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A. A. Bondy - Believers
Beirut – The Rip Tide
Bon Iver – Bon Iver
Brian Carpenter’s Ghost Train Orchestra - Hothouse Stomp
Colin Stetson - New History Warfare Vol. 2
Erik Friedlander – Bonebridge
Gianmaria Testa - Vitamia
Jason Moran - Ten
Jazz at Lincoln Center Orchestra with Wynton Marsalis - Vitoria Suite
Joe Henry – Reverie
Jonathan Wilson – Gentle Spirit
Lee Konitz – Brad Mehldau – Charlie Haden – Paul Motian – Live at Birdland
Mauro Ottolini -  I Separatisti Bassi
Miles Davis - Bitches Brew Live
The Black Keys – El Camino
The Horrible Crowes – Elsie 
The Low Anthem - Smart Flesh
Tom Waits – Bad as Me
Vinicio Capossela – Marinai, profeti e balene
William Parker -  I Play to Stay a Believer – The Inside Songs of Curtis Mayfield

Il più dylaniano dei tour recenti: lui al centro, e una banda di chitarre, lap steel e violini tutti intorno. Pub, club e altri posti male illuminati che, forse un tempo, sarebbero stati poco raccomandabili e che oggi diventano teatro bollente di una pastorale italiana fatta di corde e di legno. Country, rock, blues, folk e ogni altra radice che da Roma porta dritti all’America. Viaggi, miraggi, navi e uomini come cani davanti al mare. È il ritratto del De Gregori – e di una band al top raramente così divertita sotto i riflettori – che abbiamo visto sul palco nero come la pece del Fillmore di Cortemaggiore. Il vecchio cinema è stracolmo di pubblico in platea e in galleria. Una sala ribollente ben prima dell’inizio dello show.

Il Principe si presenta con una chitarra acustica che non mollerà più fino alla fine. «Adesso ci scaldiamo un po’» dice accennando le prime note di “Generale”, passando poi a “Caldo e scuro”, due ballad che introducono il rock schietto di “Vai in Africa, Celestino!” con le chitarre di Lucio Bardi e Paolo Giovenchi in primissimo piano. E per De Gregori è un rock che si fa comunque da seduti, su un palco che in confronto ai teatri pare piccolo piccolo, un rock che si suona alzandosi solo di rado, con la cassa della chitarra senza la tracolla alta, stretta sotto l’avambraccio come la suonavano Cash, Williams, Guthrie e tutti i possibili padri di questa musica figlia di pochi accordi e di molta polvere. E poi? E poi spunta l’armonica, l’aria si taglia in due, e il pubblico affonda. “Non c’è niente da capire” è una cavalcata country, “Finestre rotte” è un rock’n'roll ossuto e scarno durante il quale la band stantuffa a pieni giri, una canzone che ricorda da vicino “Tweedle Dee & Tweedle Dum” e più in generale le atmosfere dell’album di Dylan “Love & theft”, “Battere e levare” diventa uno zydeco stirato dai violini, “La Storia siamo noi” coincide col momento più toccante dell’intero set, coi musicisti stretti attorno a De Gregori seduto al piano e stretto in un crescendo di mandolini, violini e fisarmoniche.

Di riferimenti e omaggi al menestrello di Duluth, comunque, le due ore di concerto sono letteralmente disseminate: da “Non dirle che è così” («Questa non è mia, è di Bob Dylan, io l’ho tradotta e lui ha approvato») al fragoroso riff di “Rainy Day Women 12 & 35” usato fra una strofa e l’altra di “Buonanotte fiorellino”. Non mancano le sorprese: “Rimmel” inizia come una vera e propria ‘ukulele song’ – in puro stile Eddie Vedder per intenderci – per poi trasformarsi un un trascinante reggae. La chiusura è affidata a “Bellamore”, “Sotto le stelle del Messico” e una cover di “A chi”, come la si era ascoltata sulla raccolta live datata 2003 “Mix”. Un tour da non perdere, nel quale il divertimento e l’intesa sul palco contano almeno quanto l’abito, in perenne mutazione, del canzoniere di De Gregori.

(da Buscadero, novembre 2011)

Michigan-New York, e ritorno. Uno storyteller di razza, un affabulatore nato con una voce da baritono in grado di riconciliarti col mondo. Che la serata fosse poco convenzionale l’ha capito subito chi si è trovato a parcheggiare un po’ spaesato sul sagrato della chiesa di Sant’Ambrogio, o chi, nella bacheca parrocchiale, insieme a un manifesto del pellegrinaggio al santuario di San Luca ha notato il programma di In church with Covo, la mini rassegna che coi concerti di John Grant e Lloyd Cole, ha portato due songwriter a suonare fra i confessionali e i banchi della chiesa intitolata al santo milanese. Tradizione vuole infatti che Sant’Ambrogio abbia soggiornato proprio qui, dalle parti di Castenaso, dove oggi un illuminato don Stefano lascia entrare volentieri santi e peccatori nella piccola chiesa alle porte di Bologna per una serata di musica triste ma onesta.

Grant, accerchiato sull’altare da tastiere e synth col musicista/corista Chris Pemberton a dare man forte, è uno di quegli artisti per i quali la vita, molto spesso, coincide con l’arte. L’omosessualità, l’intolleranza, il Midwest, la partenza per New York, la vita di provincia e della metropoli, le droghe, le cadute. Insomma, la vita e basta. Canzoni che non amano giri di parole, cantate da uno che non ama giri di parole, suonate a un pubblico che in musica soprattutto non ama giri di parole. Nemmeno quando quella JC Hates Faggots in cui “J.C.” sono proprio le iniziali del padrone di casa, l’Altissimo, esplode in tutta la sua dolcezza nella navata centrale più silenziosa mai osservata. Gran parte della scaletta attinge a Queen of Denmark, l’album-capolavoro realizzato in collaborazione coi Midlake lo scorso anno, e restituisce davvero – citando Wenders e senza la minima retorica – l’anima di un uomo che un santo certo non è, ma che stasera, nel suo completo nero, a occhi chiusi di fronte al microfono, canta con la grazia delicata dei più grandi e attorniato da una poesia discreta.

Sono parole che bruciano fino a far male quelle riservate all’amore non corrisposto di Where Dreams Go To Die («I regret the day your lovely carcass caught my eye»), e storie che non risparmiano i trascorsi tossici di Grant quelle che in Drug, ripescata dal repertorio degli Czars, tornano alla volta in cui «il mio venditore di cocaina tentò di suicidarsi sul divano». In mezzo, al centro di un set così scarnificato, c’è abbastanza per perdere la bussola, fra ballad pianistiche (cosa darebbe Elton John per un millesimo di questa umanità?) e canzoni roboanti di synth, esplicite dichiarazioni d’amore alla musica anni Ottanta. Sigourney Weaver è un viaggio che si lascia alle spalle il Michigan in direzione NYC, Chicken Bones punge l’intolleranza apparentemente paradossale di chi è quotidianamente discriminato, mentre la conclusiva Little Pink House, e siamo di nuovo agli Czars, è un tenero ritorno alle origini, ai profumi familiari della casa della nonna di John. I lunghi applausi finali, senza bis, perché a Grant non piacciono – «quindi quando vi saluterò è proprio perché avrò finito, ok?» -, portano tutti quanti al di fuori di un tempo sospeso.

Setlist: You Don’t Have To – Sigourney Weaver, Where Dreams Go To Die, I Wanna Go to Marz, Outer Space, Chicken Bones, Silver Platter Club, It’s Easier, JC Hates Faggots, TC and Honey Bear, LOS, Drug, Queen of Denmark, Fireflies, Caramel, Little Pink House.

(da Buscadero, giugno 2011)

Marzo, e forse abbiamo già fra le mani il concerto dell’anno: aggirarsi per l’Estragon mentre le luci si riaccendono dopo quasi due ore di musica, guardandosi in volto come sopravvissuti a un uragano può essere un segnale molto eloquente. Band of Horses fanno tappa a Bologna per l’unico stop italiano del tour in una notte di febbraio che già profuma di primavera. Infinite Arms e il salto dalla SubPop alla Columbia, hanno regalato notorietà planetaria alla formazione nata a Seattle ma di base a Charleston, South Carolina (città ribattezzata “The Holy City” per lo straordinario numero di chiese presenti). E, come molto spesso accade a chi abbandona integro il sottobosco indie a favore di una major, il passaggio ha portato con sé un orizzonte di pubblico estremamente eterogeneo. A Bologna si consuma il rito dell’evento atteso, mentre sul palco i primi a fare capolino solo gli ottimi australiani Mike Noga & The Gents, trio folk-rock dal conto aperto con Bob Dylan, Billy Bragg e Ryan Adams. Noga, che con lo Zimmerman targato 1966 condivide anche un’impressionante somiglianza fisica ed estetica, da Melbourne ci porta canzoni solide e piene di stile come All my friends are alcoholics oltre a una pregevole e divertita cover di The man in me (non caso), suonata in compagnia del tastierista degli Horses Ryan Monroe.

Buio, poi capelli e barbe lunghe nella penombra. Sono quelle di Ben Bridwell e Tyler Ramsey, che sbucano da un lato per posizionarsi al centro del palco, entrambi davanti allo stesso microfono, illuminati da un solo fascio di luce. «Iniziamo con qualcosa di tranquillo» sussurra sorridente Ben, tenendo le mani dietro la schiena come uno scolaretto diligente. Gli arpeggi e gli intrecci vocali di Evening kitchen schiacciano il pulsante “pausa” sulle menti dei presenti, portando lontano da qui l’intero locale, colto di sorpresa per un inizio così soft. Solo l’inizio, appunto. La chitarra acustica imbracciata all’altissimo Tyler lascia immediatamente il posto alle pesanti Gibson di Bats e al piglio imperioso dell’intro di Cigarettes, Weddings, Bands, prima canzone che nel cantabile, anzi cantabilissimo ritornello, fa subito intuire come alcune dei migliori pezzi scritti dagli Horses, dal vivo funzionino anche da magnifiche singalong. Le melodie un po’ retrò e la vena orchestrale di Factory anticipano una ballad strappata alla malinconia come Blue Beard, cantata da Bridwell mentre nella mano destra brucia una sigaretta. I quarti  di cassa scanditi da Compliments ci riportano nei territori del southern rock. Alle spalle della band scorrono immagini e grafiche animate di panorami naturali “wild&free, “una sorta di antologica americana della natura aperta, in diretta continuità con le splendide grafiche blu e notturne di Infinite Arms.


È un frutto buono e non convenzionale quello di Band of Horses, un parto artistico in cui lo spostamento e l’eterno mito del viaggio lungo gli infiniti e selvaggi spazi d’America incontrano la violenza elettrica della lezione grunge. Profumi di West Coast a volte, fioriture di melodie sixties altre. Loro hanno l’aspetto di una classica southern rock band, dal vivo alzano il muro elettrico della Seattle anni Novanta, ma il suono è caldo e avvolgente, intriso di Hammond. Le chitarre spesso si lasciano andare a sconfinamenti psichedelici, e la voce di Ben – pulita, altissima – ricorda spesso quella di Jim James dei My Morning Jacket. Il tutto reso con un’esecuzione compatta, nitida, senza sbavature, e con splendi suoni.

«Domani Iron & Wine suoneranno in città, andate a vederli», raccomanda Bridwell a metà serata. Is there a ghost? accompagna tutti dentro un bosco, in una notte di luna alta, Laredo, con Ben saltellante e a passeggio per il palco, è fra le highlights dell’intero set, No one’s gonna love you viene dedicata a «tutte le persone tristi», mentre con Monsters e la sua lap steel si riprendono i temi agresti che avevano dato il via al concerto. Il finale è tutto nell’affondo elettrico di Wicked Gil e di The Funeral, vera e propria bandiera degli Horses. Entusiasmo del pubblico alle stelle, elettricità, panorami sconfinati, nuove città, boschi lontani, persino la promessa di un altrove possibile. Insomma, buona parte di quello che nel rock tanti ancora cercano. Da rivedere al più presto.

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(da Buscadero, marzo 2011)


L’unica vera star del Festival del Cinema arriva su di un red carpet inzuppato dalla pioggia e sulle note del tema morriconiano C’era una volta in America. Bruce Springsteen – un americano a Roma col cuore da sempre diviso fra tradizione folk e immaginario cinematografico – ha raccolto l’invito del festival capitolino per presentare il documentario di Thom Zimny The Promise: The Making of Darkness on the Edge of Town, magnifica testimonianza del complesso lavoro in studio all’origine di uno degli album più importanti dell’intera carriera dell’uomo del New Jersey. «Se ce ne fossimo accorti allora, avremmo sfruttato meglio il fatto di essere così belli e magri» ha scherzato Springsteen al termine della proiezione – affiancato da Jon Landau, Thom Zimny, Ernesto Assante, Gino Castaldo e Mario Sesti, direttore artistico del festival –, durante una conferenza improvvisata di fronte alla folla adorante di Sala Sinopoli.

Del documentario, a colpire, sono soprattutto la cura maniacale del suono, le discussioni con Steve Van Zandt e Jon Landau su quali canzoni includere e quali no nella scaletta finale, le prove sfiancanti riprese in un magnifico bianco e nero: «Avrete capito che sono affetto da una patologia compulsiva – ha continuato Bruce riferendosi alla meticolosa ricerca del suono perfetto –. Volevamo qualcosa di essenziale e che catturasse lo spirito dei tempi. Si trattava di lavorare, di saper attendere. Spesso il risultato desiderato arrivava quasi inaspettatamente. È stata una lunga ricerca, ma siamo riusciti a stabilire il senso della nostra identità come artisti, come musicisti… abbiamo capito la natura del servizio che volevamo prestare al nostro pubblico, catturando quel tono profondo e intimo col quale volevamo dialogare con tutti coloro che ci avevano sostenuti fino a quel momento. E, ehm, si trattava anche di registrare un album che si avrebbe portato ragazze a fiotti!».

Ma Darkness, nelle parole di Springsteen, è soprattutto un album che coincide, per molti versi, con una ricerca dell’identità. Individuale, ma anche collettiva, comunitaria, più in là approfondita in tutte le sue sfaccettature con The river e Nebraska: «Ancora oggi non so chi sono io esattamente. La mia musica è un metodo di indagine. Ho tenuto per lungo tempo in sospeso domande come “chi sono?”, “a cosa appartengo?”, “cosa posso aggiungere come musicista?”, “cosa significa essere americano, padre, figlio, amico?”. Ho cercato un modo per rispondere tramite la musica. A volte è stata una scelta consapevole, altre volte sono state le storie a scegliere me. È stato il mio modo per rispondere, per “riparare le cose”. In fondo chi scrive canzoni, chi scrive romanzi, chi dirige un film, non fa altro che questo: “riparare le cose”», ha concluso prima di sparire fra le quinte. Via, verso un nuovo aereo da prendere. Direzione Pittsburgh, probabilmente, dove ad attenderlo c’era Joe Grushecky. I due, infatti, il 4 e 5 novembre hanno festeggiato il quindicesimo anniversario della pubblicazione di American Babylon (di cui Bruce fu produttore) con un concerto al Soldiers & Sailors Memorial Hall & Museum.

Più aneddotico e meno esistenzialista il racconto di Landau, la mattina seguente, come ospite unico della conferenza stampa indetta alla Casa del Cinema. The promise – secondo lo storico manager dell’uomo nato per correre – è una sorta di “what if”, una summa di canzoni che avrebbero composto la fisionomia di album molto differente da Darkness se solo Bruce non avesse inseguito con straordinaria determinazione un’idea di disco precisa e ben definita. Darkness è un album cupo, scarno, elettrico, pieno di quella violenza che in tanti hanno voluto imparentare con l’onda punk di fine anni Settanta, un’opera del tutto priva di quei vezzi pop presenti sul precedente Born to run (così come sul successivo The river) e svuotata di canzoni fuori dal coro. Non c’è altra spiegazione per quei minuti magnifici di Because the night, esclusi dalla tracklist finale (inconcepibile per il Boss inserire una canzone d’amore in quella scaletta) e poi regalati a Patti Smith. E non c’è altra spiegazione nemmeno per quella The promise “full band”, ben più dolorosa e selvaggia rispetto a quella contenuta in 18 Tracks, che Landau a Roma ha definito come «il più grande brano rimasto non pubblicato fino a oggi».

Per certi versi, se un sostanziale minimalismo c’è mai stato, pare proprio che – più che in Nebraska – il lavoro di sottrazione sia avvenuto in Darkness. È qui che da un libro fitto di canzoni Springsteen ha estratto la decina finita sul suo ultimo disco degli anni Settanta. Una selezione compiuta mettendo fuori dalla porta possibili hit di facile presa, e sicuri pezzi da classifica. Questo è insomma l’album «che sarebbe venuto prima di Darkness» – ha raccontato Jon –, e in cui si sentono ancora tutte quelle influenze presenti Born to run: da Roy Orbinson ai Beach Boys, passando per Phil Spector, collezionando cori e coretti Sixties, oltre che una certa marca soul di alcuni brani. «Non saprei dirvi quali sono le parti originali e quelle che Bruce ha aggiunto oggi in studio – ha aggiunto Landau –. Ha lavorato con Toby Scott, e non mi ha voluto dire cosa ha messo prima e cosa ha messo dopo. Ha cercato piuttosto di creare una commistione. Anche per questo credo che The promise sia un album vero e proprio, destinato a rimanere nella discografia di Springsteen, non una semplice raccolta». Il documentario mostra prove snervanti e registrazioni che mettono a dura prova la band: Bruce costruisce e disfa continuamente, cura in modo maniacale la selezione delle canzoni, le singole partiture, l’effetto delle bacchette sui tamburi, looking for that million-dollar sound, verrebbe da dire citando la stessa The promise.

In questo cofanetto dei tesori, i fan – oltre agli inediti e alle micidiali riprese da Houston ’78 – troveranno anche il video di un discusso live a porte chiuse che ripropone l’intera scaletta di Darkness suonata al Paramount Theater di Asbury Park nel 2009 dalla E-Street Band (ma senza Lofgren e Scialfa. scelta filologicamente aderente alla formazione anni Settanta della band). In apparenza, un vero e proprio affronto alla naturale potenza della dimensione live: «Abbiamo messo nelle scalette dell’ultimo tour i pezzi di quell’album, ma ci siamo resi conto che il clima da stadio e da arena era inadatto al nostro progetto. Volevamo una band dei nostri tempi, da contrapporre a quella filmata nel 1978. È stato Bruce a lanciare l’idea del concerto a porte chiuse. C’è voluto un po’ di tempo per digerirlo, ma lui sapeva esattamente quello che stava facendo. Ne è uscito un tremendous gift per i fan: la performance coglie bene l’oscurità del disco».

(da Buscadero, dicembre 2010)

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