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Per il nuovo ‘Edge of the Sun i Calexico si sono trasferiti da Tucson a alla Coyoacán di Città del Messico, passando per la Grecia dalle ricche tradizioni musicali. Viaggi (e numerose collaborazioni con artisti-amici) che raccontano molto della voglia di trovare nuova linfa creativa del collettivo di musicisti guidati da Burns e Convertino. L’aria che si respira nel tour, passato anche dall’Italia (e Milano è stata l’unica data), profuma però più che mai di quell’aria che incendia i confini messicani.Di quell’epica spoglia che come ambientazione sceglie arbusti, polvere ed arroyos, marchio di fabbrica dell’immaginario e più in generale dell’ambiente narrativo dei Calexico.

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Il “futuro veloce” che Donny McCaslin ci racconta nel suo ultimo album è un universo estremamente composito e, per chi ha ascoltato le precedenti avventure musicali del sassofonista statunitense, non privo di sorprese. Sorprese e voglia di osare.

Sì perché nelle pieghe, larghissime, di questa decina di pezzi, è decisamente ampio il ventaglio di scelte sulle quali -è facile intuire -il produttore David Binney ha avuto un ruolo di primissimo piano, tanto che la tentazione sarebbe quasi quella di accreditare il sassofonista di Miami come co-autore di quest’opera.

Fast Future non è un album minimale, l’impianto e la ricchezza delle scelte sono due dei tratti che caratterizzano un’uscita nella quale è ancora l’elettronica a flirtare con una delle possibili vie del jazz moderno, ma nella quale un’estetica fusion (sì, ho detto fusion) torna più di una volta a dare veste e forma alle pulsioni del sassofonista che solo un anno fa strappava una nomination ai Grammy.

Funziona? Sì e no. La classe del fraseggio di McCaslin esonda e convince, per esempio, in pezzi come “Love and Living,” nel quale il sax pare condurre per mano l’ascoltatore lungo le tappe di un percorso musicale logico, strutturato e di straordinaria espressività. I conti non tornano (per lo meno a parere di chi scrive) in esperimenti che paiono strizzare l’occhio a soluzioni pop, come i vocalizzi dall’effetto finale molto sintetico di “No Eyes,” cover di Baths. Ci entusiasma piuttosto il vortice elettronico dei poco più di 2 minuti della precipitosa “54 Cymru Beats,” dove il sax ancora una volta nevrotico schizza su un tappeto al limite della drum’n’bass, qua e là verso in ritmi marziali e imperiosi.

Grande è il lavoro del tastierista Jason Lindner, del bassista Tim Lefebvre, e del batterista Mark Guiliana all’interno di un lavoro che forse, nella voglia di guardare in tante, troppe direzioni, a un certo punto pare perdere il filo del discorso, facendo rimpiangere una scaletta più concentrata, con meno divagazioni.

Track Listing: Fast Future; No Eyes; Love and Living; Midnight Light; 54 Cymru Beats; Love What is Mortal; Underground City; This Side of Sunrise; Blur; Squeeze Thru.

Personnel: Donny McCaslin: sax tenore; Jason Lindner: tastiere; Tim Lefebvre: basso; Mark Guiliana: batteria.

Record Label: Greenleaf Music

Style: Modern Jazz

(All About Jazz, maggio 2015)

Vedi alla voce “oggetti musicali non identificati.” La contrabbassista romana Caterina Palazzi torna a cinque anni di distanza dalla sua prima uscita discografica con la formazione Sudoku Killer sotto le insegne di Auand Records e con cinque violentissime tracce nelle quali il jazz (specie di marca nordica) convive con la psichedelia, il post-rock, il rumorismo e la musica sperimentale.

Un album violento fin dal titolo, dove l’Infanticide a cui la formazione si riferisce è certamente rappresentazione metaforica di un definitivo affrancamento dalle chiare certezze della giovinezza in favore dei cieli nuvolosi e gravidi di dubbi della maturità, ma in cui le rotondità jazz vengono sbriciolate non di rado in esplosioni proprie del rock. Ecco allora che l’infanticidio scelto come scomodo titolo del disco richiama alla mente un altro album scomodo come l’Incesticide targato Nirvana dell’anno 1992. La parentela, almeno filosofica, è dichiarata dalla stessa Palazzi. Ma addentrandosi nelle cinque tracce dalla titolazione nipponica—cinque segmenti in parte e, a loro volta, nettamente scissi in due tempi distinti—è facile accorgersi come il rimando alle fangosità grunge non sia un semplice vezzo citazionista.

Non va dimenticato che i compagni di viaggio di Caterina, sono altri spietati “killer” professionisti che rispondono ai nomi di Antonio Raia al sax tenore, Giacomo Ancillotto alla chitarra e Maurizio Chiavaro alla batteria. Gente abituata a partire da un tema lineare e sinuoso, renderlo più oscuro, dilatarlo con dissonanze oblique, quindi dilaniarlo con inserti di puro rumorismo per finire ricompattando quel che resta dello spartito nell’elementare geometria di un giro rock.

Track Listing: Sudoku Killer; Hitori; Nurikabe; Futoshiki; Masyu.

Personnel: Caterina Palazzi: contrabbasso; Antonio Raia: sax tenore; Giacomo Ancillotto: chitarra; Maurizio Chiavaro: batteria.

Record Label: Auand Records

(All About Jazz, aprile 2015)

Count Till Zen

Ascoltate questo album, perché è una delle più belle collezioni di brani pubblicate in questi ultimi cinque anni. Dei tanti modi in cui ci si potrebbe divertire tentando di definire nel modo più attuale il jazz (chissà poi perché e con che diritto) in Count Till Zen troverete ipostatizzata in dieci brani la definizione più estensiva e trasparente.

Niente sperimentalismi da avanguardia newyorkese, niente tempi frammentati, niente rielaborazioni cerebrali e talvolta un po’ algide. Qualcuno, anche a un primo ascolto, potrebbe pure obbiettare: bastano due musicisti jazz per parlare di un album jazz? Non lo sappiamo, forse non ci interessa neppure. Sappiamo però che Count Till Zen, seconda opera del trio composto da Ernst Reijseger, Harmen Fraanje e Mola Sylla – pubblicato sempre per Winter & Winter -è un’opera che si può definire, senza troppi giri di parole, semplice. Semplice ed essenziale, nella quale confluiscono tanto la lezione improvvisativa di matrice europea quanto l’Africa. Non solo la sua tradizione, ma la sua contemporaneità, la sua presenza europea e, in ultima analisi, la sua variante più cosmopolita. World music, direte voi, certo, ma di quella in cui l’ibridazione, per una volta, non somiglia a un’operazione calcolata e un po’ posticcia.

C’è un che di ambientale e atmosferico in Count Till Zen, uno spazio sonoro perfettamente visualizzabile non appena le note di “Perhaps” e “Bakou” si materializzano (il verbo non è casuale) in cuffia. Il suono è catturato in uno studio di registrazione di Ludwigsburg, con un solo microfono Josephsen c 700 s attorno al quale si sono disposti i tre musicisti, affiancati dal produttore Stefan Winter. Al centro c’è la grande voce di Sylla, senagalese ma cittadino di Amsterdam dal 1987, abituato a intrecciare la musica della sua terra d’origine con quella del Mali nella formazione Senemali. Sylla si accompagna con kongoma, xalam e percussioni. Ai lati Ernst Reijseger al violoncello e Harmen Fraanje al pianoforte.

Ciò che scaturisce da questo incontro è un album di raro splendore, un mondo nel quale è facilissimo perdersi e vagabondare a lungo, con ascolti ripetuti e stupefatti. Se la dimensione spirituale è esplicitata nel titolo dell’album, che fa riferimento diretto alla filosofia zen, il viaggio, il movimento, la peregrinazione sembrano affiorare impliciti nelle stesse identità fluttuanti dei tre musicisti.

L’Africa e l’Europa sono riferimenti geografici sul pentagramma e sulla mappa di viaggio. È a metà strada fra i due continenti che troviamo il segno più netto tracciato da questo imperdibile e anarchico trio di musicisti.

Track Listing: Perhaps; Bakou; Badola; Count till Zen; Out of the Wilderness; Headstream; Debenti; Falémé; E Konkon; Friuli.

Personnel: Ernst Reijseger: violoncello; Harmen Fraanje: pianoforte; Mola Sylla: voce, kongoma, xalam, percussioni.

Record Label: Winter & Winter

(da All About Jazz, 2015)


Nuove eruzioni dal vulcanico batterista britannico Martin France, alla guida degli Spin Marvel. Il musicista già ascoltato al fianco di Django Bates, Evan Parker, Kenny Wheeler, Lee Konitz, Dave Holland, Arild Andersen, e Ralph Towner firma quest’anno un nuovo capitolo della sua storia musicale lanciando per RareNoiseRecords Infolding, affascinante e acido sbocco musicale che al jazz addiziona robuste dosi di elettronica, rumorismo post-industriale, e derive che pongono questo album, composto da sei diluitissimi brani, su un terreno spesso assimilabile alla pura sperimentazione sonora.

Una scelta consapevole e testimoniata anche dalla presenza del sound designer Terje Evensen (la definizione è sua), oltre che da Tim Harries (Earthworks), dal produttore e batterista Emre Ramazanoglu e dal trombettista Nils Petter Molvaer.

Tinte acide, panorami lisergici, nervosismi acustici che rimandano a certe decomposizioni anni Settanta, comuni non solo al jazz ma anche a un certo filone rock, sono la marca più caratteristica di Infolding, album che vive anche nel contrasto fra episodi accessibili ed estremismi musicali aspri e che richiedono più di uno sforzo per farsi apprezzare.

Sforzo reciproco, in ogni caso, tanto per gli ascoltatori quanto per i musicisti in studio, stavolta impegnati in un disco-progetto che tenta di abbattere definitivamente il confine fra registrazione e live. Il nucleo di Infolding è infatti costituito da registrazioni in larga parte improvvisate realizzate per la radio BBC.

Track Listing: Canonical; Tuesday’s Blues; Two Hill Town; Leap Second; Same Hand Swiss Double Pug; Minus Two.

Personnel: Nils Petter Molvaer: tromba; Martin France: batteria; Terje Evensen: live electronics; Tim Harries: basso; Emre Ramazanoglu: batteria.

Record Label: RareNoiseRecords

(da All About Jazz, marzo 2015)

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Da leggere in perfetta continuità con il più recente Volume II, pubblicato nel 2014, Amsallem Sings è l’album di debutto come cantante del pianista Franck Amsallem. Musicista francese di lungo corso e dalle origini algerine, sceglie di utilizzare per la prima volta la voce nel modo probabilmente più ambizioso, intimo e fascinoso: accompagnandosi col solo pianoforte (diversamente dal secondo album, dove sceglierà di registrare in trio).Amsallem Sings è una magnifica prova di stile. Dal punto di vista strumentale sono praticamente nulli gli appunti. I colori e le fioriture contenute nei 12 brani del CD paiono il frutto di un articolato percorso artistico e figli diretti di una sensibilità che negli anni ha incrociato nomi come quelli di Gerry Mulligan, Joe Chambers, Gary Peacock, Bill Stewart e Joshua Redman.

Logico dunque considerare l’ottima prova sui tasti del pianoforte in rapporto a una voce che, per essere la prima volta, si fa perdonare le piccole pecche alle quali inevitabilmente va incontro. Ricca di charme, sottile ma dotata di una certa potenza quando le canzoni lo richiedono, la voce di Amsallem premia il mood malinconico che pervade l’intero disco, e finisce per convincere pienamente fin dal primo ascolto.

Un album che si inserisce nel solco della tradizione del jazz cantato, profumato di passato, e nel quale—sia chiaro—non si va oltre la riproposizione di grandi classici come “Come Rain or Come Shine,” “I Get Along with You Very Well,” “Willow Weep for Me,” passando in rassegna la memoria di immortali come Chet Baker, Billie Holiday (ma rivive persino la Marilyn Monroe di “I’m Thru with Love”). Gli amanti del filone non rimarranno delusi.

Track Listing: Come Rain or Come Shine; Dream; I Get Along without You Very Well; The Song is You; I Concentrate on You; But Beautiful; In My Solitude; Willow Weep for Me; I’m Old Fashioned; I’m Thru with Love; Lucky to be Me; In the Wee Small Hours of the Morning.

Personnel: Franck Amsallem: pianoforte, voce.

Record Label: FRAM

(All About Jazz, gennaio 2014)

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