Kenneth Salters Haven: Enter to Exit (2015)

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Nove brani per raccontare il proprio mondo musicale, per la prima volta da titolare. Si intitola Enter to Exit il debutto di Kenneth Salters Haven, batterista originario del Connecticut ma dal 2006 stabilmente sui palchi del jazz newyorkese. Dopo una lunga palestra che ha fatto incrociare il compositore e bandleader con Don Byron, Chris Potter, Aretha Franklin, Myron Walden, Oz Noy, Fred Wesley, e Ron Westray, Kenneth ha fatto il salto decisivo verso il primo album da protagonista sotto le insegne della Destiny Records.

Lo fa richiamando attorno a sé un gruppo di fidati musicisti impegnati nell’esecuzione di sette pezzi originali e due rivisitazioni (una è “Stop the Rain” degli Elysian Fields, l’altra è “Halos & Horns” di Dolly Parton) per un album che è fine variazione di un jazz contemporaneo privo di grandi rivoluzioni o sperimentazioni. La vena dell’interno disco guarda spesso alla grande tradizione orchestrale (almeno nell’approccio, visto che la formazione non supera mai i quattro-cinque elementi) e privilegiando in maniera vistosa un lirismo che non abbandona nessuna delle nove composizioni. In qualche modo l’inserimento di una cover strumentale e rispettosissima nei confronti di un pezzo country come “Halos & Horns” è rivelatore del mood rassicurante di tutto Enter to Exit.

Non che i cieli di Salters siano tutti sgombri. La Gymnopédie che introduce al finale dell’album rende omaggio a uno degli ispiratori più significativi del musicista americano, Erik Satie, con un crescendo che dalle inquietudini meditabonde proprie del compositore francese riconducono nello scintillante jazz di Salters e soci per inabissarsi nuovamente oltre la linea d’ombra iniziale.

Track Listing: When You Find Out; Flakes; Stop the Sun; Deception; Halos & Horns; Gymnopedie; #1; Couldn’t Be; 9. One Another.

Personnel: Kenneth Salters: batteria; Tivon Pennicott: sax tenore; Matt Holman: tromba, filicorno; Myron Walden: sax alto, clarinetto; Aki Ishiguro: chitarra; Brad Whiteley: piano; Shai Maestro: piano; Spencer Murphy: basso; Bridget Kibbey: arpa.

Record Label: Destiny Records

(All About Jazz, novembre 2015)

Glen Hansard@Alcatraz, Milano, 14 ottobre 2015

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Una cosa è certa: si diverte almeno quanto ci diverte. Glen Hansard “riporta tutto a casa”, in un concerto capace di mostrare davvero tutte le anime della musica della voce dei Frames. Lo abbiamo visto sul palco dell’Alcatraz, la sera prima del concerto all’Antoniano di Bologna. Il cerimoniale dei suoi concerti lo pone nella schiera dei pochi eletti capaci di trasformare collezioni di canzoni in serate simili a celebrazioni di massa della musica stessa. E il termine “celebrazione” mai come stavolta è calzante. Perché c’è davvero aria di redenzione nell’esperienza di queste oltre due ore di concerto: da quell’attacco – con una incantata versione di Grace Beneath The Pines –, passando per le tante soffuse melodie da cuori infranti o disorientati (Philander, Leave) di cui Hansard ha costellato i suoi dischi, per far chiusura fra le risate della sbronza folk collettiva del vecchio traditional The Auld Triangle. Le canzoni di Didn’t He Ramble, ultima riuscitissima fatica da studio, all’Alcatraz esaltano la dimensione più festosa del repertorio di Hansard, in un crescendo che nemmeno tropo lentamente trasforma la sala da concerti in un pub, dove mentre la birra scorre i cuori intirizziti si scaldano. Perché se è vero che la musica la suonano i musicisti, le canzoni si cantano tutti insieme: cantanti mancati, afoni e stonati dell’ultima fila.

C’è tanto Van Morrison, non serve nemmeno dirlo, e c’è tantissimo Springsteen stasera. Non solo per la sanguinante cover di Drive All Night richiesta direttamente dal pubblico, ma anche per le scelte sonore, cadute su una formidabile band che – accanto a incrollabili certezze, come il chitarrista Rob Bochnick – chiama a raccolta musicisti che paiono comporre una versione da camera della Seeger Sessions Band. Con archi, con un pastoso contrabbasso, e con tanti fiati. Fiati fin che c’è n’è. Forse per sottolineare che, accanto alle malinconie infinite, suonate con le solite chitarre rattoppate (e abbiamo perso il conto di quante corde si sono rotte negli oltre 120 minuti di concerto), il soul qui è sempre dietro l’angolo. A fugare gli ultimi dubbi c’è anche una cassa da marching band con la scritta ‘Save-A-Soul Mission’, posta al centro della scena e recuperata da Glen in un negozio d’antiquariato in una pausa delle prove del tour. Insomma non è da escludere che stasera New Orleans si trovi in un punto imprecisato fra Milano e Dublino.

Il resto è musica nuda suonata col cuore. Sopra e persino sotto al palco. Una maratona tanto gioiosa quanto intima, per lo meno nei capitoli solistici, ai quali hanno fatto da contraltare una decina di minuti di sanissima follia, con le cover di Corirna Corrina e Bella ciao, cantate insieme ai The lost Brothers, opener del concerto. Noi non vediamo l’ora di rivederlo da queste parti.

(da Buscadero, novembre 2015)

Makaya McCraven: In the Moment (2015)

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Esplorazione e improvvisazione, ecco le due coordinate lungo cui si muove questo bel disco firmato dal batterista e produttore Makaya McCraven, un album che somiglia a un progetto che somiglia alla fotografia, in parte a fuoco e in parte no, di lunghe serate passate a improvvisare sul palco del Bedford di Chicago, un locale ispirato agli spazi d’acciaio di un caveau e nel quale McCraven è stato assoldato come ospite fisso nel 2013.

Una sorta di resident band aperta e liquida, la sua, o meglio un collettivo formato da pochi di altri musicisti—Matt Ulery al basso e Marquis Hill alla tromba—ai quali si aggiungono Junius Paul al basso e contrabbasso, Justefan al vibrafono, Jeff Parker alla chitarra, Joshua Abrams al contrabbasso, De’Sean Jones e Tony Barba al sax, per dare vita a 19 improvvisazioni raccolte grazie alle registrazioni avvenute nel corso di poco meno di una trentina di serate. Dodici microfoni panoramici sono stati posizionati da Dave Vettraino, l’uomo della Public House Sound Recordings, attorno alla scena del lounge bar mentre la neonata formazione iniziava a improvvisare.

Da quelle 28 serate è nato In the Moment un distillato di 48 ore di musica completamente improvvisata, catturata mentre, sullo sfondo, si odono distintamente qua e là il chiacchiericcio di un pubblico numeroso e il tintinnio di bicchieri e posate. Un lavoro multiforme, in bilico fra passato e presente, e pervaso da un entusiasmante calore dovuto proprio alla dimensione “più live di un live” nel quale è stato realizzato, restituito nella sua totalità in uno dei dischi più freschi di quest’anno. Una riappropriazione e ripresentazione del jazz, del jazz dell’epoca aurea forse, non tanto nell’estetica quando nel performing.

Giri di basso e contrabbasso furiosi, loop, cantabili peregrinazioni di tromba, i passi delicati di un vibrafono. Musica che prende forma e cambia pelle a ogni stacco, imprevedibile fino a quando ogni nota non è suonata, e ogni sguardo sul palco sancisce aperture e chiusure. Elettronica e tradizione. Insomma, bellissimo.

Track Listing: Exploration Intro; The Jaunt; Slightest Right; First Thing First; Lonely; Gnawa; On the Spot; Butterscotch; TomTom; Three Fifths a Man; In the Moment; Quartz; Just Stay Right There; Untitled; Requests; Time Travel; The Encore; The Drop; Finances.

Personnel: Makaya McCraven: batteria, beats, loop, overdub; Matt Ulery: contrabbasso e basso elettrico; Marquis Hill: tromba; Junius Paul: contrabbasso e basso elettrico; Justefan: vibrafono; Jeff Parker: chitarra; Joshua Abrams: contrabbasso; De’Sean Jones: sassofono tenore; Tony Barba: sassofono tenore ed elettronica; Dave Vettraino: registrazione.

Record Label: International Anthem Recording Company

(da All About Jazz, novembre 2015)

John Patitucci: Brooklyn (2015)

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Il ritorno al passato di John Patitucci. Basterebbe il titolo, Brooklyn, per evocare esordi e gioventù del musicista statunitense, ma la scelta di utilizzare il solo basso elettrico in tutte e undici le tracce di questo nuovo album la dice lunga e ci libera da ogni possibile titubanza sulla direzione intrapresa dal bassista del Wayne Shorter.

Patitucci si fa accompagnare da un super gruppo composto da Steve Cardenas e Adam Rogers alle chitarre elettriche e da un gigante come Brian Blade alla batteria. Una sottolineatura che non poniamo a caso. In Brooklyn infatti è proprio una certa intesa fra Patitucci e Blade a trasparire. Sezione rimica raffinata e implacabile impegnata anche al fianco di Shorter. “In 9-1881/The Search” e “Dugu Kamalemb” fanno iniziare l’album con un mood swingeggiante, uno scatto verso le gustose rotondità funk di “Band of Brothers,” dove le chitarre marchiate Cardenas-Rogers firmano forse alcuni dei fraseggi più incisivi dell’intero album.

“Tinkle Tinkle,” col suo walking e ampi spazi in cui l’occhio di bue si concentra di nuovo sulla sola sezione ritmica, regala ampi spazi di virtuosismo in una sorta di pirotecnico divertissement d’alto livello. Meno intrigano le atmosfere più riflessive di “Ugly Beauty,” posta alla metà perfetta della scaletta quasi a fare da spartiacque, riflusso utile a caricare un’altra onda di musica nera: è infatti smaccatamente blues il ritorno di di “JLR,” prima della lunga decompressione finale, in cui Patitucci resta solo con le sue corde in “Tensori.” Bello ed elegante. Unica pecca, forse, l’eccessiva precisione e pulizia nei capitoli che più guardano alla tradizione black.

Track Listing: IN9-1881/The Search; Dugu Kamalemba; Band of Borthers; Trinkle Tinkle; Ugly Beauty; JLR; Do You?; Bells of Coutance; The Thumb; Go Down Moses; Tesori.

Personnel: John Patitucci: basso elettrico; Adam Rogers: chitarra elettrica; Steve Cardenas: chitarra elettrica; Brian Blade: batteria.

Record Label: Three Faces Records

Style: Modern Jazz

(da All About Jazz, settembre 2015)

Steve Turre: Spiritman (2015)

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Torna Steve Turre, il “suonatore di conchiglie,” o -se preferite -il sideman di giganti come Ray Charles e Carlos Santana. Spiritman rappresenta un vero e proprio back to the roots, verso quella essenzialità swing che il trombonista sembrava aver messo da parte da tempo in favore di percorsi più concettuali e, in parte, segnati anche dall’utilizzo a effetto delle conchiglie come strumento musicale.

Spiritman è un robusto album di jazz, ricchissimo di andamenti swing, che il musicista statunitense sceglie di firmare insieme a Bruce Williams, Xavier Davis, Gerald Cannon, Willie Jones III e Chembo Corniel per l’etichetta Smoke Sessions Records. Quattro composizioni originali, tre estratti dal patrimonio della Tin Pan Alley e dintorni, due omaggi ad altrettanti immortali come Horace Silver e Miles Davis.

Annotazioni che servono a introdurre un disco interamente realizzato nel solco della grande tradizione jazz. Scelte estetiche che riportano alle origini della musica che costruì il suono dell’America jazzistica. Un album fuori dal tempo, o meglio collocabile in un tempo ben preciso, nel quale assoli straordinari e sempre cantabilissimi affiorano dalla superficie di una band senza protagonisti e comprimari. La New Orleans di “Funky Thing” rimbalza sugli standard di “Lover Man” e “With a Song in my Heart,” in un crescendo che sul finale -dopo il via con un possibile omaggio ad Art Blakey -rivisita sia Silver con una dolente versione di “Peace” che Miles Davis (aprendo “All Blues” con il celebre marchio di fabbrica delle conchiglie soffiate).

Una lezione di storia del jazz, una raccolta di brani che fermano le lancette dell’orologio.

Track Listing: Bu; Lover Man; Funky Thing; Trayvon’s Blues; It’s Too Late Now; With a Song in My Heart; ‘S Wonderful; Peace; Nangadef; Spiritman-All Blues.

Personnel: Steve Turre: trombone, conchiglie; Bruce Williams: sax (alto, soprano); Xavier Davis: piano; Gerald Cannon: contrabbasso; Willie Jones: batteria; Chembo Corniel: congas.

Record Label: Smoke Sessions

Style: Straight-ahead/Mainstream

(da All About Jazz, agosto 2015)

-Isq: Too (2015)

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Pop d’autore visto con le lenti dal jazz. Gli -isq sono una formazione inglese nelle cui file milita Irene Serra, cantante dalle origini italiane ma oggi stabilmente a Londra. Insieme a un pugno di musicisti divisi fra contrabbasso, batteria e pianoforte, è giunta al secondo album, presentato nella capitale inglese in un locale di Soho pochi mesi fa.

Too è una seconda prova brillante, composta da una collezione di brani molto più vicini alla canzone pop (nel senso più alto del termine) che a quella jazz. L’impronta della band è dettata comunque da una chiara frequentazione jazzistica e in queste otto tracce trova perfetta combinazione con la voce di Irene.

“Reflections” è una partenza che non può lasciare indifferenti. Una introduzione per sole voce e pianoforte danno il via a uno dei motivi dell’album destinati a non essere facilmente dimenticati. “Falling Stars” è un piccolo capolavoro di intimo minimalismo nel quale si innesta il fraseggio fluido del contrabbasso di Richard Sadler , “Still Life” rincorre chiaroscuri tutti pianistici e “As I Lay You Down” mostra l’anima più composita della formazione musicale di -isq. “Tears of a Clown” suona come una mesta ninna nanna mentre a chiudere l’album sono l’incedere netto e la voce di Irene che si fanno più imperiose su “Light and Shade.” Un’ottima prova, che ci lascia già in attesa di nuove canzoni.

Track Listing: Reflections; Falling Stars; Secret Garden; Still Life; As I Lay You Down; Tears of a Clown; Zion; Light and Shade.

Personnel: Irene Serra: voce; Richard Sadler: contrabbasso; Chris Nickolls: batteria; John Crawford: piano.

Record Label: Cheesepeas Records

Style: Vocal

(da All About Jazz, agosto 2015)

The Spanish Donkey: Raoul

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Una tempesta di suoni, un incantesimo sonoro dai profili affilati e dal cuore elettrico. Ecco cosa è Raoul, ultimo nato in casa The Spanish Donkey, la formazione composta da Joe Morris, Jamie Saft e Mike Pride. Tre musicisti che ergono un muro sonoro che, sebbene non originalissimo, sa affascinare l’ascoltatore sensibile a quel filone della musica che gioca a flirtare col rumorismo, fino alle estreme conseguenze.

Gli Spanish Donkey non hanno remore nel battere questa strada, alla ricerca (forse) di una ‘nuova cosa’ che difficilmente si rischia di trovare da quelle parti, visti gli illustri precedenti e la carica innovativa ormai sbiadita della misura rumorista. Ma non è detto che a un buon disco debba sempre e comunque essere richiesto qualcosa di nuovo. Per questo ci sentiamo di promuovere le tre lunghe tracce pubblicate da RareNoiseRecords con buoni voti, trovando nei sapori vagamente Seventies della strumentazione scelta e delle sonorità adottate una marca distintiva e ben dosata.

Aggiungiamo che il trio sa controbilanciare l’inevitabile approccio cerebrale con una carica istintiva che sa elettricità e di primordi. Di senso basilare del ritmo, del rumore e della detonazione. Chiamatela psichedelia, free, oppure rock impazzito. La musica non cambierà. Tre tracce per un’ora e dieci di assalti sonori. Molti inferi, poche luci. Avanti chi se la sente.

Track Listing: Raoul; Behavioral Sink; Dragon fly Jones.

Personnel: Joe Morris: chitarre elettriche; Jamie Saft: Hammond, organo Korg, MiniMoog, piano; Mike Pride: piano.

Record Label: RareNoiseRecords

(da All About Jazz, 2015)