Steve Turre: Spiritman (2015)

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Torna Steve Turre, il “suonatore di conchiglie,” o -se preferite -il sideman di giganti come Ray Charles e Carlos Santana. Spiritman rappresenta un vero e proprio back to the roots, verso quella essenzialità swing che il trombonista sembrava aver messo da parte da tempo in favore di percorsi più concettuali e, in parte, segnati anche dall’utilizzo a effetto delle conchiglie come strumento musicale.

Spiritman è un robusto album di jazz, ricchissimo di andamenti swing, che il musicista statunitense sceglie di firmare insieme a Bruce Williams, Xavier Davis, Gerald Cannon, Willie Jones III e Chembo Corniel per l’etichetta Smoke Sessions Records. Quattro composizioni originali, tre estratti dal patrimonio della Tin Pan Alley e dintorni, due omaggi ad altrettanti immortali come Horace Silver e Miles Davis.

Annotazioni che servono a introdurre un disco interamente realizzato nel solco della grande tradizione jazz. Scelte estetiche che riportano alle origini della musica che costruì il suono dell’America jazzistica. Un album fuori dal tempo, o meglio collocabile in un tempo ben preciso, nel quale assoli straordinari e sempre cantabilissimi affiorano dalla superficie di una band senza protagonisti e comprimari. La New Orleans di “Funky Thing” rimbalza sugli standard di “Lover Man” e “With a Song in my Heart,” in un crescendo che sul finale -dopo il via con un possibile omaggio ad Art Blakey -rivisita sia Silver con una dolente versione di “Peace” che Miles Davis (aprendo “All Blues” con il celebre marchio di fabbrica delle conchiglie soffiate).

Una lezione di storia del jazz, una raccolta di brani che fermano le lancette dell’orologio.

Track Listing: Bu; Lover Man; Funky Thing; Trayvon’s Blues; It’s Too Late Now; With a Song in My Heart; ‘S Wonderful; Peace; Nangadef; Spiritman-All Blues.

Personnel: Steve Turre: trombone, conchiglie; Bruce Williams: sax (alto, soprano); Xavier Davis: piano; Gerald Cannon: contrabbasso; Willie Jones: batteria; Chembo Corniel: congas.

Record Label: Smoke Sessions

Style: Straight-ahead/Mainstream

(da All About Jazz, agosto 2015)

-Isq: Too (2015)

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Pop d’autore visto con le lenti dal jazz. Gli -isq sono una formazione inglese nelle cui file milita Irene Serra, cantante dalle origini italiane ma oggi stabilmente a Londra. Insieme a un pugno di musicisti divisi fra contrabbasso, batteria e pianoforte, è giunta al secondo album, presentato nella capitale inglese in un locale di Soho pochi mesi fa.

Too è una seconda prova brillante, composta da una collezione di brani molto più vicini alla canzone pop (nel senso più alto del termine) che a quella jazz. L’impronta della band è dettata comunque da una chiara frequentazione jazzistica e in queste otto tracce trova perfetta combinazione con la voce di Irene.

“Reflections” è una partenza che non può lasciare indifferenti. Una introduzione per sole voce e pianoforte danno il via a uno dei motivi dell’album destinati a non essere facilmente dimenticati. “Falling Stars” è un piccolo capolavoro di intimo minimalismo nel quale si innesta il fraseggio fluido del contrabbasso di Richard Sadler , “Still Life” rincorre chiaroscuri tutti pianistici e “As I Lay You Down” mostra l’anima più composita della formazione musicale di -isq. “Tears of a Clown” suona come una mesta ninna nanna mentre a chiudere l’album sono l’incedere netto e la voce di Irene che si fanno più imperiose su “Light and Shade.” Un’ottima prova, che ci lascia già in attesa di nuove canzoni.

Track Listing: Reflections; Falling Stars; Secret Garden; Still Life; As I Lay You Down; Tears of a Clown; Zion; Light and Shade.

Personnel: Irene Serra: voce; Richard Sadler: contrabbasso; Chris Nickolls: batteria; John Crawford: piano.

Record Label: Cheesepeas Records

Style: Vocal

(da All About Jazz, agosto 2015)

The Spanish Donkey: Raoul

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Una tempesta di suoni, un incantesimo sonoro dai profili affilati e dal cuore elettrico. Ecco cosa è Raoul, ultimo nato in casa The Spanish Donkey, la formazione composta da Joe Morris, Jamie Saft e Mike Pride. Tre musicisti che ergono un muro sonoro che, sebbene non originalissimo, sa affascinare l’ascoltatore sensibile a quel filone della musica che gioca a flirtare col rumorismo, fino alle estreme conseguenze.

Gli Spanish Donkey non hanno remore nel battere questa strada, alla ricerca (forse) di una ‘nuova cosa’ che difficilmente si rischia di trovare da quelle parti, visti gli illustri precedenti e la carica innovativa ormai sbiadita della misura rumorista. Ma non è detto che a un buon disco debba sempre e comunque essere richiesto qualcosa di nuovo. Per questo ci sentiamo di promuovere le tre lunghe tracce pubblicate da RareNoiseRecords con buoni voti, trovando nei sapori vagamente Seventies della strumentazione scelta e delle sonorità adottate una marca distintiva e ben dosata.

Aggiungiamo che il trio sa controbilanciare l’inevitabile approccio cerebrale con una carica istintiva che sa elettricità e di primordi. Di senso basilare del ritmo, del rumore e della detonazione. Chiamatela psichedelia, free, oppure rock impazzito. La musica non cambierà. Tre tracce per un’ora e dieci di assalti sonori. Molti inferi, poche luci. Avanti chi se la sente.

Track Listing: Raoul; Behavioral Sink; Dragon fly Jones.

Personnel: Joe Morris: chitarre elettriche; Jamie Saft: Hammond, organo Korg, MiniMoog, piano; Mike Pride: piano.

Record Label: RareNoiseRecords

(da All About Jazz, 2015)

Kevin Hays: New Day (2015)

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Jazz ma ancora più soul e funk segnano il ritorno in studio di Kevin Hays, il quarantasettenne pianista newyorkese che per la Sunnyside licenzia questo piacevole New Day, album da gustare tutto d’un fiato lungo le 12 tracce che, insieme a tanti brani originali, includono anche un paio di cover eccellenti.

La parata si apre con una grooveggiante “Run of the Sun,” strumentale che richiama senza troppi imbarazzi la grande tradizione rhythm’n’blues dando un assaggio, ma solo nel suo secondo tempo, del virtuosismo solista di Kevin, diviso fra piano, Fender Rhodes, Wurlitzer, e più tardi anche alla voce. Come in “New Day,” per esempio, brano anch’esso ascrivibile alla tradizione vocale nera, con un incipit che pare preludere a una messa cantata sullo stile del reverendo Solomon Burke, per poi schiarirsi anche grazie alle linee strumentali dell’armonica di Gregoire Maret, strumento che proprio insieme alla tastiera del pianoforte (in tutte le possibili declinazioni) in questo disco si ritaglia un ruolo particolare, da vera comprimaria.

Tony Scherr alle chitarre, Rob Jost al basso e Greg Joseph alla batteria e percussioni completano la line up della formazione aprendo la via marcatamente black impressa da Hays con una serie di suggerimenti che qua e là regalano a New Day guizzi melodici che ci ricordano certi episodi del più recente Erik Friedlander, qualche anno fa alla prese con un percorsi lungo le proprie radici (“Trudger’s Paradise”). Le sorprese però sono tante. Infatti “Milton,” col suo vocalese disimpegnato, porta nei pentagrammi di New Day sapori brasiliani, assecondati ben presto anche dalla sezione rirmica della band.

È con “The Sun Goes Down” che il disco torna a respirare di puro soul (tanto che ci viene il dubbio che sia stata proprio questa, quella di un album a suo modo di genere, l’idea iniziale di Kevin). Dopo due composizioni di grande atmosfera e meno serrate (“Kurtish” e “All I Have”), pianista e band si cimentano con il classico moderno di Sixto Rodriguez “Sugarman,” qui riletto con una evanescente e sospesa versione per soli strumenti dalle generose concessioni all’improvvisazione. Un vero omaggio.

Chiudono l’album l’ironica “Waltz for Wollesen,” una languida e cantata “Highwayman,” grandissima ballad firmata da Jimmy Webb, “Time Waits” innestata su un finale circolare, con la ripresa dell’inaugurale “Run to the Sun” ma in versione vocale. Un’ottima prova, un disco ben suonato, gradevole e che non trova difetti—ma anzi un punto di forza -nel suo essere a metà strada fra strumentale e cantato. Anche se il sospetto che Kevin questi pezzi li volesse cantare tutti o quasi, a noi rimane.

Track Listing: Run to the Sun (instrumental); New Day; Trudger’s Paradise; Milton; The Sun Goes Down; Kurtish; All I Have; Sugar Man; Walts for Wollesen; Highwayman; Time Waits; Run to the Sun (vocal).

Personnel: Kevin Hays: piano, Fender Rhodes, Wurlitzer, voce; Gregoire Maret: armonica; Tony Scherr: chitarre; Rob Jost: basso; Greg Joseph: batteria e percussioni.

Record Label: Sunnyside Records

Style: Modern Jazz

(da All About Jazz, luglio 2015)

Star Hip Troopers: Planet E (2015)

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Interferenze cinematiche, loop e pulviscolo elettronico sono gli ingredienti base su cui il progetto del DJ e produttore Mess Morize (nuova identità di DJ Knuf, nome d’arte che gli appassionati della scena romana conosceranno bene) costruisce un notevole progetto di jazz futuro e possibile in compagnia di una nutrita schiera di musicisti come Piero Delle Monache, Raffaele Casarano, Luca Aquino, Mauro Ottolini, Riccardo Gola, Francesco Bearzatti e Claudio Filippini. Il progetto battezzato Star Hip Troopers, con l’album Planet E, esplora una delle tante declinazioni possibili del jazz in salsa elettronica.

È questa la prima uscita di una linea dedicata in modo specifico alla musica elettronica voluta da Parco della Musica Records in collaborazione con M.I.T. (Meet in Town). La regia di Mess Morize è tutt’altro che un collante per una serie di brani difficilmente immaginabili come pezzi a se stante e realizzati a più mani. Le derive psico-sonore contenute nelle tredici tracce qui raccolte, infatti, disegnano una geografia fluida, senza coordinate e dai profili affascinanti.

A uno sperimentalismo minimale, spesso ai confini del glitch, Mess Morize associa robuste dosi di dub, nella quale è una presenza più familiare (quella dei fiati) a riportare calore e invertire l’ordine dei protagonisti. A ben vedere, in quest’album, non ci sono strumenti protagonisti, perché palese è soprattutto una concezione di musica come continuo fluire e come alternanza di elementi. Il risultato sono panorami sonori immobili e atmosferici a volte, tessuti cibernetici e permeati da percussioni sintetiche altre. In ogni caso tutti da esplorare.

Track Listing: Lost 1; Cruising; Through the Porthole; Standstill; Crackle Lullaby; Lost 2; Runaway; Breathing in Pitch Black; From Beyond; Cosmic Insight; Deli’s Orbit; Firing; Planet E.

Personnel: Mess Morize: electronics; Riccardo Gola: contrabbasso; Luca Aquino: tromba; Claudio Filippini: pianoforte; Raffaele Casarano: sax; Mauro Ottolini: trombone; Francesco Bearzatti: sax.

Record Label: Parco Della Musica

(All About Jazz, luglio 2015)

Calexico | 23 aprile 2015 | Fabrique, Milano

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Per il nuovo ‘Edge of the Sun i Calexico si sono trasferiti da Tucson a alla Coyoacán di Città del Messico, passando per la Grecia dalle ricche tradizioni musicali. Viaggi (e numerose collaborazioni con artisti-amici) che raccontano molto della voglia di trovare nuova linfa creativa del collettivo di musicisti guidati da Burns e Convertino. L’aria che si respira nel tour, passato anche dall’Italia (e Milano è stata l’unica data), profuma però più che mai di quell’aria che incendia i confini messicani.Di quell’epica spoglia che come ambientazione sceglie arbusti, polvere ed arroyos, marchio di fabbrica dell’immaginario e più in generale dell’ambiente narrativo dei Calexico.

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Donny McCaslin: Fast Future (2015)

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Il “futuro veloce” che Donny McCaslin ci racconta nel suo ultimo album è un universo estremamente composito e, per chi ha ascoltato le precedenti avventure musicali del sassofonista statunitense, non privo di sorprese. Sorprese e voglia di osare.

Sì perché nelle pieghe, larghissime, di questa decina di pezzi, è decisamente ampio il ventaglio di scelte sulle quali -è facile intuire -il produttore David Binney ha avuto un ruolo di primissimo piano, tanto che la tentazione sarebbe quasi quella di accreditare il sassofonista di Miami come co-autore di quest’opera.

Fast Future non è un album minimale, l’impianto e la ricchezza delle scelte sono due dei tratti che caratterizzano un’uscita nella quale è ancora l’elettronica a flirtare con una delle possibili vie del jazz moderno, ma nella quale un’estetica fusion (sì, ho detto fusion) torna più di una volta a dare veste e forma alle pulsioni del sassofonista che solo un anno fa strappava una nomination ai Grammy.

Funziona? Sì e no. La classe del fraseggio di McCaslin esonda e convince, per esempio, in pezzi come “Love and Living,” nel quale il sax pare condurre per mano l’ascoltatore lungo le tappe di un percorso musicale logico, strutturato e di straordinaria espressività. I conti non tornano (per lo meno a parere di chi scrive) in esperimenti che paiono strizzare l’occhio a soluzioni pop, come i vocalizzi dall’effetto finale molto sintetico di “No Eyes,” cover di Baths. Ci entusiasma piuttosto il vortice elettronico dei poco più di 2 minuti della precipitosa “54 Cymru Beats,” dove il sax ancora una volta nevrotico schizza su un tappeto al limite della drum’n’bass, qua e là verso in ritmi marziali e imperiosi.

Grande è il lavoro del tastierista Jason Lindner, del bassista Tim Lefebvre, e del batterista Mark Guiliana all’interno di un lavoro che forse, nella voglia di guardare in tante, troppe direzioni, a un certo punto pare perdere il filo del discorso, facendo rimpiangere una scaletta più concentrata, con meno divagazioni.

 

Track Listing: Fast Future; No Eyes; Love and Living; Midnight Light; 54 Cymru Beats; Love What is Mortal; Underground City; This Side of Sunrise; Blur; Squeeze Thru.

Personnel: Donny McCaslin: sax tenore; Jason Lindner: tastiere; Tim Lefebvre: basso; Mark Guiliana: batteria.

Record Label: Greenleaf Music

Style: Modern Jazz

(All About Jazz, maggio 2015)