Ceramic Dog: YRU Still Here?

Marc Ribot è tornato coi suoi Ceramic Dog e con un album YRU Still Here? che si inserisce nel solco della piega politica e di protesta che da tempo lo contraddistingue. I suoi compagni di viaggio per questa terza uscita marcata Ceramic Dog (a 10 anni compiuti dall’avvio del progetto) sono Shahzad Ismaily e Ches Smith (di recente visto in Italia al fianco di Erik Friedlander con il progetto Throw a Glass).

YRU Still Here? è un disco molto più rock che jazz. Tutte etichette da prendere con le pinze, naturalmente, ma lo stile che il trio sceglie di adottare per buona parte degli undici componimenti alla base dell’album va in una direzione spesso più simile alla forma-canzone che a fantasmagorie jazzistiche. Il colpo di coda, il cambio di rotta improvviso è sempre dietro l’angolo, e non è certo di fantasia che manchi YRU Still Here?, ma è anche evidente come Ribot e i suoi si pongano in un’ottica ‘popular’ molto più che colta e intellettuale. Non un difetto, intendiamoci, ma una scelta del tutto coerente (anche) rispetto ai contenuti sociali dell’album.

A colpire di YRU Still Here? è la capacità di posizionare così tante influenze musicali in un solo corpo, per altro straordinariamente coeso. La chitarra scheletrica al centro, come marchio inconfondibile, e tutto attorno un nomadismo sonoro che fonde funk e rumorismo, canzone e composizione strumentale, suoni acustici, elettrici ed elettronici, sonore arrabbiature che somigliano a quel punk che sarebbe piaciuto a Joe Strummer e digressioni da rock sperimentale in preda a visioni. Chiamatelo jazz da barricata, se volete, ma scordatevi di ascoltarlo da seduti.

Track Listing: Personal Nancy; Pennsylvania 6 6666; Agnes; Oral Sidney With a “U”; YRU Still Here?; Muslim Jewish Resistance; Shut That Kid Up; Fuck La Migra; Orthodoxy; Freak Freak Freak On The Peripherique; Rawhide.

Personnel: Marc Ribot: chitarre, farfisa, basso, vocoder, corno; Shahzad Ismaily: basso, Moog, percussioni, cori; Ches Smith: batteria, percussioni, elettroniche, cori.

Title: YRU Still Here? | Year Released: 2018 | Record Label: Northern Spy

Erik Friedlander – Throw a Glass al Piacenza Jazz Fest 2019

Throw a Glass: Erik Friedlander, Uri Caine, Mark Helias, Ches Smith
Piacenza Jazz Fest 2019
Galleria Alberoni
Piacenza
5.4.2019

Non poteva che risultare liquida, talvolta euforica, talaltra depressa e a tratti stupendamente allucinatoria la trasposizione live di Artemisia, l’album che Throw a Glass, il super-gruppo capitanato da Erik Friedlander, ha regalato al pubblico del Piacenza Jazz Fest come ultimo atto di una edizione 2019 davvero da incorniciare.

Posizionati proprio al termine del lungo cartellone, e fisicamente collocati nella suggestiva Galleria Alberoni—dove spettacolari muri di arazzi trasportano il pubblico in una dimensione immaginifica ancora prima dell’arrivo della band sul palco—Friedlander al violoncello, Uri Caine al pianoforte, Mark Helias al contrabbasso e Ches Smith alla batteria hanno dato alle stampe nel 2018 un album intitolato appunto Artemisia e ispirato al “Bicchiere d’assenzio,” la serie di sei sculture realizzate da Picasso esposta al MoMa di New York. Il distillato all’anice, qui assurto a simbolo di ogni bevanda alcolica, in Artemisia diventa il punto di partenza per un un viaggio nel mondo del sentire alterato, della percezione depotenziata e ripotenziata, deragliata, scomposta e creativamente ricomposta.

Un approccio che chi aveva percepito chiaramente negli innumerevoli andirivieni emotivi rappresentati dalle undici tracce registrate in studio, nel concerto di Piacenza ritrova con una intensità capace di amplificare, in un certo senso, gli stati d’ebbrezza dell’album. I musicisti della formazione— originariamente nata con l’idea di tenere una esibizione soltanto—hanno ben presto chiuso un progetto discografico concettuale, coeso, dove orchestrazioni e dinamiche hanno la meglio su ogni virtuosismo, e nel quale la filosofia che sta alle spalle delle musica suonata come poche altre volte è perfettamente leggibile in tutto ciò che si ascolta.

L’album, celebrato fra i migliori dello scorso anno, è il nucleo centrale del concerto. “As They Are”, “Tulips Brush Against My Legs”, “Blush”, e—verso il finale—”Seven Heartbreaks”, la title-track ”Artemisia” e “The Great Revelation”, sono da segnare fra i capitoli più convincenti fra quelli direttamente legati al progetto realizzato dal quartetto in studio. Sono tappe di un concerto che suona come una catabasi e una anabasi nelle e dalle profondità dell’ipnosi dell’assenzio: qui la compostezza e il rigore del fraseggio si allargano, si deformano poco alla volta, accentuando sfocature e dissonanze, per poi tornare a camminare senza sbandate.

Il violoncello di Friedlander è un conduttore sicuro ma discreto, al quale il pianoforte di Caine si affianca con la capacità di cambiare repentinamente atmosfere e linguaggio, mentre la sezione ritmica tesse un percorso e un panorama che da cristallini diventano via via più sfumati e contorti, fino a ritrovare la dimensione piana. Tanta Artemisia, dicevamo, ma non solo. Il concerto è ricco di regali al pubblico con alcuni inediti che lascerebbero presagire una forza creativa tutt’altro che esaurita nel progetto Throw a Glass (e che quindi speriamo di ritrovare prima o poi in un nuovo capitolo discografico).

In chiusura, spunta anche “Cello Again”, brano di Sam Jones che Friedlander inserì nel suo album dedicato a Oscar Pettiford Oscalypso nel 2015. Da ricordare.

(per All About Jazz Italia)

Rachelle Garniez: Swimming Pool Blue

Tutto vero, non ci nascondiamo dietro un dito: per molti ascoltare la Rachelle Garniez di questo sobrissimo e super-elegante Swimming Pool Blue, potrà sembrare una operazione di pura nostalgia per i bei tempi andati del jazz cantato al femminile, un album nato dalla e per la voglia di regalarsi ancora una volta una seduta discreta e solitaria a un tavolo poco illuminato, nell’atmosfera nottura e fumosa da jazz club che la maggior parte di noi ha conosciuto in realtà solo al cinema.

Swimming Pool Blue è esattamente questo, e lo è per tutti i dodici brani che la cantante e polistrumentista di base a New York ha voluto incidere e pubblicare per la Stand Clear Music e con la produzione di Andrew Morse. Ma è anche questo il bello di un album che si affida quasi esclusivamente a standard a cui si aggiungono due originali perfettamente mimetizzati nella carrellata di canzoni. Pezzi cantati con una vena spesso malinconica, a volte divertita, altre sofferente, altre ancora complice, e che Garniez ci ha fatto conoscere negli anni.

Da uno scurissimo e profondo blu, intanto, si alza il suono caldo di una band magistralmente calata nella parte. Qui non possiamo non notare il nome di Tony Garnier, bassista e spalla di Bob Dylan ormai dal 1989 e presenza stabile nel leggendario Never Ending Tour. Garnier, fra l’altro, è a sua volta reduce dalla sbornia di standard registrata proprio con Dylan nel recente e monumentale Triplicate. Ai due si aggiungono Joe Corsello a una felpata batteria, Warren Vache a una tromba simile a una cortina nebbiosa che si alza sul fiume, Peter Bernstein alla chitarra (lo strumento più discreto dell’album), e Scott Arcangel e Joel Diamon al piano (quest’ultimo solo in “Cottage for Sale” e “Every Time We Say Goodbye”).

Jazz da cabaret vecchio stile, suonato come va suonato, con al centro una voce che anche da sola potrebbe reggere la scena. Niente di più, niente di meno. Ma il fascino e la magia che avvolgono questo dolcissimo salto nel vuoto di tanto tempo fa è un regalo che tutti quanti amano il jazz dovrebbero farsi. Incantevole e senza tempo.

Disco della settimana.

Da All About Jazz, marzo 2019

Fossati, il jazz e quella poesia che nessuno ti chiede di studiare a memoria

Ormai dieci anni fa per All About Jazz realizzai una serie di interviste con artisti pop e rock “prestati” o comunque in qualche modo imparentati col mondo del jazz. Fra loro ricordo Gianmaria Testa, Ben Sidran, Joe Henry e anche un mai scontato Ivano Fossati, all’epoca così lontano ma già così vicino all’addio alle scene.

Pensavo di aver perso traccia scritta di quella chiacchierata, scomparsa dalle cartelle dei vecchi file, ed evaporata nel passaggio dal vecchio al nuovo sito di AAJ.

Invece eccola qui. La data è 9 dicembre 2009. E sì, Fossati ci manca molto.

Ricordi la prima volta che hai ascoltato musica jazz?

Mi capitava di ascoltare del jazz alla radio da bambino, nei primissimi anni ’60. Non ci capivo assolutamente niente. Mi sorprendeva la complessità di quel tipo di musica rispetto alla musica leggera che normalmente si ascoltava in casa. Tutto ha cominciato a chiarirsi per me soltanto qualche anno dopo con lo studio della musica e l’acquisto dei primi dischi.

E il primo disco jazz che hai acquistato?

Ricordo di avere trovato, un giorno tornando da scuola su una bancarella di cose usate, una vecchia copia di Mosaic di Art Blakey con i Jazz Messengers e anche una di The Comedy del Modern Jazz Quartet. Li ho consumati e ricomprati più volte negli anni, sono ancora fra i miei dischi preferiti. Ero stato fortunato, avevo cominciato bene.

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Colin Stetson A JazzMi 2018

Colin Stetson – Teatro dell’Arte-Triennale – JazzMi – Milano – 4.11.2018 – C’è qualcosa che spinge il concerto di Colin Stetson al Teatro dell’Arte della Triennale, uno degli appuntamenti-chiave dell’edizione 2018 di JazzMi, ben oltre la spettacolare presentazione dal vivo di All This I Do for Glory, e che fa diventare il live visto a Milano una sorta di prova del fuoco dell’intera filosofia seguita da Stetson nel suo cammino da solista. L’album —uscito lo scorso anno—è andato a spostare più in là l’asticella di una trilogia iniziata esattamente dieci anni prima con New History Warfare Vol. 1 e New History Warfare Vol. 2: Judges e poi chiusasi nel 2013 con New History Warfare Vol. 3: To See More Light. Presentato come una sorta di rielaborazione moderna della lunga e tortuosa marcia del jazz dalle origini fino ai giorni nostri, All This I Do for Glory (e la sua riproposizione dal vivo) sono la personale “traversata nel deserto” del sassofonista canadese.

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Il percorso artistico di Stetson ha raccontato nei suoi capitoli solisti, quelli più selvaggi e liberi, lontani dalle collaborazioni con Dirty Bourbon River Show, Arcade Fire, e dai tre album con Tom Waits, un modo di intendere lo strumento che—soprattutto nella trilogia citata poco fa—ha di fatto aperto nuovi passaggi, dilatando la capacità espressiva dello strumento e facendo man bassa di loop e influenze elettroniche. Fino a rendere il sax una sorta di strumento totale.

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James Senese & Napoli Centrale alla Latteria Molloy di Brescia

James Senese & Napoli Centrale – Latteria Molloy – Brescia – 2.11.2018 – Nero pece, come quando il jazz e funk crescono a Napoli. Ascoltare dal vivo James Senese con i Napoli Centrale è un’esperienza che riconnette molto del DNA segreto di chi ama il jazz, il funk e la musica black più in generale. Di scena a Brescia sul palco della Latteria Molloy, punto di riferimento per chiunque ami la buona musica in zona, la formazione ha ripercorso una storia lunga più di 40 anni. Se mai è esistito un “Napoli Sound,” quello è il loro. Se mai è esistito un gruppo che ha intrecciato i cammini di alcuni dei più straordinari strumentisti italiani, quello è sempre il loro.

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Non a caso, come ha ricordato un James Senese in ottima forma dal palco di Brescia, “questo è il suono dal quale il nostro fratello Pino Daniele amava attingere.” Un altro grande ex che per qualche tempo si dilettò alle corde del basso alla fine degli anni Settanta, prima di diventare “nero a metà.” Oggi ci sono Ernesto Vitolo alle tastiere, Gigi De Rienzo al basso e Agostino Marangolo alla batteria, un motore che non è possibile spegnere e sul quale il sax di Senese esonda lungo una scaletta che supera l’ora e mezza, una scaletta ricchissima, ovviamente, di lacrime come di momenti torridi.

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Guido Harari, dietro al mirino come un jazzista

“Potresti dire che sono un fotografo jazz, alla faccia di chi mi definisce da sempre un fotografo rock!.” Guido Harari scherza volentieri sulla sua nomea di “fotografo musicale,” autore di alcuni degli scatti entrati nell’immaginario collettivo e che ritraggono artisti come David Bowie, Tom Waits, Lou Reed, Patti Smith, Leonard Cohen, Fabrizio De André (alcuni dei suoi ritratti più celebrati sono riprodotti nella galleria abbinata a questa intervista: Guido Harari: A Primer, ma la lista è praticamente infinita).

Scherza, ma solo fino a un certo punto. Perché oltre a essersi cimentato in realtà anche con celebrità lontane dal mondo della musica, nella lunga intervista che ha concesso a All About Jazz Italia, Harari ci ha raccontato di quanto l’arte di saper improvvisare durante una sessione fotografica, proprio come nel jazz, sia parte integrante del suo processo creativo.

Harari da qualche tempo è anche editore, grazie al progetto Wall of Sound, la sua galleria-casa editrice che il 1° novembre pubblicherà il volume “Art Kane. Harlem 1958.” Un libro prezioso, pubblicato in occasione del sessantesimo anniversario del leggendario scatto A Great Day in Harlem, la foto realizzata da Art Kane che ritrae 57 leggende del jazz raccolte davanti a un palazzo di Harlem, la mattina del 12 agosto 1958: una delle immagini della cultura popolare più imitate e citate. Un volume che racconta quella giornata straordinaria, presentando finalmente e per la prima volta ogni singolo fotogramma scattato da Kane, e molto altro ancora. E proprio da qui è iniziata la nostra chiacchierata…

All About Jazz: L’idea di dedicare un volume alla famosa foto di Harlem 1958 come è nata, e come si inserisce nel percorso editoriale che da qualche tempo stai seguendo con la tua galleria Wall of Sound?

Guido Harari: Art Kane è stato uno dei miei maestri quando ho cominciato il mio percorso di fotografo. “Harlem 1958” è l’ultimo capitolo di una storia iniziata più di dieci anni fa, quando contattai la famiglia di Kane, chiedendo conto del perché mancasse una seria monografia dedicata al suo lavoro. Kane era scomparso nel 1995. Quando poi, sei anni fa, ho aperto la mia galleria ad Alba, col preciso intento di divulgare non solo le mie fotografie ma anche quelle di autori italiani e internazionali, ho subito pensato di organizzare una mostra su Kane, ma il figlio Jonathan mi confessò che la quasi totalità dell’archivio non era ancora stato digitalizzato. Poiché Wall Of Sound era già attrezzata per realizzare scansioni professionali e stampe fine art, gli proposi di restaurare, qui ad Alba, le fotografie che avrei selezionato per la mostra. Così, nel 2012, inaugurammo “Art Kane. Visionary,” una retrospettiva che comprendeva non solo i ritratti “musicali” di Kane, ma anche le sue celebri e innovative immagini di moda, pubblicità, e ricerca.

Nel 2015 poi curai, insieme a Jonathan e alla moglie Holly Anderson, una ben più ampia mostra per la Galleria Civica di Modena, che includeva anche fotografie mai esposte prima. È questo il filo rosso che porta all’idea di produrre un libro che, nel sessantesimo anniversario della storica foto ormai nota come “Great Day in Harlem,” apparsa nel gennaio 1959 nella rivista “Esquire,” proponga per la prima volta tutti i fotogrammi di quello straordinario servizio. Quella foto è diventata una vera e propria icona della storia del jazz e della fotografia. Abbiamo scelto di proporre i fotogrammi del servizio quasi si trattasse dei frame di un film, restituendo l’idea della dinamica con cui si è svolta la sessione fotografica.

Su quel numero di “Esquire” furono pubblicati anche alcuni ritratti realizzati da Kane a Lester Young, Louis Armstrong, Duke Ellington, musicisti che non erano presenti nella foto di gruppo a Harlem. Nel libro saranno presenti anche quei ritratti, insieme a una foto della tomba di Charlie Parker, che era scomparso nel 1955. Abbiamo aggiunto al volume anche altre foto realizzate da Kane a Harlem con musicisti e cantanti di gospel, e sul set del film “Pete Kelly’s Blues.” In chiusura abbiamo inserito anche una serie di ritratti di Aretha Franklin. Insomma, tutto quello che Art Kane ha realizzato nell’ambito jazz è racchiuso in questo libro, che si chiude con un omaggio fotografico che il figlio di Kane, Jonathan, ha realizzato nel Queens di recente, una sorta di statement sulla multiculturalità come elemento imprescindibile del nostro futuro. Esattamente con lo stesso spirito di “Great Day in Harlem,” .

AAJ: A proposito di jazz e fotografia: sei un ammiratore di Giuseppe Pino. Della sua fotografia cosa ami di più?

GH: Giuseppe Pino ha iniziato a fotografare prima di me, a metà degli anni Sessanta. Si è poi spostato in America, ed è stato per diversi anni il fotografo del festival jazz di Montreux. Ha documentato almeno tre decenni di jazz (e non solo) in maniera quasi enciclopedica. Pino non è semplicemente un fotografo, ma un creatore di “immagini,” dotato di un gusto grafico unico, per me pari solo a quello di Arnold Newman. Ricordo molte sue copertine assolutamente originali, in particolare alcune di Miles Davis. Nelle immagini di Pino ci sono cultura, stile, gusto grafico, e una immensa passione per i soggetti delle sue foto.

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Foto: Riccardo Piccirillo