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Un rocker col pallino della musica d’autore e un cuore affittato al jazz. Massimo Altomare è un artista cresciuto sulle note dei migliori dischi rock, autore di un capitolo fra i più felici della canzone italiana anni Settanta (Loy & Altomare), ha incrociato la via del più grande giornalista blues italiano, Ernesto De Pascale, scomparso di recente, con gli Hypnodance e collaborato a più riprese con l’amico Stefano Bollani, presente anche nell’ottimo e recente album Outing. Le sue esperienze, sia musicali che umane, sono ricchissime: dopo anni passati fra inaspettate pubblicazioni di dischi, colonne sonore per film, laboratori per parolieri e didattica nei licei di Firenze, ecco cosa ci ha raccontato a proposito del suo amore “per caso” nei confronti della musica che più ci piace.
All About Jazz: Ricordi la prima volta che hai ascoltato musica jazz?
Massimo Altomare: Molto bene. Ero piccolo e mio padre era un grande ammiratore di Fred Buscaglione. Quello fu il mio primo contatto col mondo del jazz… avrò avuto quattro anni.
AAJ: Ricordi il primo disco jazz che hai acquistato?
M.A.: Sono cresciuto ascoltando rock, ma ricordo che fu a sedici anni che acquistai il mio primo disco jazz. Era Sonny Rollins.
AAJ: Chi è il tuo artista preferito?
M.A.: Dal punto di vista “biografico” Charles Mingus, dal lato più puramente musicale, tralasciando i grandi classici, un artista che mi piace moltissimo è Bill Frisell, decisamente “crossover” ma credo lo si possa ascrivere nella categoria dei jazzisti.
AAJ: Se tu fossi stato un jazzman americano, di quale corrente avresti fatto parte?
M.A.: Sicuramente il Bebop. Al di là della straordinaria coincidenza fra arte e vita dei protagonisti di quel momento, mi ha sempre affascinato la ricerca e la grande opera di rottura col passato.
AAJ: In che misura pensi che il jazz abbia influenzato la tua musica?
M.A.: Non ve lo so dire a livello… “pratico”. Mi ha influenzato nell’atteggiamento verso la musica. Il rock, il pop, sono generi più rigidi del jazz. Il jazz regala l’improvvisazione, insegna a liberarsi dai cliché. Il jazz è libertà.
AAJ: Come mai hai sentito l’esigenza di coinvolgere jazzisti nei tuoi dischi? Cosa cercavi che non potevi trovare in un musicista “non jazz”?
M.A.: Sono persone che ho sempre frequentato, sto bene, sto meglio con loro. Con Stefano Bollani la collaborazione è venuta abbracciando a un progetto sullo swing, per esempio. In genere preferisco lavorare con un jazzista, che magari non conosce tutti i “trucchi” e i “segreti” del pop, ma ha un estro più creativo. Ecco diciamo che mi interessa il lato sia umano che creativo dei musicisti che coinvolgo.
AAJ: Quale musicista jazz (vivente oppure no) ti piacerebbe che suonasse in uno dei tuoi dischi?
M.A.: Una formazione con Coltrane, Parker e Miles potrebbe andare (ride,N.d.R.).
AAJ: Un bambino di 6 anni ti chiede: «Cos’è il jazz?». Tu cosa rispondi?
M.A.: Il jazz è un gioco, grande e bellissimo.
AAJ: Dalle bettole di New Orleans a raffinati jazz club. Il jazz oggi è ancora pop music, nel senso di “popular”?
M.A.: Oggi credo che il jazz riesca ad arrivare dritto al cuore delle persone, non lo vedo come un genere colto o elitario. Tra l’altro è difficile stabilire confini. Cosa separa, talvolta, il jazz dalla world music per esempio?
AAJ: Fra le tante ricadute del jazz sulla popular music, quale pensi sia la più significativa?
M.A.: Il jazz ha allargato la cultura del pop, ha dato spessore e prospettiva, salvando quella musica che da sola rischiava di diventare una sorta di giocattolo commerciale. E’ un fratello virtuoso che ha fatto bene al fratello minore.
AAJ: Credi che il jazz storicamente sia stato più reattivo (nel senso che ha seguito e incorporato trend lanciati da altri generi musicali) o attivo (nel senso che ha lanciato trend poi seguiti da altri generi musicali)?
M.A.: Credo abbia regalato e ricevuto in ugual misura. Ci sono artisti italiani pop come Paoli e Tenco, per esempio, che sono entrati a quasi pieno titolo nel mondo del jazz.
AAJ: Frank Zappa pensava che il jazz non fosse morto, ma che avesse semplicemente «un odore un po’ curioso». Tu che odore senti?
M.A.: E’ una frase molto zappiana, ma non credo che il jazz abbia un cattivo odore, anzi. A dire il vero io nell’ambiente jazz di odori comuni ne ho sempre trovati pochissimi.
AAJ: Il jazz salverà il mondo?
M.A.: Accidenti che domanda! Beh… sì, io dico proprio di sì!
(da All About Jazz, aprile 2011)

Due interviste sepolte sotto tonnellate di polvere ma che ancora si trovano in Rete. Anni speciali, il 2004 e 2005, e un paio edizioni di Cantiere Sonoro che videro passare a Cremona, fra gli altri, due artisti che in modi differenti hanno scritto alcuni dei capitoli più indimenticabili della storia dell’underground bolognese. Roberto ‘Freak’ Antoni ed Emidio Clementi dei Massimo Volume…
Folk, rock, canzone d’autore. Ma il jazz è dietro l’angolo. Giovanissima (classe 1990) ma padrona di uno stile e di una personalità musicale riconoscibili come raramente è capitato di trovare, Erica Mou negli ultimi tre anni ha fatto incetta di premi e riconoscimenti aggiundicandosi il Liri Festival, il concorso Canzone Italiana d’Autore di Isernia, il Garofano D’oro, il premio speciale Vitamine Controradio, il trofeo “Miti della Musica” Volkswagen, il premio Daolio al miglior testo, il Microfono Sisme per la miglior interpretazione, il concorso L’artista che non c’era, il Premio SIAE Miglior Testo, l’Arè Rock Festival, e – nel 2009 – il Premio Rivelazione Indie Pop al Meeting delle Etichette Indipendenti. Un curriculum che ha presto interessato la Sugar di Caterina Caselli, produttrice del prossimo album di Erica (in uscita ad inizio 2011). Ecco come ha risposto alle domande ‘osmotiche’ di All About Jazz.
All About Jazz: Ricordi la prima volta che hai ascoltato musica jazz?
Erica Mou: Credo intorno ai 5 anni… guardando la videocassetta degli Aristogatti!
AAJ: Ricordi il primo disco jazz che hai acquistato?
E.M.: Stolen Days dei Sax Pistols, dopo aver visto un loro concerto nella mia città, Bisceglie, nel 2006.
AAJ: Chi è il tuo jazzista preferito?
E.M.: E’ difficilissimo rispondere! Non ho un artista jazz che preferisco in assoluto… Tra i live che ho visto nell’ultimo anno sono rimasta particolarmente colpita da Ben Perowsky (in particolare nella Mood Swing Orchestra), Francesco Diodati e i suoi Neko e Chris Morrissey.
AAJ: Se tu fossi stata un jazzman americano, di quale corrente avresti fatto parte?
E.M.: Di sicuro mi sarebbe piaciuto suonare la batteria! Ad ogni modo forse la corrente in cui meglio tradurre la mia musica potrebbe essere il Cool Jazz.
AAJ: In che misura pensi che il jazz abbia influenzato la tua musica?
E.M.: Ho cominciato ad ascoltare il jazz un po’ tardi, quando già scrivevo; difatti non è un genere di musica che sia mai “circolato” a casa mia. Però penso che ascoltare jazz e, soprattutto conoscere e lavorare con persone che ne hanno fatto la propria passione di vita, ti porti ad una visione della realtà sempre più larga. Ti apre la mente. E sento che un po’ abbia aiutato anche me a farlo.
AAJ: Come mai hai sentito l’esigenza di coinvolgere jazzisti nei tuoi dischi? Cosa cercavi che non potevi trovare in un musicista “non jazz”?
E.M.: In realtà non abbiamo scelto di collaborare con Gianluca Petrella, Francesco Bearzatti, Nate Wood, Kaveh Rastegar, Greg Heffernan perchè sono dei jazzisti ma perchè sono dei grandi musicisti.
AAJ: Quale musicista jazz (vivente oppure no) ti piacerebbe che suonasse in uno dei tuoi dischi?
E.M.: Mark Guiliana, magari in coppia con Tim Lefebvre. L’ho sentito quest’anno a New York in un paio di occasioni e mi è piaciuto moltissimo!
AAJ: Un bambino di 6 anni ti chiede: «Cos’è il jazz?». Tu cosa rispondi?
E.M.: Che è la musica di Jessica Rabbit e degli Aristogatti!
AAJ: Dalle bettole di New Orleans a raffinati jazz club. Il jazz oggi è ancora pop music, nel senso di popular?
E.M.: Difficile dire che il jazz sia oggi popolare, poiché viene sistematicamente tagliato fuori dai grandi canali di comunicazione. Noto però che è l’etichetta “jazz,” cioè il vero e proprio nome “jazz,” a essere molto sfruttato in associazione anche ad eventi che con questo genere musicale non hanno molto a che vedere… probabilmente perché si è cristallizzata la terrificante idea che sia un tipo di musica chic, elitaria, incravattata, utile per il venerdì sera, associabile a un Mojito.
AAJ: Fra le tante ricadute del jazz sulla popular music, quale pensi sia la più significativa?
E.M.: Parlando del mio settore, la canzone d’autore, mi vengono in mente esempi illustri di musicisti pop che grazie alla collaborazione di musicisti e arrangiatori jazz di indubbia qualità hanno creato dei dischi meravigliosi, che hanno poi influenzato generazioni di cantautori. Che mondo sarebbe senza “The Art of Tea” di Michael Franks, “Shadows and Light” di Joni Mitchell, “The Dream of the Blue Turtles” di Sting? E sono solo alcuni esempi internazionali che mi sovvengono adesso.
AAJ: Credi che il jazz storicamente sia stato piu’ reattivo (nel senso che ha seguito e incorporato trend lanciati da altri generi musicali) o attivo (nel senso che ha lanciato trend poi seguiti da altri generi musicali)?
E.M.: La musica è fatta di continue contaminazioni e rispondere a questa domande è praticamente impossibile! Magari in passato il jazz, data la sua “anzianità,” è stato maggiormente attivo. Ma oggi è influenzato dagli stessi generi che, evolutisi, erano stati “creati” grazie al suo stesso apporto. Penso al cavallo di ritorno del rock.
AAJ: Frank Zappa pensava che il jazz non fosse morto, ma che avesse semplicemente «un odore un po’ curioso». Tu che odore senti?
E.M.: Fino a qualche anno fa credevo che il jazz avesse l’odore stantio di naftalina tipico delle “casadellenonne”. Probabilmente perché spesso è questa l’immagine che ne viene data. Ma basta solo un po’ di curiosità olfattiva per annusare profumi di spezie inedite.
AAJ: Il jazz salverà il mondo?
E.M.: No.
Foto di Gianni Albore
(da All About Jazz Italia, settembre 2010)

A dicembre l’abbiamo vista calcare i palchi dei teatri italiani con uno show tutto natalizio a base di jazz, ma Rossana Casale è, forse e soprattutto, una delle voci italiane femminili jazz più vicine al pop. O viceversa. Dalla dance degli esordi al primo singolo scritto da Alberto Fortis, dal palco di Sanremo a Umbria Jazz approdando, molto più tardi, al musical. Giochi e interazioni musicali che solo l’Osmosi più spiegare…
All About Jazz: Ricordi la prima volta che hai ascoltato musica jazz?
Rossana Casale: La musica jazz appartiene a me tanto quanto mi appartiene la mia infanzia. I dischi delle grandi orchestre di Ellington e Gillespie, la voce di Billie Holiday, Dinah Washington, Sarah Vaugan, riempivano l’aria di casa nei fine settimana. Erano i dischi dei miei genitori ed erano il sottofondo alla vita. Era musica normale in casa mia. Così sono cresciuta al suono del jazz e dei dischi dei grandi cantautori della scuola genovese e milanese. E’ stato naturale che poi io abbia ricercato quelle sonorità nella mia proposta di musica ‘pop,’ chiamando dei musicisti jazz a suonarla per me. Grazie alla loro spinta ho poi deciso di immergermi seriamente in quel mondo, spaccando la mia carriera musicale in due strade precise: una jazz, l’altra, diciamo così, pop.
AAJ: Ricordi il primo disco jazz che hai acquistato?
R.C.: Nina Simone.
AAJ: Chi è il tuo artista preferito?
R.C.: Ritrovo in Chet Baker la calma e la creatività che più sento mie, ma è difficile sceglierne uno o una.
AAJ: Se tu fossi stata una jazzista americana, di quale corrente avresti fatto parte?
R.C.: Bebop. O Bepop, facendo una battuta. Mi ritengo comunque, con orgoglio e grazie ai miei musicisti (Luigi Bonafede in primis), una ‘jazzwoman’ italo- americana. Canto jazz puro da ventitre anni in club, teatri e rassegne. Ma, nel contempo, non fermo mai il mio contributo alla musica pop d’autore. Non posso. La musica mi piace tutta. E tutta ha influenzato ciò che scrivo e che voglio cantare.
AAJ: In che misura pensi che il jazz abbia influenzato la tua musica?
R.C.: Tanto. Ed è palese. La cosa più importante però è il senso del viaggio nel profondo, e la continua evoluzione del pensiero che si cela in esso. A volte è baratro, a volte è bisogno di ironia e gioco. Tutta la mia musica, che sia jazz oppure no, ha bisogno di questi elementi. Il senso del racconto, di sé o di altri, è la base di tutto ciò che compongo e di tutto ciò che interpreto. Anche quando filtro questi elementi attraverso standard già composti.
AAJ: Come mai hai sentito l’esigenza di coinvolgere jazzisti nei tuoi dischi? Cosa cercavi che non potevi trovare in un musicista “non jazz”?
R.C.: L’apertura della battuta musicale, lo scambio emozionale, la continua ricerca e, soprattutto, le loro identità, o meglio le loro personalità (dei musicisti intendo) che mi portano a cercare, imparare e mi spingono a non fermarmi mai su di un terreno troppo sicuro.
AAJ: Quale musicista jazz (vivente oppure no) ti piacerebbe che suonasse in uno dei tuoi dischi?
R.C.: John Coltrane.
AAJ: Un bambino di 6 anni ti chiede: «Cos’è il jazz?». Tu cosa rispondi?
R.C.: Una bellissima favola raccontata in milioni di modi diversi.
AAJ: Dalle bettole di New Orleans a raffinati jazz club. Il jazz oggi è ancora pop music, nel senso di popular?
R.C.: Il jazz vive oggi, purtroppo, un grande successo popolare. Dico purtroppo perchè il termine ‘jazz’ viene regalato a musica che con il jazz ha poco da spartire. Ho trovato dischi di Mario Biondi – bravissimo indubbiamente – nel reparto di musica jazz di uno stimato negozio di dischi a fianco di Miles Davis. Cos’è il jazz? Cos’è il blues? Cos’è il soul? C’è molta ignoranza dilagante e poca vergogna nell’ammetterlo. D’altronde ho pure trovato un disco di Allevi – tanto di cappello – vicino a Mozart nel reparto della classica. Come diceva Carmelo Bene: «Se il teatro è pieno vuol a me stesso significare avere fatto ‘un forno’». Bravi gli uffici stampa, non c’è dubbio, che sanno vendere bene i loro prodotti e che vanno sempre dove tira il vento. E poi ci sono le lobby musicali, oggi ancor di più nel jazz che vive il suo momento di gloria. Peccato. Si rischia di perderne il senso più antico, quello più profondo. E così non si conoscono tanti meravigliosi musicisti e cantanti jazz che non trovano luce.
AAJ: Fra le tante influenze del jazz sulla popular music, quale pensi sia la più significativa?
R.C.: Trovo sia stata importante e fondamentale, oltre che a suo tempo molto criticata, l’influenza del jazz sulla bossanova.
AAJ: Credi che il jazz storicamente sia stato più reattivo (nel senso che ha seguito e incorporato trend lanciati da altri generi musicali) o attivo (nel senso che ha lanciato trend poi seguiti da altri generi musicali)?
R.C.: Penso che le grandi evoluzioni in un senso o nell’altro nascano da geni indubbi come Miles Davis o Elvis Costello. Questi hanno lanciato e aperto nuove ‘correnti’ colte, poi raccolte ed evolute nel jazz bianco e nella musica intellettuale più attuale.
AAJ: Frank Zappa pensava che il jazz non fosse morto, ma che avesse semplicemente «un odore un po’ curioso». Tu che odore senti?
R.C.: Frank Zappa è stato uno dei compositori più interessanti dell’epoca moderna ed era sicuramente in ascolto. Ma non credo che oggi direbbe la stessa frase.
AAJ: Il jazz salverà il mondo?
R.C.: La musica tutta è l’unico bagaglio che ci porteremo dietro in momenti difficili, se arriveranno. Il jazz ci regalerà le sue pause piene di pensiero e forse alcune anime troveranno, in quel silenzio, salvezza. Come scriveva il Leopardi (poeta jazz in cuor mio): «E il naufragar m’è dolce in questo mare».
(da All About Jazz Italia, 2010)
Gegé Telesforo è il nuovo ospite di “Osmosi”. Polistrumentista (ma anche conduttore televisivo al fianco di Renzo Arbore) da sempre innamorato del jazz ci racconta tutto il “suo” jazz a pochi giorni da una lunga serie di concerti che lo porterà lontano da casa. Ma i patti siano chiari: «Risponderò alle vostre domande da musicista jazz che ascolta e suona anche altri generi». Nulla da obbiettare a un musicista che ha duettato con giganti come Dizzy Gillespie e Dee Dee Bridgewater, e suonato nei dischi di Ben Sidran e dello stesso Renzo Arbore. La parola a Gegé!
All About Jazz: Ricordi la prima volta che hai ascoltato musica jazz?
Gegé Telesforo: Sono nato e cresciuto in una casa con un papà appassionato e profondo conoscitore di jazz. Pare che ancora in culla mi proponesse i suoi vinili preferiti, i classici standards, ma anche i musicisti contemporanei dei primi anni Sessanta, per sedare la mia insonnia da infante. Col senno di poi i fatti hanno confermato che queste informazioni musicali subliminali hanno avuto successo. Oppure no, dipende dai punti di vista.
AAJ: Ricordi il primo disco jazz che hai acquistato?
G.T: Credo di aver acquistato intorno agli 11 anni un vinile di Art Blakey and Jazz Messengers, un live intitolato Kyoto.
AAJ: Chi è il tuo artista preferito?
G.T: Se devo fare un solo nome, direi Ella Fitzgerald.
AAJ: Se tu fossi stato un jazzman americano, di quale corrente avresti fatto parte?
G.T: Sicuramente quella Hard-bop di metà anni Cinquanta legata alla Blue Note con Lee Morgan, Jazz Messengers, Horace Silver, Hank Mobley, Grant Green, fino ad Herbie Hancock e Shorter giovanissimi.
AAJ: In che misura pensi che il jazz abbia influenzato la tua musica?
G.T: La mia musica è jazz nella mentalità, nelle strutture, anche se ritmicamente molto spesso gira sui groove.
AAJ: Come mai hai sentito l’esigenza di coinvolgere jazzisti nei tuoi dischi? Cosa cercavi che non potevi trovare in un musicista “non jazz”?
G.T: Swing, blues, improvvisazione, suono, e una buona dose di humor old schoolfanno parte integrante della mia musica e della mia natura. Cose che trovo esclusivamente in musicisti che suonano o provengono dal jazz.
AAJ: Quale musicista jazz (vivente oppure no) ti piacerebbe che suonasse in uno dei tuoi dischi?
G.T: Un giro con Hancock lo farei volentieri.
AAJ: Un bambino di 6 anni ti chiede: «Cos’è il jazz?». Tu cosa rispondi?
G.T: Quello che dico a mia figlia: «Il jazz è la musica più bella, perché è la più difficile da suonare ma anche la più divertente quando la conosci. Come un bel gioco, quello che non ti stanca mai».
AAJ: Dalle bettole di New Orleans a raffinati jazz club. Il jazz oggi è ancora pop music, nel senso di popular?
G.T: Il jazz è musica, da ascoltare, ballare, suonare, canticchiare sotto la doccia… se solo ce la facessero sentire anche in radio e in televisione, molta gente non sarebbe così prevenuta.
AAJ: Fra le tante influenze del jazz sulla popular music, quale pensi sia la più significativa?
G.T: Faccio solo due nomi: Quincy Jones con Michael Jackson e Herbie Hancock, ancora lui, con “Rock it” o “Cantalupe Island” versione US3!
AAJ: Credi che il jazz storicamente sia stato più reattivo (nel senso che ha seguito e incorporato trend lanciati da altri generi musicali) o attivo (nel senso che ha lanciato trend poi seguiti da altri generi musicali)?
G.T: Storicamente il jazz è stato prima attivo e in seguito reattivo. Il jazz ha manipolato il blues a suo piacimento. Si è speziato di suoni e ritmi latini, afro… come dire… ha viaggiato parecchio. Il suo futuro è già scritto nella sua storia. Tutto il resto è rock’n'roll.
AAJ: Frank Zappa pensava che il jazz non fosse morto, ma che avesse semplicemente «un odore un po’ curioso». Tu che odore senti?
G.T: Se lo diceva Zappa! Il jazz emana ancora oggi un afrore inconfondibile, penetrante e sensuale al tempo stesso.
AAJ: Il jazz salverà il mondo?
G.T: Credo proprio di no, troppe responsabilità. Ma quando lo si ascolta, il mondo gira, anzi, swinga molto meglio.
(da All About Jazz Italia, 2010)

L’Africa, l’America e il Mediterraneo. Coordinate che convergono nella musica di uno degli strumentisti più ‘black’ d’Italia. Enzo Avitabile ci parla di jazz (ma il jazz, va da sé, è solo il punto di partenza), tornando al suono vintage e fascinoso dei juke-box della vecchia Napoli, passando per quella ‘stagione americana’ che lo ha portato a condividere il palco con James Brown e Tina Turner, fino al recente ritorno al suono e alla cultura delle origini: quelli della propria terra. Enzo Avitabile è il nuovo ospite di “Osmosi”.
All About Jazz: Ricordi la prima volta che hai ascoltato musica jazz?
Enzo Avitabile: Potrei dirti quello che ascoltavo dal juke-box nel quartiere povero in cui vivevo: James Brown e Tina Turner, oppure parlare di musica etnica dato che siamo andati così “oltre” il termine jazz. O ancora potrei rispondere che primo jazz che ho ascoltato è stato quello di quando ho iniziato a suonare il sassofono, quindi Charlie Parker. Per capire cosa fosse il jazz, però, è stato di fondamentale importanza il libro Il popolo del blues. Sociologia degli afroamericani attraverso il jazz, di Everett LeRoi Jones. E’ un trattato storico e sociologico importante: il jazz è un nuovo linguaggio che nasce dall’incrocio fra il colonizzato e il colonizzatore. Mi sono reso conto che in questo modo si affrontava un tema nuovo, e che inquadrare il jazz semplicemente come “la musica dei neri” era troppo generico.
AJJ: Ricordi il primo disco jazz che hai acquistato?
E.A.: Fu una raccolta di Coleman Hawkins e Lester Young. Da una parte il tecnicismo di Hawkins, dall’altra il lirismo di Young: la doppia strada del sassofono tenore. Poi li ho comprati tutti, ho la casa piena di questa roba: partii da Sidney Berchet, dal rag-time, da Ferdinand “Jelly Roll” Morton, tutto il Be-Bop e gli esordi di Miles con Charlie Parker. Poi vennero Dizzy e l’Hard-Bop, una fase che mi ha interessato in modo particolare. Allo stesso modo amo molto la parte più introspettiva di Coltrane,A Love Supreme, il periodo di riscoperta dell’africanità, l’avvicinamento a un suono più spirituale, modale e meno tecnico. Beh, di Miles poi non parliamo! Soprattutto nella fase “di passaggio,” di Nefertiti e Filles de Kilimanjaro. Amo Ornette Coleman e il free- jazz. Ognuno di questi artisti e di questi momenti del jazz mi ha guidato in un percorso.
AJJ: Chi è il tuo artista preferito?
E.A.: Non c’è n’è uno più importante dell’altro, amo i punti fermi che hanno preparato il terreno a nuovi linguaggi.
AJJ: A quale musicista ti senti più vicino?
E.A.: Mi sento molto in sintonia con Jan Garbarek, condivido le sue scelte e la sua sperimentazione.
AJJ: Quale musicista jazz (vivente oppure no) ti piacerebbe che suonasse in uno dei tuoi dischi?
E.A.: Ancora Jan Garbarek. Mi piace Trilok Gurtu, con cui ho suonato fra l’altro, oppure David Sanchez. Ce ne sono tanti. Amo la sperimentazione di sassofonisti che arrivano da culture diverse dalla nostra. Mi piace molto il modo di suonare di mio “fratello” Manu Dibango. Mi piace chi recupera la musica etnica: il jazz è molto aperto a questo tipo di influenza, è vicino alle musiche “di partenza,” quelle che non avevano subito colonizzazione.
AJJ: Alla luce del tuo percorso artistico credi che sia ancora utile oggi parlare di generi?
E.A.: Io sono “scaccia-etichette,” ma al Conservatorio di Santa Cecilia ho una cattedra di World-music (ride, N.d.R.). Mi rendo conto che le etichette servono per avere punti di riferimento. Miles si arrabbiò con Arrigo Polillo accusandolo di essere troppo “etichettaro,” ma teorizzare ci serve per la trasmissione scritta e orale della musica. “Jazz” non significa niente così come significa tutto: se io e te non avessimo a disposizione il termine “Hard-Bop” dovremmo citare tutti i nomi e gli elementi tecnici per capire la differenza nella musica nata dopo Gillespie e Parker. Con le etichette delimitiamo aree di spazio e di tempo, abbiamo un codice di comunicazione.
AJJ: Un bambino di 6 anni ti chiede: «Cos’è il jazz?». Tu cosa rispondi?
E.A.: Il jazz è la musica di tutti i popoli. Ogni popolo ha la sua. Ma è anche la fusione della musica del popolo nero con quella dei loro padroni: una fusione che non si verifica solo in coincidenza con il fenomeno della schiavitù. Le contaminazioni avvengono anche in altro modo, tutti i giorni. Jazz è la musica dei nostri padri che si sposa con la musica di altri padri, provenienti da altre terre. E’ questo il modo più semplice per spiegarlo forse.
AJJ: Dalle bettole di New Orleans a raffinati jazz club. Il jazz oggi è ancora pop music, nel senso di popular?
E.A.: Mi chiedi se il jazz si è imborghesito… Beh, rispondo di sì… come tutto d’altra parte di è imborghesito, anche i figli della Resistenza. C’è sempre però una musica che si muove “al di fuori”: se accettiamo una definizione di jazz come libera espressione, fuori o lontano dal codice, dobbiamo considerare jazz anche la Kocani orchestra, per dire, o i gruppi di flauti albanesi. Quindi penso che un certo imborghesimento ci sia stato, ma trovo anche plausibile l’esistenza di un “salotto” dove di consuma la memoria storica del jazz.
AJJ: Fra le tante influenze del jazz sulla popular music, quale pensi sia la più significativa?
E.A.: Il jazz quando diventa pop non mi piace, lo vedo snaturato. Non ho visto grandi esperimenti di questo tipo: quando vedo il jazz inscatolato nella forma-canzone noto solo un colore. Viene utilizzato come uno sfondo e perde la sua essenza. Fammi un esempio però…
AJJ: Il primo che mi viene in mente è quello di un altro ospite di “Osmosi,” un cantante e musicista che ti ha preceduto proprio in questa rubrica: Joe Henry. Lui anni fa ha registrato una canzone in cui Ornette Coleman suona un lungo assolo…
E.A.: No, questo è diverso. Non amo l’utilizzo di forme jazzistiche nella canzone come semplice “colore,” al contrario amo gli incroci impossibili, gli ibridi. Amo un altro tipo di ricerca, meno pacchiano, meno chiassoso nel “vestirsi,” ma più fedele alle matrici originali.
AJJ: Credi che il jazz storicamente sia stato piu’ reattivo (nel senso che ha seguito e incorporato trend lanciati da altri generi musicali) o attivo (nel senso che ha lanciato trend poi seguiti da altri generi musicali)?
E.A.: E’ sempre stato innovativo là dove si sono mossi elementi diversi: oggi in Europa c’è molto manierismo. Tra un cantante che fa musica etnica e un cantante che si definisce “jazz” preferisco sentire il primo, perché il secondo molto probabilmente soffrirà di un certo manierismo. Quando sento qualcuno che mi dice: «Io canto jazz», in genere, me ne scappo! (ride, N.d.R.). L’Italia è asservita al codice americano, sarebbe auspicabile una disamericanizzazione del linguaggio… ma non per una forma di antiamericanismo, piuttosto per una necessità precisa: quella di recuperare una certa identità culturale.
della musica nera come James Brown e Tina Turner, contemporaneamente hai esplorato la forma canzone attingendo a piene mani nelle tradizioni della tua terra: pensi di essere stato in grado di interpretare due mondi differenti e lontani o piuttosto di aver trovato una via che riuscisse ad attraversarli entrambi?
E.A.: Da piccolo sentivo la musica al juke-box, desideravo suonare il sassofono e incontrare James Brown L’ho fatto… l’unico bianco a suonare con James. A quel punto mi sono chiesto: «E mo’ che faccio?». Sono tornato a casa e ho ricominciato da capo. Mi sembrava anche giusto.
AJJ: Frank Zappa pensava che il jazz non fosse morto, ma che avesse semplicemente «un odore un po’ curioso». Tu che odore senti?
E.A.: Se ascolto Paolo Fresu sento un ottimo odore, così come quando ascolto Danilo Rea o Daniele Scannepieco. A Napoli si ascolta un buon jazz. In questo momento sono felice perchè nel modo si sono Jan Garbarek, Hugh Masekela, Abdullah Ibrahim. C’è tanto.
AJJ: Il jazz salverà il mondo?
E.A.: Se il jazz è il rispetto della multietnia, è il non razzismo ideologico, è amare le differenze. è l’incontro della diversità… di certo salverà il mondo.
(da All About Jazz Italia, 2010)



