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Il più dylaniano dei tour recenti: lui al centro, e una banda di chitarre, lap steel e violini tutti intorno. Pub, club e altri posti male illuminati che, forse un tempo, sarebbero stati poco raccomandabili e che oggi diventano teatro bollente di una pastorale italiana fatta di corde e di legno. Country, rock, blues, folk e ogni altra radice che da Roma porta dritti all’America. Viaggi, miraggi, navi e uomini come cani davanti al mare. È il ritratto del De Gregori – e di una band al top raramente così divertita sotto i riflettori – che abbiamo visto sul palco nero come la pece del Fillmore di Cortemaggiore. Il vecchio cinema è stracolmo di pubblico in platea e in galleria. Una sala ribollente ben prima dell’inizio dello show.

Il Principe si presenta con una chitarra acustica che non mollerà più fino alla fine. «Adesso ci scaldiamo un po’» dice accennando le prime note di “Generale”, passando poi a “Caldo e scuro”, due ballad che introducono il rock schietto di “Vai in Africa, Celestino!” con le chitarre di Lucio Bardi e Paolo Giovenchi in primissimo piano. E per De Gregori è un rock che si fa comunque da seduti, su un palco che in confronto ai teatri pare piccolo piccolo, un rock che si suona alzandosi solo di rado, con la cassa della chitarra senza la tracolla alta, stretta sotto l’avambraccio come la suonavano Cash, Williams, Guthrie e tutti i possibili padri di questa musica figlia di pochi accordi e di molta polvere. E poi? E poi spunta l’armonica, l’aria si taglia in due, e il pubblico affonda. “Non c’è niente da capire” è una cavalcata country, “Finestre rotte” è un rock’n'roll ossuto e scarno durante il quale la band stantuffa a pieni giri, una canzone che ricorda da vicino “Tweedle Dee & Tweedle Dum” e più in generale le atmosfere dell’album di Dylan “Love & theft”, “Battere e levare” diventa uno zydeco stirato dai violini, “La Storia siamo noi” coincide col momento più toccante dell’intero set, coi musicisti stretti attorno a De Gregori seduto al piano e stretto in un crescendo di mandolini, violini e fisarmoniche.

Di riferimenti e omaggi al menestrello di Duluth, comunque, le due ore di concerto sono letteralmente disseminate: da “Non dirle che è così” («Questa non è mia, è di Bob Dylan, io l’ho tradotta e lui ha approvato») al fragoroso riff di “Rainy Day Women 12 & 35” usato fra una strofa e l’altra di “Buonanotte fiorellino”. Non mancano le sorprese: “Rimmel” inizia come una vera e propria ‘ukulele song’ – in puro stile Eddie Vedder per intenderci – per poi trasformarsi un un trascinante reggae. La chiusura è affidata a “Bellamore”, “Sotto le stelle del Messico” e una cover di “A chi”, come la si era ascoltata sulla raccolta live datata 2003 “Mix”. Un tour da non perdere, nel quale il divertimento e l’intesa sul palco contano almeno quanto l’abito, in perenne mutazione, del canzoniere di De Gregori.
(da Buscadero, novembre 2011)

Billy Budd di Melville, Lord Jim di Conrad, Prynyl di Céline, il Polifemo di Omero con le sue sirene. Dopo tante storie dalla città è tempo di raccontare storie che vengono dal mare. Storie di uomini, animali e di mostri. Attorno, il mare in tempesta, o la risacca lontana. È un Vinicio Capossela dei mari e degli oceani quello che troviamo al timone di una ciurma di musicisti strappati a una nave pirata sul palco del teatro Ponchielli. Il tour di Marinai, Profeti e Balene, più ancora che del precedente Solo tour, non corrisponde a un semplice concerto ma alla completa trasposizione teatrale delle canzoni, dei temi e della canzoni dell’album. E se due anni fa era l’odore acre delle vampate dei mangiafuoco ad accogliere gli spettatori sulle porte dei teatri di tutta Italia, stavolta basta un colpo d’occhio alla scenografia – imbiancata da grandi costole di balena, come se la band suonasse direttamente da un ventre oscuro – per rendersi conto che si sta per assistere a uno spettacolo da guardare come fosse una rappresentazione teatrale e da applaudire come un concerto. Nella pancia del cetaceo, al posto di Giona, c’è lui, l’uomo attraversato dalle mille e più storie. Cappello da corsaro calato sulla testa, un albero maestro alle spalle, una prua sporgente di lato al palco, e il vento in poppa.

L’abbrivio lo regalano l’ariosità di Il grande Leviatano, la giga festosa di L’oceano oilalà, prima della botta di Billy Budd, la storia del marinaio in attesa di impiccagione narrato con l’incedere netto di un blues scassato, elettrico e accompagnato, nelle ritmiche, da vere catene percosse sui legni del palco. Un mare della mente, dell’immaginario antico, della migliore letteratura mondiale, mediterraneo e biblico, epico ed apocalittico per parlare – sempre e comunque – di uomini, quegli uomini che «si riconoscono dalle scelte che fanno così come le balene si riconoscono dalla coda». E non c’è burrasca o bonaccia che tenga: il vascello di Vinicio ha tempi di scena che esaltano la ricca e fittissima tela di rimandi, citazioni, profumi e narrazioni marinaresche dell’album, eseguito per intero (cambia solo l’ordine delle canzoni, mentre La madonna delle conchiglie con Le Sirene, anticipata da un magnifico monologo incentrato su una sorta di “metafisica” della birra, vengono posizionate in chiusura).

Impossibile orientarsi osservando le stelle quando il cielo minaccia tempesta, e allora meglio abbandonarsi del tutto alle correnti, o al bianco perfetto e assoluto della balena, evocata con lo stesso grido d’incitamento che attraversava le pagine di “Moby Dick”: «Balena morta o lancia sfondata!». Torvo e guascone, bluesman, teatrante e capo banda, fra cori alcolici di marinai lontani dalla terraferma da tempo immemore e coretti da canzonetta Trenta (come la sirena Pryntyl, «che essendo uscita dalla penna di Céline, appena ricevute due gambe in cambio della coda si è subito sbrigata a usarle»), Vinicio fa rotta verso un attracco relativamente sicuro solo nell’ultima parte di show, gettando l’ancora nelle acque del vecchio repertorio (Scivola vai via e Con una rosa, dopo aver ricevuto un fiore da una spettatrice delle prime file), ma infilando anche una coraggiosa versione italiana di When the ship comes in di Bob Dylan. Forse mai così letterario e attoriale, da vero capitano coraggioso affonda negli abissi e risale in trionfo senza abbandonare la sua nave: «Se accettiamo il bene, dobbiamo prendere anche il male». E il mare. Perché van bene i libri, ma siam pur sempre dei marinai: «Noi vogliamo del rum! Uhm! Uhm!».

Michigan-New York, e ritorno. Uno storyteller di razza, un affabulatore nato con una voce da baritono in grado di riconciliarti col mondo. Che la serata fosse poco convenzionale l’ha capito subito chi si è trovato a parcheggiare un po’ spaesato sul sagrato della chiesa di Sant’Ambrogio, o chi, nella bacheca parrocchiale, insieme a un manifesto del pellegrinaggio al santuario di San Luca ha notato il programma di In church with Covo, la mini rassegna che coi concerti di John Grant e Lloyd Cole, ha portato due songwriter a suonare fra i confessionali e i banchi della chiesa intitolata al santo milanese. Tradizione vuole infatti che Sant’Ambrogio abbia soggiornato proprio qui, dalle parti di Castenaso, dove oggi un illuminato don Stefano lascia entrare volentieri santi e peccatori nella piccola chiesa alle porte di Bologna per una serata di musica triste ma onesta.
Grant, accerchiato sull’altare da tastiere e synth col musicista/corista Chris Pemberton a dare man forte, è uno di quegli artisti per i quali la vita, molto spesso, coincide con l’arte. L’omosessualità, l’intolleranza, il Midwest, la partenza per New York, la vita di provincia e della metropoli, le droghe, le cadute. Insomma, la vita e basta. Canzoni che non amano giri di parole, cantate da uno che non ama giri di parole, suonate a un pubblico che in musica soprattutto non ama giri di parole. Nemmeno quando quella JC Hates Faggots in cui “J.C.” sono proprio le iniziali del padrone di casa, l’Altissimo, esplode in tutta la sua dolcezza nella navata centrale più silenziosa mai osservata. Gran parte della scaletta attinge a Queen of Denmark, l’album-capolavoro realizzato in collaborazione coi Midlake lo scorso anno, e restituisce davvero – citando Wenders e senza la minima retorica – l’anima di un uomo che un santo certo non è, ma che stasera, nel suo completo nero, a occhi chiusi di fronte al microfono, canta con la grazia delicata dei più grandi e attorniato da una poesia discreta.
Sono parole che bruciano fino a far male quelle riservate all’amore non corrisposto di Where Dreams Go To Die («I regret the day your lovely carcass caught my eye»), e storie che non risparmiano i trascorsi tossici di Grant quelle che in Drug, ripescata dal repertorio degli Czars, tornano alla volta in cui «il mio venditore di cocaina tentò di suicidarsi sul divano». In mezzo, al centro di un set così scarnificato, c’è abbastanza per perdere la bussola, fra ballad pianistiche (cosa darebbe Elton John per un millesimo di questa umanità?) e canzoni roboanti di synth, esplicite dichiarazioni d’amore alla musica anni Ottanta. Sigourney Weaver è un viaggio che si lascia alle spalle il Michigan in direzione NYC, Chicken Bones punge l’intolleranza apparentemente paradossale di chi è quotidianamente discriminato, mentre la conclusiva Little Pink House, e siamo di nuovo agli Czars, è un tenero ritorno alle origini, ai profumi familiari della casa della nonna di John. I lunghi applausi finali, senza bis, perché a Grant non piacciono – «quindi quando vi saluterò è proprio perché avrò finito, ok?» -, portano tutti quanti al di fuori di un tempo sospeso.
Setlist: You Don’t Have To – Sigourney Weaver, Where Dreams Go To Die, I Wanna Go to Marz, Outer Space, Chicken Bones, Silver Platter Club, It’s Easier, JC Hates Faggots, TC and Honey Bear, LOS, Drug, Queen of Denmark, Fireflies, Caramel, Little Pink House.
(da Buscadero, giugno 2011)


