Enzo Avitabile e il “suo” jazz

L’Africa, l’America e il Mediterraneo. Coordinate che convergono nella musica di uno degli strumentisti più ‘black’ d’Italia. Enzo Avitabile ci parla di jazz (ma il jazz, va da sé, è solo il punto di partenza), tornando al suono vintage e fascinoso dei juke-box della vecchia Napoli, passando per quella ‘stagione americana’ che lo ha portato a condividere il palco con James Brown e Tina Turner, fino al recente ritorno al suono e alla cultura delle origini: quelli della propria terra. Enzo Avitabile è il nuovo ospite di “Osmosi”.

All About Jazz: Ricordi la prima volta che hai ascoltato musica jazz?

Enzo Avitabile: Potrei dirti quello che ascoltavo dal juke-box nel quartiere povero in cui vivevo: James Brown e Tina Turner, oppure parlare di musica etnica dato che siamo andati così “oltre” il termine jazz. O ancora potrei rispondere che primo jazz che ho ascoltato è stato quello di quando ho iniziato a suonare il sassofono, quindi Charlie Parker. Per capire cosa fosse il jazz, però, è stato di fondamentale importanza il libro Il popolo del blues. Sociologia degli afroamericani attraverso il jazz, di Everett LeRoi Jones. E’ un trattato storico e sociologico importante: il jazz è un nuovo linguaggio che nasce dall’incrocio fra il colonizzato e il colonizzatore. Mi sono reso conto che in questo modo si affrontava un tema nuovo, e che inquadrare il jazz semplicemente come “la musica dei neri” era troppo generico.

AJJ: Ricordi il primo disco jazz che hai acquistato?

E.A.: Fu una raccolta di Coleman Hawkins e Lester Young. Da una parte il tecnicismo di Hawkins, dall’altra il lirismo di Young: la doppia strada del sassofono tenore. Poi li ho comprati tutti, ho la casa piena di questa roba: partii da Sidney Berchet, dal rag-time, da Ferdinand “Jelly Roll” Morton, tutto il Be-Bop e gli esordi di Miles con Charlie Parker. Poi vennero Dizzy e l’Hard-Bop, una fase che mi ha interessato in modo particolare. Allo stesso modo amo molto la parte più introspettiva di Coltrane,A Love Supreme, il periodo di riscoperta dell’africanità, l’avvicinamento a un suono più spirituale, modale e meno tecnico. Beh, di Miles poi non parliamo! Soprattutto nella fase “di passaggio,” di NefertitiFilles de Kilimanjaro. Amo Ornette Coleman e il free- jazz. Ognuno di questi artisti e di questi momenti del jazz mi ha guidato in un percorso.

AJJ: Chi è il tuo artista preferito?

E.A.: Non c’è n’è uno più importante dell’altro, amo i punti fermi che hanno preparato il terreno a nuovi linguaggi.

AJJ: A quale musicista ti senti più vicino?

E.A.: Mi sento molto in sintonia con Jan Garbarek, condivido le sue scelte e la sua sperimentazione.

AJJ: Quale musicista jazz (vivente oppure no) ti piacerebbe che suonasse in uno dei tuoi dischi?

E.A.: Ancora Jan Garbarek. Mi piace Trilok Gurtu, con cui ho suonato fra l’altro, oppure David Sanchez. Ce ne sono tanti. Amo la sperimentazione di sassofonisti che arrivano da culture diverse dalla nostra. Mi piace molto il modo di suonare di mio “fratello” Manu Dibango. Mi piace chi recupera la musica etnica: il jazz è molto aperto a questo tipo di influenza, è vicino alle musiche “di partenza,” quelle che non avevano subito colonizzazione.

AJJ: Alla luce del tuo percorso artistico credi che sia ancora utile oggi parlare di generi?

E.A.: Io sono “scaccia-etichette,” ma al Conservatorio di Santa Cecilia ho una cattedra di World-music (ride, N.d.R.). Mi rendo conto che le etichette servono per avere punti di riferimento. Miles si arrabbiò con Arrigo Polillo accusandolo di essere troppo “etichettaro,” ma teorizzare ci serve per la trasmissione scritta e orale della musica. “Jazz” non significa niente così come significa tutto: se io e te non avessimo a disposizione il termine “Hard-Bop” dovremmo citare tutti i nomi e gli elementi tecnici per capire la differenza nella musica nata dopo Gillespie e Parker. Con le etichette delimitiamo aree di spazio e di tempo, abbiamo un codice di comunicazione.

AJJ: Un bambino di 6 anni ti chiede: «Cos’è il jazz?». Tu cosa rispondi?

E.A.: Il jazz è la musica di tutti i popoli. Ogni popolo ha la sua. Ma è anche la fusione della musica del popolo nero con quella dei loro padroni: una fusione che non si verifica solo in coincidenza con il fenomeno della schiavitù. Le contaminazioni avvengono anche in altro modo, tutti i giorni. Jazz è la musica dei nostri padri che si sposa con la musica di altri padri, provenienti da altre terre. E’ questo il modo più semplice per spiegarlo forse.

AJJ: Dalle bettole di New Orleans a raffinati jazz club. Il jazz oggi è ancora pop music, nel senso di popular?

E.A.: Mi chiedi se il jazz si è imborghesito… Beh, rispondo di sì… come tutto d’altra parte di è imborghesito, anche i figli della Resistenza. C’è sempre però una musica che si muove “al di fuori”: se accettiamo una definizione di jazz come libera espressione, fuori o lontano dal codice, dobbiamo considerare jazz anche la Kocani orchestra, per dire, o i gruppi di flauti albanesi. Quindi penso che un certo imborghesimento ci sia stato, ma trovo anche plausibile l’esistenza di un “salotto” dove di consuma la memoria storica del jazz.

AJJ: Fra le tante influenze del jazz sulla popular music, quale pensi sia la più significativa?

E.A.: Il jazz quando diventa pop non mi piace, lo vedo snaturato. Non ho visto grandi esperimenti di questo tipo: quando vedo il jazz inscatolato nella forma-canzone noto solo un colore. Viene utilizzato come uno sfondo e perde la sua essenza. Fammi un esempio però…

AJJ: Il primo che mi viene in mente è quello di un altro ospite di “Osmosi,” un cantante e musicista che ti ha preceduto proprio in questa rubrica: Joe Henry. Lui anni fa ha registrato una canzone in cui Ornette Coleman suona un lungo assolo…

E.A.: No, questo è diverso. Non amo l’utilizzo di forme jazzistiche nella canzone come semplice “colore,” al contrario amo gli incroci impossibili, gli ibridi. Amo un altro tipo di ricerca, meno pacchiano, meno chiassoso nel “vestirsi,” ma più fedele alle matrici originali.

AJJ: Credi che il jazz storicamente sia stato piu’ reattivo (nel senso che ha seguito e incorporato trend lanciati da altri generi musicali) o attivo (nel senso che ha lanciato trend poi seguiti da altri generi musicali)?

E.A.: E’ sempre stato innovativo là dove si sono mossi elementi diversi: oggi in Europa c’è molto manierismo. Tra un cantante che fa musica etnica e un cantante che si definisce “jazz” preferisco sentire il primo, perché il secondo molto probabilmente soffrirà di un certo manierismo. Quando sento qualcuno che mi dice: «Io canto jazz», in genere, me ne scappo! (ride, N.d.R.). L’Italia è asservita al codice americano, sarebbe auspicabile una disamericanizzazione del linguaggio… ma non per una forma di antiamericanismo, piuttosto per una necessità precisa: quella di recuperare una certa identità culturale.

della musica nera come James Brown e Tina Turner, contemporaneamente hai esplorato la forma canzone attingendo a piene mani nelle tradizioni della tua terra: pensi di essere stato in grado di interpretare due mondi differenti e lontani o piuttosto di aver trovato una via che riuscisse ad attraversarli entrambi?

E.A.: Da piccolo sentivo la musica al juke-box, desideravo suonare il sassofono e incontrare James Brown L’ho fatto… l’unico bianco a suonare con James. A quel punto mi sono chiesto: «E mo’ che faccio?». Sono tornato a casa e ho ricominciato da capo. Mi sembrava anche giusto.

AJJ: Frank Zappa pensava che il jazz non fosse morto, ma che avesse semplicemente «un odore un po’ curioso». Tu che odore senti?

E.A.: Se ascolto Paolo Fresu sento un ottimo odore, così come quando ascolto Danilo Rea o Daniele Scannepieco. A Napoli si ascolta un buon jazz. In questo momento sono felice perchè nel modo si sono Jan Garbarek, Hugh Masekela, Abdullah Ibrahim. C’è tanto.

AJJ: Il jazz salverà il mondo?

E.A.: Se il jazz è il rispetto della multietnia, è il non razzismo ideologico, è amare le differenze. è l’incontro della diversità… di certo salverà il mondo.

(da All About Jazz Italia, 2010)

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