Intervista a Cyro Baptista

Definirlo un jazzista pare quasi limitante. Cyro Baptista è uno di quegli artisti che la musica pare averla letteralmente attraversata, cimentandosi in ogni tipo di genere, ramificazione e derivazione. Per rendersi conto della poliedricità del personaggio basta scorrere velocemente l’infinita lista di collaborazioni eccellenti: Sting, Paul Simon, Herbie Hancock, John Zorn, Carlos Santana, Laurie Anderson, Melissa Etheridge, David Byrne, Caetano Veloso, Bryan Eno, James Taylor, Robert Palmer, Wynton Marsalis solo per ricordarne alcuni. 

Brasiliano, classe ’50, e stabilmente negli Stati Uniti dagli anni Ottanta, Baptista è l’anima dell’esplosivo collettivo di percussionisti Beat The Donkey, e proprio quest’anno ha dato alle stampe Infinito, album pubblicato coi Banquet of the Spirits (Brian Marsella, Tim Keiper e Shanir Blumenkranz). 

Bapstista ha risposto ad alcune domande di All About Jazz a proposito della sua ultima fatica discografica e dei progetti futuri, parlandoci anche di un’umanità in marcia verso l’Infinito, di lezioni imparate sul palcoscenico, di cinema, di Italia… e di buona cucina! 

All About Jazz Italia: Titolo e copertina del tuo ultimo disco [clicca qui per leggerne la recensione] rimandano a un concetto ben preciso. L'”Infinito” così apertamente evocato si ritrova anche nella struttura ‘ad anello’ della tracklist: il disco inizia così come finisce. Puoi spiegarci meglio l’idea su cui poggia questo album? 

Cyro BaptistaNós viemos do infinito para dar o nosso grito de Paz. Ovvero, noi veniamo dall’infinito per dare il nostro grido di pace. Il concetto è che noi, come esseri umani, siamo venuti dall’infinito e stiamo andando verso l’infinito. Questo album contiene un’energia musicale che si dispiega nell’istante in cui l’ascolti. 

AAJ: Di “Infinito” colpisce molto la vena melodica: si intuisce facilmente che è il disco di un percussionista, ma sarebbe un errore considerarlo un disco “per percussionisti”. Come hai lavorato in fase compositiva? E in che misura gli altri musicisti hanno collaborato al progetto? 

C.B.: Ho un grande rispetto per i percussionisti che si concentrano sul groove e tengono tempi fantastici. Orchestro i suoni percussivi che fanno parte del panorama circostante, in modo che anche quando tengo il tempo riesco a sentire melodie e armonie. 

In questo album ho accanto a me musicisti incredibili che sono anche carissimi amici da tanti anni. Alcuni brani, come “Infinito,” “Kwanza” o “Pro Flavio,” avevano parti già composte. In altri pezzi, come “Adeus” e “Infinito Going,” siamo partiti da un tema iniziale che abbiamo poi sviluppato improvvisando. Su “Batida,” per esempio, abbiamo creato un collage musicale con influenze melodiche da Hermeto Pascoal e Teese Ghol. 

AAJ: C’è un brano in cui ti sei divertito a suonare anche un set di bicchieri di vetro, puoi raccontarci come è nato? 

C.B.: Due anni fa il Corning Museum of Glass di New York mi ha chiesto di creare strumenti a percussione fatti di vetro. “In Vitrus” è un pezzo in cui quasi tutti gli strumenti che si sentono suonati sono stati creati per quell’occasione. 

AAJ: Le tue radici musicali sono evidenti e, in almeno un paio di occasioni, i riferimenti a classici della tradizione brasiliana suonano riconoscibili: quanto contano le tue origini nella musica che componi? 

C.B.: Tutto quello che suono o compongo finisce per essere un prodotto delle mie radici. Per questo motivo invito tutti i musicisti a essere innanzitutto consapevoli delle proprie origini. Dopodichè si può essere come un bamboo: flessibili, curvabili e piegabili senza correre il rischio di essere spezzati. Se sei in possesso di una base forte potrai anche impazzire del tutto, ma avrai sempre un posto in cui tornare. 

AAJ: Al contrario di molti tuoi colleghi, sul palco ami stupire anche dal punto di vista della performance. Con Beat The Donkey ti sei circondato di ballerini, travestimenti, molto colore. Quali pensi che siano gli ingredienti di uno show perfetto? 

C.B.: Non ho la ricetta perfetta in tasca. Mi limito a ricordare una frase di Herbie Hancock “sono qui a suonare per il pubblico che è rimasto, non per quello che se ne è andato”. Me la disse dopo un concerto in cui il suo pubblico si aspettava di ascoltare i vecchi successi funk. Lui però era tutto preso a suonare ben altro. Bene… a un certo punto metà della gente presente al concerto se ne va via senza troppi complimenti. Io ci resto molto male e così, alla fine dell’esibizione vado da lui, e gli chiedo come si è sentito quando tutta quella gente se ne è andata via. E lui mi risponde tranquillamente usando la frase che ho appena ricordato. 

AAJ: Rispetto al lavoro in studio come consideri la dimensione live? 

C.B.: In studio devo creare un microcosmo in cui io sono l’imperatore assoluto. In concerto, come percussionista, qualche volta ciò che ho fatto in studio diventa privo di senso. Così capita di dover fare adattamenti alla situazione… oppure no. 

Michael Brecker una volta – quando eravamo con Paul Simon per un tour per durato tre anni – mi ha detto che una delle cose più dure per lui è stato imparare a suonare per 30mila persone ogni sera. 

AAJ: Lo scorso anno hai collaborato col regista Jonathan Demme nel film “Rachel Getting Married”. Compari anche nella pellicola… suonando naturalmente. Come è nato questo connubio artistico? 

C.B.: E’ stata una grande esperienza! Mi ha lasciato completamente libero di fare ciò che volevo. Jonathan è un regista che sente – come se fosse una missione – di dover catturare l’energia del momento, cosa non molto comune a Hollywood di questi tempi. 

AAJ: Il prossimo anno sarai in Europa coi Banquet of the Spririts. Ti vedremo anche in Italia con uno spettacolo legato a “Infinito”? 

C.B.: Vorrei rispondere a questa domanda come mi piacerebbe fare. Per me suonare in Italia è molto importante, perché proprio in Italia c’è una parte delle mie radici: la mia famiglia viene dalla Toscana. Ma il music business è un’incognita e si è sempre nelle mani di agenti e promoter. Comunque per il momento abbiamo un invito dai miei amici dell’Area Sismica di Forlì, dove mi hanno promesso di macellare un maiale e preparare il migliore salame d’Italia solo per me. Non potrei chiedere di più. 

AAJ: Fra i tantissimi nomi internazionali con cui hai suonato, ci sono tre musicisti straordinari e molto conosciuti anche dal pubblico più generalista: Marc Ribot, John Zorn ed Erik Friedlander. C’è una dote, un’abilità che caratterizza in modo particolare ciascuno dei tre? 

C.B.: Suono con Zorn da 28 anni. John, Marc ed Eric sono come fratelli per me. Cosa li rende unici? Ti dico: loro hanno imparato come si ottiene acqua dalla roccia. Quando suono con loro mi sento a casa, con la mia famiglia. 

AAJ: C’è il nome di qualche artista emergente che vuoi consigliare? 

C.B.: Alcuni membri di Banquet of the Spirits: Tim Keiper alla batteria, Shanir Blumenkranz al basso e oud, e l’incredibile Brian Marsela alle tastiere. Sono questi i nomi nuovi da tenere sott’occhio. 

(da All About Jazz Italia, 2009)

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