Count Till Zen

Ascoltate questo album, perché è una delle più belle collezioni di brani pubblicate in questi ultimi cinque anni. Dei tanti modi in cui ci si potrebbe divertire tentando di definire nel modo più attuale il jazz (chissà poi perché e con che diritto) in Count Till Zen troverete ipostatizzata in dieci brani la definizione più estensiva e trasparente.

Niente sperimentalismi da avanguardia newyorkese, niente tempi frammentati, niente rielaborazioni cerebrali e talvolta un po’ algide. Qualcuno, anche a un primo ascolto, potrebbe pure obbiettare: bastano due musicisti jazz per parlare di un album jazz? Non lo sappiamo, forse non ci interessa neppure. Sappiamo però che Count Till Zen, seconda opera del trio composto da Ernst Reijseger, Harmen Fraanje e Mola Sylla – pubblicato sempre per Winter & Winter -è un’opera che si può definire, senza troppi giri di parole, semplice. Semplice ed essenziale, nella quale confluiscono tanto la lezione improvvisativa di matrice europea quanto l’Africa. Non solo la sua tradizione, ma la sua contemporaneità, la sua presenza europea e, in ultima analisi, la sua variante più cosmopolita. World music, direte voi, certo, ma di quella in cui l’ibridazione, per una volta, non somiglia a un’operazione calcolata e un po’ posticcia.

C’è un che di ambientale e atmosferico in Count Till Zen, uno spazio sonoro perfettamente visualizzabile non appena le note di “Perhaps” e “Bakou” si materializzano (il verbo non è casuale) in cuffia. Il suono è catturato in uno studio di registrazione di Ludwigsburg, con un solo microfono Josephsen c 700 s attorno al quale si sono disposti i tre musicisti, affiancati dal produttore Stefan Winter. Al centro c’è la grande voce di Sylla, senagalese ma cittadino di Amsterdam dal 1987, abituato a intrecciare la musica della sua terra d’origine con quella del Mali nella formazione Senemali. Sylla si accompagna con kongoma, xalam e percussioni. Ai lati Ernst Reijseger al violoncello e Harmen Fraanje al pianoforte.

Ciò che scaturisce da questo incontro è un album di raro splendore, un mondo nel quale è facilissimo perdersi e vagabondare a lungo, con ascolti ripetuti e stupefatti. Se la dimensione spirituale è esplicitata nel titolo dell’album, che fa riferimento diretto alla filosofia zen, il viaggio, il movimento, la peregrinazione sembrano affiorare impliciti nelle stesse identità fluttuanti dei tre musicisti.

L’Africa e l’Europa sono riferimenti geografici sul pentagramma e sulla mappa di viaggio. È a metà strada fra i due continenti che troviamo il segno più netto tracciato da questo imperdibile e anarchico trio di musicisti.

Track Listing: Perhaps; Bakou; Badola; Count till Zen; Out of the Wilderness; Headstream; Debenti; Falémé; E Konkon; Friuli.

Personnel: Ernst Reijseger: violoncello; Harmen Fraanje: pianoforte; Mola Sylla: voce, kongoma, xalam, percussioni.

Record Label: Winter & Winter

(da All About Jazz, 2015)


Nuove eruzioni dal vulcanico batterista britannico Martin France, alla guida degli Spin Marvel. Il musicista già ascoltato al fianco di Django Bates, Evan Parker, Kenny Wheeler, Lee Konitz, Dave Holland, Arild Andersen, e Ralph Towner firma quest’anno un nuovo capitolo della sua storia musicale lanciando per RareNoiseRecords Infolding, affascinante e acido sbocco musicale che al jazz addiziona robuste dosi di elettronica, rumorismo post-industriale, e derive che pongono questo album, composto da sei diluitissimi brani, su un terreno spesso assimilabile alla pura sperimentazione sonora.

Una scelta consapevole e testimoniata anche dalla presenza del sound designer Terje Evensen (la definizione è sua), oltre che da Tim Harries (Earthworks), dal produttore e batterista Emre Ramazanoglu e dal trombettista Nils Petter Molvaer.

Tinte acide, panorami lisergici, nervosismi acustici che rimandano a certe decomposizioni anni Settanta, comuni non solo al jazz ma anche a un certo filone rock, sono la marca più caratteristica di Infolding, album che vive anche nel contrasto fra episodi accessibili ed estremismi musicali aspri e che richiedono più di uno sforzo per farsi apprezzare.

Sforzo reciproco, in ogni caso, tanto per gli ascoltatori quanto per i musicisti in studio, stavolta impegnati in un disco-progetto che tenta di abbattere definitivamente il confine fra registrazione e live. Il nucleo di Infolding è infatti costituito da registrazioni in larga parte improvvisate realizzate per la radio BBC.

Track Listing: Canonical; Tuesday’s Blues; Two Hill Town; Leap Second; Same Hand Swiss Double Pug; Minus Two.

Personnel: Nils Petter Molvaer: tromba; Martin France: batteria; Terje Evensen: live electronics; Tim Harries: basso; Emre Ramazanoglu: batteria.

Record Label: RareNoiseRecords

(da All About Jazz, marzo 2015)

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Da leggere in perfetta continuità con il più recente Volume II, pubblicato nel 2014, Amsallem Sings è l’album di debutto come cantante del pianista Franck Amsallem. Musicista francese di lungo corso e dalle origini algerine, sceglie di utilizzare per la prima volta la voce nel modo probabilmente più ambizioso, intimo e fascinoso: accompagnandosi col solo pianoforte (diversamente dal secondo album, dove sceglierà di registrare in trio).Amsallem Sings è una magnifica prova di stile. Dal punto di vista strumentale sono praticamente nulli gli appunti. I colori e le fioriture contenute nei 12 brani del CD paiono il frutto di un articolato percorso artistico e figli diretti di una sensibilità che negli anni ha incrociato nomi come quelli di Gerry Mulligan, Joe Chambers, Gary Peacock, Bill Stewart e Joshua Redman.

Logico dunque considerare l’ottima prova sui tasti del pianoforte in rapporto a una voce che, per essere la prima volta, si fa perdonare le piccole pecche alle quali inevitabilmente va incontro. Ricca di charme, sottile ma dotata di una certa potenza quando le canzoni lo richiedono, la voce di Amsallem premia il mood malinconico che pervade l’intero disco, e finisce per convincere pienamente fin dal primo ascolto.

Un album che si inserisce nel solco della tradizione del jazz cantato, profumato di passato, e nel quale—sia chiaro—non si va oltre la riproposizione di grandi classici come “Come Rain or Come Shine,” “I Get Along with You Very Well,” “Willow Weep for Me,” passando in rassegna la memoria di immortali come Chet Baker, Billie Holiday (ma rivive persino la Marilyn Monroe di “I’m Thru with Love”). Gli amanti del filone non rimarranno delusi.

Track Listing: Come Rain or Come Shine; Dream; I Get Along without You Very Well; The Song is You; I Concentrate on You; But Beautiful; In My Solitude; Willow Weep for Me; I’m Old Fashioned; I’m Thru with Love; Lucky to be Me; In the Wee Small Hours of the Morning.

Personnel: Franck Amsallem: pianoforte, voce.

Record Label: FRAM

(All About Jazz, gennaio 2014)

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In quanti modi si può usare la voce facendo musica, ma senza cantare? Ce lo insegnano Andreas Schaerer e Bänz Oester in Shibboleth, un CD che definire atipico è sicuramente poco.Una voce di un cantante-performer e un basso jazz. Poche e sporadiche percussioni. “Corde À Linge” inizia su melodie felpate che riportano alla canzone brasiliana e alla musica hawaiana, mentre sullo sfondo si muovono le corde nude di Oester.

Profondo ed evocativo, l’album cambia pelle quasi subito assumendo la forma di uno scat minimale e furioso su “One Lady Asked Me If I Danced the Jazz” (immaginatevi la risposta). Siamo solo all’inizio di un viaggio destinato a portarci ben lontano dal pentagramma e dalla stessa nozione di cantato: “Dans les herbes,” infatti, è un quadro di sussurri rimici, fischi in punta di labbra che aggettano prima in una imitazione meditabonda di didgeridoo vocale, quindi in arioso canto tribale con “Mount Sebou.” Con “The Antikythera Mechanism” Andreas Schaerer sfonda nello sperimentalismo più estremo, una sorta di industrial per sola voce che sarebbe piaciuto al Tom Waits di Bone Machine.Basti la descrizione di queste tracce per farsi un’idea di album che non smette di stupire, dalla prima all’ultima nota (o meglio, fino all’ultimo suono).

Andreas Schaerer e Bänz Oester esagerano sempre, senza perdere mai l’equilibrio. Dove la musica s’eclissa, rimane il suono puro. E noi restiamo in ascolto, ad ammirarne le forme più minute, in una stupefacente messa in scena delle nanotecnologie del suono stesso.

Track Listing: Corde À Linge; One Lady Asked Me If I Danced the Jazz; 3. Dans Les Herbes; Mount Sebou; The Antikythera Mechanics; For the Exclusive Use of the Aristocracy; Marajô; Borschtsch; Bouncing Bones; Wayfaring Stranger; At Ruegenwalder’s; 2 A.M.; Finger Mäxu; Neulich Beim Friseur; Blue Monk.

Personnel: Andreas Schaerer: voci, scacciapensieri, Bänz Oester: basso, percussioni.

Record Label: Unit Records

(All About Jazz, dicembre 2014)

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Non facciamo finta di niente. Ogni volta in cui capita sotto mano un album che santifica l’autore di turno, versando sul repertorio una vernice blu e pastosa con la semplice etichetta “in jazz,” un brivido ci percorre la schiena. I motivi sono tanti: il più delle volte sono album che non andranno oltre il singolo ascolto, altre volte si assiste a una parata di canzoni dal sapore annacquato, francamente inutili. In altre occasioni ancora non sentiamo altro che esercizi di stile ben confezionati ma nemmeno troppo originali. Nel peggiore dei casi la dimensione onanistica prende il sopravvento su tutto e si mangia tanto le sembianze della canzone quanto il potenziale senso della nuova trasposizione. 

Per tutti questi motivi quando Dalla in Jazz dalla custodia prende la via del lettore, la nostra mano trema. L’orecchio, però, rimane da subito piacevolmente colpito da un disco che mette in fila l’omaggio di Paolo Fresu, Vinicio Capossela, Giovanni Mirabassi, Javier Girotto Fabrizio Bosso, fra gli altri, sulla base di un autentico affetto per la musica del cantate bolognese improvvisamente scomparso nel 2012 a Montreux. Ognuno trova una chiave di lettura personale, sovente molto riconoscibile, ma sempre rispettosa dei brani originali. 

La tromba di Luca Aquino, per esempio, è protagonista insieme alla voce di Lucio sulle note di “La mer” di Charles Trenet (il brano fu registrato nel 2010), una chiesa di Tarquinia è la sede della registrazione di una delicata versione di “Attenti al lupo” per sola tromba e pianoforte, Mirabassi è impegnato in una “Quale allegria” catchy e notturna, Fresu si lancia nel super classico “Caruso” innestata su un sampler di Omar Sosa tratto da un concerto parigino del 2012. La Gegé Telesforo Band pulsa il suo migliore groove in una strepitosa “Stronzo,” piena di funk e che sarebbe molto piaciuta al Miles Davis di Doo Bop. Commovente è la rilettura di “Felicità” del trio Girotto- Servillo-Mangalavite, fino alle atmosfere elleniche di “Itaca,” non a caso scelta da Vinicio Capossela, reduce dall’esperienza greca di Rebetiko Gymnastas, per una perlustrazione marinaresca a suon di cori e bouzouki. Finirà in sirtaki. ‘Onesto’ è l’aggettivo più adatto per descrivere questo album.

(da All About Jazz, 2014)

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I motivi che rendono speciale un concerto di Bill Callahan sono tanti. Il primo è che sul palco non succede assolutamente niente. Nulla. L’immobilità di Callahan e della sua band sotto i riflettori del Teatro Antoniano di Bologna, di fronte una platea completamente esaurita, è totale. Ma una simile ‘assenza apparente’ nasconde molto più di una posa ieratica. A giudicare dalle immagini che scorrono alle spalle dei musicisti, ha piuttosto qualcosa a che fare con l’immobilità incantata dei panorami naturali continuamente evocati in Dream River, ultimo album del’ex signor Smog, e forse nell’inquietudine di un artista che – una volta sistematosi al microfono – a una prima occhiata non sfigurerebbe fra i personaggi di un libro di Joe R. Lansdale o Jim Thompson.

L’immobilità del suo corpo è un elemento legato a doppio filo con la sua voce. Dalle parti di Mark Lanegan, ma sciolto nelle sovrumane malinconie di Kurt Wagner, Callahan è un flusso di parole (o uno stream of consciousness, ci verrebbe naturale dire) capace di ricreare, dalle assi di un teatro, un immaginario americano fatto di fiumi, montagne e foreste, personificazione e risultato di quel pellegrinaggio per le terre del continente che lo ha portato, lo scorso anno, a scrivere il suo vero capolavoro. Non c’è confine definito, infatti, fra il respiro quasi estatico dei panorami tracciati tanto sul disco quanto dal vivo, e la dimensione più intima ed esistenziale delle storie che Bill racconta. La voce di Callahan arriva da chissà dove e porta chissà dove, e con ogni probabilità è la manifestazione più ‘materica’ mai ascoltata di un’entità impalpabile com’è, appunto, il suono. Gli arrangiamenti tessuti dalla band che lo accompagna (Matt Kinsey alle chitarre, Jamie Zuverza al basso e Adam Jones alla batteria) rassicurano la platea, abbracciando spesso soluzioni note e notissime nel folk americano.

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Ma è soltanto un’impressione: derive che profumano di psichedelia sono dietro l’angolo, le chitarre franano su sentieri polverosi e melodie scheletriche, mentre l’armonica di Bill – quando appare – è sghemba e sinistra, quasi un affronto alla rigorosa tonalità del resto dell’impianto melodico. Ogni definizione porta fuori strada. Ogni canzone suonata a Bologna è la proiezione di un film popolato da personaggi di volta in volta ritratti come angeli di desolazione, umanità illuminate da intuizioni semplici quanto essenziali: «I have learned when things are beautiful to just keep on» ripete a lungo nel corso di una versione di Winter Road che mette a dura prova il cuore dei presenti. Dream River è il cuore dello spettacolo (The Sing, Ride My Arrow, Small Plane, Spring), ma non mancano incursioni nel passato con Dress sexy at my funeral, America, Drover. Bill Callahan è protagonista di un concerto fra le esperienze più vicine all’allucinazione e all’estasi. O, forse, solo alla consapevolezza. Prima di lui sul palco ascoltiamo Circuit des Yeux, affascinante autrice di un folk sperimentale. Chitarra a dodici corde, voce enorme e grande talento, regala una manciata di canzoni dal recente Overdue.

Vai alla gallery| Foto Luca Muchetti

(Buscadero, aprile 2014)

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