Debora Petrina – “In Doma” (2009)

Ma che strano oggetto è questo In doma? Per intuire come Debora Petrina (cantante, pianista, autrice, compositrice insignita del premio Ciampi nel 2007 e già passata, con nonchalance, sulle assi dello Stone di John Zorn) non ami steccati e soluzioni banali basterebbero le pennellate di colore stese dalle prime tre canzoni incluse in questo nuovo album, edito da A Buzz Supreme Consorzio Utopia, «nato in casa nello spazio di idee che sta fra un microfono, un pianoforte, una tastiera elettronica, un toy piano e uno spartito pieno di scarabocchi a matita».

Sulle prime, con “Babel Bee” ti fa voltare verso le casse dello stereo con la leggerezza di un tema facile facile e in punta di voce. Uno di quei motivi ariosi che, se il disco non deviasse subito versi altri lidi, funzionerebbe nelle chart di mezzo mondo. Poco più di un minuto basta per ruzzolare nel pieno di un aperitivo trendy con “A ce soir,” episodio che farà la felicità di frequentatori di ambientini indie- glamour alla moda. 
Ma i conti non tornano nemmeno qui, perché le premesse pianistiche, francesi e compunte, di questa seconda traccia esplodono ben presto in una scatenata base drum&bass. La curiosità aumenta quanto le pulsioni diminuiscono di botto su “She-Shoe,” una brano che nasce come placida ballata trasognante in odore di teatro-canzone per snaturarsi, di lì a poco, in un ritornello in puro stile beat. Il problema è siamo solo all’inizio.

Non abbiamo ancora scoperto niente di ciò che la domus della cantante padovana nasconde. Le liriche sono composte da un pastiche linguistico che incrocia inglese, francese, italiano e (sì, dico davvero) un ungherese pronunciato a velocità inaudita. La voce è una cristallina viaggiatrice del suono che piacerebbe a Björk. Si ascoltano prima certi episodi alla Pj Harvey, poi affondi che paiono cantati “senza rete” come farebbe una Patti Smith miracolosamente ingentilita e femminile, e infine certi volteggi cari alle grandi signore della canzone italiana.

Ma ogni accostamento equivale a ingabbiare Petrina e la sua musica in schemi che In doma afferra, rivolta e fa a pezzi piccoli piccoli riconsegnando all’ascoltatore un luccicante impasto sonoro fatto di stili comunicanti, precipitosi cambi di direzione, colpi di coda e richiami al passato tramite suoni moderni. Dovrete accontentarvi di sapere che Fuori stagione porta la firma di Patrizia Laquidara come coautrice, che “SMS (Csókolózás Lány)” ha per testo un collage di instant message pubblicati su un giornale di annunci, che Pool story inizia come un sinuoso brano da jazz club e imbizzarrisce in una marcia elettrica per deflagrare in un acido solo di krakdoos, che “Asteròide 482” si apre con un annuncio radiofonico letto da Ascanio Celestini, e che il testo dell’ironica “Sounds-like” mette nero su bianco (facendosene beffe) le spore di tutte le influenze musicali presenti nell’album: «Progressive / Black metal / Nu Jazz / Shoegaze / Bluegrass / Surf-Trash / Christian-rap / Indie-Indie-Jungle / Powerpop / Acoustic / Two Step / Free Style / TripHop / Gothic Glam / Healing Psycho Drum & Bass / Garage Crack Funk Punk / Easy Listening / Happy New Wave».

Fra parole e musica, i più attenti potranno divertirsi a scovare una ghost track che abbraccia Cole Porter e William Shakespeare.

(da All About Jazz Italia, 2009)

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