Ben Sidran e il “suo” jazz

Nato nella città del vento, Chicago, e da sempre diviso fra il microfono da cantante o conduttore radiofonico e televisivo (moltissime delle sue interviste più significative, da Miles Davis a Sonny Rollins e Don Cherry, sono raccolte nel lussuoso cofanetto Talking Jazz) e i tasti del pianoforte, Ben Sidran è il nuovo ospite della rubrica di All About Jazz Italia “Osmosi”.

In occasione dell’uscita della suo personalissimo tributo a Bob Dylan, intitolato Dylan Different, Ben è tornato a parlare del suo amore per il jazz, genere (o meglio approccioalla musica, come lui stesso ha precisato) che non poco lo ha influenzato nella lunga carriera.

Una storia artistica piena di luci la sua: Sidran è infatti l’autore di una hit senza tempo nella storia del rock come “Space Cowboy,” scritta negli anni di militanza nella Steve Miller Band, e ha collaborato e prodotto poi artisti del calibro di Diana Ross, Van Morrison e Mose Allison. Più di recente ha approfondito il tema Ebrei, Musica e Sogno Americano con una serie di lezioni universitarie e lavorando su di un saggio dedicato a questo argomento.

All About Jazz: Ricordi la prima volta che hai ascoltato musica jazz?

Ben Sidran: Sì avrò avuto sei o sette anni, stavo ascoltando un disco boogie-woogie di Pinetop Smith e mi fece impazzire.

AAJ: Ricordi il primo disco jazz che hai acquistato?

B.S.Fingerpoppin dell’Horace Silver Quintet.

AAJ: Chi è il tuo artista preferito?

B.S.: Difficilissimo, perché ce ne sono molti tra cui Horace Silver, Jon Hendricks, Erroll Garner, Sonny Clark, Blue Mitchell, Phil Woods, Pepper Adams, Jackie McLean, Cannonball Adderley, Bobby Timmons, Les McCann, Oscar Peterson, Ben Webster… è una lista infinita.

AAJ: Se tu fossi stato un jazzman americano, di quale corrente avresti fatto parte?

B.S.: Mi piacerebbe essere stato capace di suonare la tromba come Lee Morgan.

AAJ: Come mai hai sentito l’esigenza di coinvolgere jazzisti nei tuoi dischi? Cosa cercavi che non potevi trovare in un musicista “non jazz”?

B.S.: Non credo che il jazz sia un genere musicale, ma, piuttosto, un approccio, un modo di sentire. E penso anche che i musicisti jazz sappiano come trovare una via personale, attraverso l’oscurità, per far emergere l’anima da qualsiasi situazione.

AAJ: Quale musicista jazz (vivente oppure no) ti piacerebbe che suonasse in uno dei tuoi dischi?

B.S.: Paul Chambers al basso.

AAJ: Un bambino di 6 anni ti chiede: «Cos’è il jazz?». Tu cosa rispondi?

B.S.: Gli direi che il jazz è quello che senti quando sei felice, che è quello che senti quando sei triste, e che è anche quello che senti quando sai bene cos’è quel sentimento che stai provando.

AAJ: Dalle bettole di New Orleans a raffinati jazz club. Il jazz oggi è ancora pop music, nel senso di “popular”?

B.S.: Se il jazz non viene dalla strada, in altre parole dalla gente, vuol dire che manca di un elemento essenziale per definirlo tale e diventa musica classica.

AAJ: Fra le tante influenze del jazz sulla popular music, quale pensi sia la più significativa?

B.S.: Si possono sentire assoli interessanti su dischi pop fin dagli anni Quaranta. Musicisti come Plas Johnson hanno suonato su un sacco di successi pop.

AAJ: Credi che il jazz storicamente sia stato più reattivo (nel senso che ha seguito e incorporato trend lanciati da altri generi musicali) o attivo (nel senso che ha lanciato trend poi seguiti da altri generi musicali)?

B.S.: Il jazz è sempre stato se stesso perché non c’era altro modo per impararlo se non dagli altri musicisti. E’ stato solo negli ultimi quindici anni, più o meno, che è stato trasformato in un curriculm scolastico.

AAJ: Frank Zappa pensava che il jazz non fosse morto, ma che avesse semplicemente «un odore un po’ curioso». Tu che odore senti?

B.S.: A Frank piaceva fare lo spiritoso.

AAJ: Il jazz salverà il mondo?

B.S.: Sonny Rollins la pensa così.

(da All About Jazz Italia, 2010)

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