morto, ma che avesse semplicemente «un odore un po’ curioso». Tu che odore senti?

I.F.: Zappa ci vedeva lungo e aveva buon naso questo è certo. Nell’emisfero ricco del mondo come in Europa e negli Stati Uniti, il jazz si è fatto spesso piuttosto parruccone e sembra diventato un saccente-benestante anche lui. Ma c’è l’Africa, come tutti i musicisti e gli appassionati sanno, e altre parti del mondo dalle quali possiamo ancora aspettarci molto.

AAJ: Il jazz salverà il mondo?

I.F.: L’avrebbe già salvato se avesse potuto. Purtroppo nessun tipo di musica può farlo, da Ozzy Osbourne fino alle arpe degli angeli. In questo senso fra Miles Davis e Barak Obama devo scegliere il secondo. Se non per fede nella salvazione almeno per una piccola speranza di cambiamento.

(da All About Jazz Italia, 2009)

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