Gianmaria Testa e il “suo” jazz

Nessuno è profeta in patria. Forse anche per questo il nome di Gianmaria Testa, cantautore fine, colto e amatissimo dallo scrittore Erri De Luca (con cui ha collaborato in diverse occasioni), è rimbalzato in Italia grazie all’attenzione riservatagli da etichette e critica d’Oltralpe. Storia vecchia quanto il mondo.

Prima Montgolfières per la francese Label Bleu – che in scuderia già vantava Enrico Rava – poi il grande salto in Warner a metà anni Novanta con Extra-Muros, poiLampoIl Valzer di un GiornoAltre LatitudiniDa Questa Parte del Mare consacrano Testa come uno dei migliori autori e interpreti della nuova canzone italiana mettendo anche in risalto le parentele più o meno consapevoli con la musica jazz. A gennaio 2009 è uscitoSOLO-dal vivo, il primo album live, registrazione integrale di un concerto tenuto all’Auditorium Parco della Musica di Roma.

Un legame, quello col jazz, ribadito anche grazie a una serie di progetti intrapresi da Testa con Gabriele Mirabassi, Enzo Pietropaoli, Rita Marcotulli, Enrico Rava, Battista Lena, oltre a A Léo, il celebre tributo a Lèo Ferré con Roberto Cipelli, Paolo Fresu, Philippe Garcia e Attilio Zanchi. Insomma, un ospite perfetto per la nostra rubrica “Osmosi”.

All About Jazz: Ricordi la prima volta che hai ascoltato musica jazz?

Gianmaria Testa: Perfettamente. Fu al liceo, durante la settimana autogestita. Sarà stato il 1975, quando ancora si facevano occupazioni “serie”. Invitammo un esperto di jazz, che di professione era ottico e che neanche a farlo apposta si chiamava Testa. Mise sul piattoFree Jazz di Ornette Coleman. Io fino ad allora avevo sentito solo il jazz che passava la radio, quello più classico, alla Ellington per intenderci. Quel disco per me fu uno vero shock, come se qualcuno avesse aperto di colpo la botola di un magma musicale mai sentito prima.

AAJ: Ricordi il primo disco jazz che hai acquistato?

G.T: Credo fosse Chet Baker, My Funny Valentine.

AAJ: Chi è il tuo artista preferito?

G.T: Sono molti quelli a cui sono legato, e i motivi sono diversi. Ellington per il gusto nell’armonia e nella costruzione. E poi Davis, Parker, Mingus. Ma vedete per me il jazz è un po’ come la pittura contemporanea. A volte ci capisco poco, ma so che mi emoziona. Sono un ascoltatore di jazz, il mio modo di ascoltare è molto legato all’emotività e spesso non va al di là del puro istinto. Tornando ai miei jazzisti preferiti… beh sono anche quelli italiani con cui suono, come Fresu, Rava, Marcotulli…

AAJ: Se tu fossi stato un jazzman americano, di quale corrente avresti fatto parte?

G.T: Un jazzista dei primordi, un trombettista o un sassofonista degli anni Venti. Oppure un bluesman, il Reverendo Gary Davis per esempio, nonostante il pancione (ride,N.d.R.).

AAJ: In che misura pensi che il jazz abbia influenzato la tua musica?

G.T: Il jazz insieme al femminismo è stata una delle due rivoluzioni riuscite nel ventesimo secolo. Di conseguenza anche io, scrivendo, ne tengo conto. Anche perché ho avuto la fortuna di suonare fin da subito con dei jazzisti.

sentito l’esigenza di coinvolgere jazzisti nei tuoi dischi? Cosa cercavi che non si potesse trovare in un musicista “non jazz”?

G.T: Cercavo quello che a me mancava. Una canzone è rigida, mentre un jazzista la ricanta a modo suo. Il primo è stato Enrico Rava, con cui condividevo la stessa etichetta – la francesce Label Bleu – e più di recente Bill Frisell. Iniziando con il decano dei jazzisti in Italia, in un certo senso, tutto il resto mi è venuto facile.

AAJ: Quale musicista jazz (vivente oppure no) ti piacerebbe che suonasse in uno dei tuoi dischi?

G.T: Chet Baker.

AAJ: Un bambino di 6 anni ti chiede: «Cos’è il jazz?». Tu cosa rispondi?

G.T: Il jazz è una delle espressioni più libere della musica, una manciata di coriandoli a Carnevale.

AAJ: Dalle bettole di New Orleans a raffinati jazz club. Il jazz oggi è ancora pop music, nel senso di “popular”?

G.T: Se guardiamo all’innovazione forse è un po’ fermo, ma credo che – dopo una parentesi un po’ intellettuale – si sia maggiormente popolarizzato. Ha contaminato e si è lasciato contaminare, ultimamente in modo particolare dalla musica delle origini. Se non è pop diciamo che si è molto amalgamato. Qualcuno dice che questo è un male perché così il jazz non è più avanguardia. Ma i segnali vanno in quella direzione: di recente “Repubblica” ha pubblicato una serie di album jazz. Fino a qualche tempo fa sarebbe stato impensabile. I jazz festival poi, per quanto “imbastarditi,” pullulano.

AAJ: Credi che il jazz storicamente sia stato più reattivo (nel senso che ha seguito e incorporato trend lanciati da altri generi musicali) o attivo (nel senso che ha lanciato trend poi seguiti da altri generi musicali)?

G.T: Domanda difficile: credo le due cose insieme. C’è stata una lunga dominazione del rock, genere che a sua volta ha attinto da blues. E pensare che la nota blues, agli inizi del ventesimo secolo, doveva suonare quasi come stonata alle orecchie dei bianchi! Il jazz ha influenzato la musica e poi ne ha assorbito nuovi influssi. Paolo Fresu ne è un buon esempio: è uno che non dimentica le sue origini. Oltre a suonare scale eoliche e misolidie, riesce a comporre musica capace di rimandare alla Sardegna, alla sua terra. E’ tipico di chi ha radici profonde non temere la diversità.

AAJ: Frank Zappa pensava che il jazz non fosse morto, ma che avesse semplicemente «un odore un po’ curioso». Tu che odore senti?

G.T: (Ride di gusto, N.d.R.). Sento spesso jazzisti dire che il jazz è morto. Io non ho risposte. Penso a Miles Davis che non ha mai rifiutato niente, accogliendo l’elettricità e l’elettronica. Oggi in ogni genere è difficile fare un passo avanti. Il jazz “sta alla finestra,” come molta altra musica, credo stia vivendo un suo momento di avvento.

AAJ: Il jazz salverà il mondo?

G.T: No, non salverà il mondo ma potrà aiutare che si metterà in testa di salvarlo.

(da All About Jazz Italia, 2010)

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