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Di nuovo sotto il sole non c’è nulla, ma in questi casi nulla di nuovo si chiede. Se avete amato le atmosfere da bar di Closing Time, e più in generale di tutto il primissimo Tom Waits, proverete un certo piacere assaporando, come un vecchio whisky, le sette tracce di More Than 123, EP lungo (o album breve) di Dave Lindholm e Otto Donner. Due vecchie volpi della scena finlandese che fra jazz cantabile e blues da nostalgia infinita confezionano sette episodi più che apprezzabili.
“Why I Smile Again” è uno start che più waitsiano non si può immaginare, “Oh, Don” affonda nell’oscurità di un blues illuminato solo dalla sezione fiati, “I’m Right” suona obliqua come un pezzo di Cab Calloway e, nello spoken fumoso, presenta di nuovo in primissimo piano i fiati, “Where You’re Walking Now” ci porta dalle parti di un Barry White jazzy e disperato, mentre la chiusura di “I Know My Boulevard” recupera lo swing in vista di una divertente song finale, “Lucky Johnny’s Gone” ci porta invece al crocevia fra lo storytelling della tradizione folk americana, la marcetta militare e il jazz bianco da orchestra (ma mai ci si aspetterebbe un lungo break centrale a base di organo da funerale).
Lindholm e Doner sono certamente abili nel costruire canzoni solide dal punto di vista stilistico e formale. Il risultato è più che soddisfacente anche grazie al supporto di una decina di musicisti perfettamente a loro agio fra suoni e ambienti musicali cari ai due jazzisti.
(da All About Jazz, maggio 2012)

Ci piace perché fila via dalla prima all’ultima traccia senza farci smettere di tenere il tempo, perché è pieno di funk, profuma di jazz ma spesso ci si trova ad ascoltare musica che può solo essere hip-hop. Sono francesi e si chiamano Novox, il loro album Hollywood Is on Fireè un concentrato di stili squisitamente black all’inseguimento di gusto ed estetica anni Settanta nei momenti più funky, orgogliosamente rap e rigato di scratch quando le sonorità sposate sono più attuali.
L’album arriva dopo l’esordio di Out of Jazz (titolo alquanto esplicativo circa le intenzioni del gruppo di musicisti e DJ) e prosegue sulla linea della contaminazione fra generi, mettendo solide radici nell’acid jazz. La cifra che non cambia è appunto la rivisitazione – quasi sempre divertita – della tradizione più recente dell’African- American music.
Nel brano che dà il titolo all’album, per esempio, in uno spoken retto da batteria e fiati, compare una citazione diretta al Gil-Scott Heron di “The Revolution Will Not Be Televised.” “Mc Battle” è un brano hip-hop a tutti gli effetti con un piccolo call & response che sposta indietro le lancette dell’orologio. “Hub’s Tune” si muove dalle parti di Broker T & The MG’s. Ma gli echi sono tanti e intrecciano anche Kool & The Gang. I Novox piacciono sia per l’approccio, sia per coolness, sia per la voglia di sovrapporre piani, sempre comunicanti, di musica nera, in un disco esplosivo.
(da All About Jazz, marzo 2012)

Rock e jazz, storia lunga e complicata. Tanti flirt, brusche rotture e un solo terreno di pace: il tributo, l’omaggio, la rivisitazione. Fra gli innumerevoli musicisti che si sono cimentati in esperimenti di questo tipo – ascoltati soprattutto negli ultimi due decenni – dobbiamo aggiungere il Wee Trio con questo Ashes to Ashes, un progetto le cui fondamenta si devono a Cliff Haines, eclettico chitarrista jazz al quale venne l’idea di radunare un gruppo di musicisti di New Orleans per dare vita a un viaggio nella musica di David Bowie. L’idea piace, tanto che James Westfall, vibrafonista che aveva preso parte al tributo di Haines insieme al resto del Wee Trio (che comprende la batteria di Jared Schonig e il basso di Dan Loomis) porta in studio il resto della band a un anno dalla chiamata del chitarrista e pubblica questo EP.
La carriera del Duca Bianco, così ricca di deviazioni, puntate inaspettate fra generi diversi, travestimenti, ricomposizione fra tradizione e innovazione, suoni naturali ed elettronica, è terreno fertile per musicisti jazz moderni. Nella tracklist di Ashes to Ashes finiscono “Battle for Britain” (da Earthling, del 1997), “Queen Bitch” (daHunky Dory, del 1971), “The Man who Sold the World” (dall’omonimo album del 1970), “Ashes to Ashes” (da Scary Monsters (and Super Creeps), del 1980), “1984″ (da Diamond Dogs, del 1974) e “Sunday” (da Heathen del 2002).
Il risultato è stupefacente: il Wee Trio si appropria delle melodie lasciando ben riconoscibile marca e paternità dei brani ma allargandone l’idea con un jazz alieno a ogni tipo di ortodossia e in cui le note di vibrafono, strumento principe di questo piccolo grande album, tengono a bada le esplosioni rock, jazz, e qualche volta vicine alla drum’n'bass della batteria e di un basso impaziente. Insomma, qui abbiamo jazzisti che suonano rock con la stessa energia di un power trio impazzito e nel quale la chitarra è stata sostituita da un vibrafono. Un suono brillante, una rielaborazione fine di canzoni nate da una delle migliori menti musicali del pop. E l’intesa, mai come stavolta, conta. Allargando la scaletta possiamo solo immaginare cosa regalerebbe il Wee Trio dal vivo.
(da All About Jazz, febbraio 2012)

E chi ha detto che la facilità non debba conciliarsi con la qualità? Baticumbum di Nu Braz è un album pubblicato dalla bolognese Irma Records, etichetta che, fra tante pubblicazioni dall’ascolto fresco e semplice, non ha mai dimenticato di promuovere solo musica di valore. È il caso di questo fortunato progetto del dj Emmanuele Cucchi tutto dedicato alla musica brasiliana. La storia è bella, ed è anche ben confezionata: Cucchi è figlio del trombonista della Riverside Jazz Band Franco Cucchi e della cantante Anna D’Amico, voce che arrivò alla popolarità in Italia durante gli anni Cinquanta. Il suo amore per la cultura e la musica brasiliana è risaputo. Un primo frutto lo cogliamo nel 2006 con Sonho Bossa, sempre pubblicato per Irma Records, un lavoro che ha le sembianze di un omaggio alla madre, scomparsa nel 2003, ma incorpora anche gli elementi sudamericani che rappresenteranno la pietra angolare di Baticumbum.
In tredici tracce la seconda volta di Nu Braz regala un album trascinante, fatto di atmosfere assolate e di bossa nova, reso con un disinvolto mix di look alla moda e un po’ patinato, e pura anima brasiliana. La geografia delle registrazioni, d’altra parte, parla da sé: Milano, San Paolo, Parigi e Rio De Janeiro. Ancora più ricco è il bouquet di collaborazioni e featuring: a partire dai Soulstance, milanesi innamorati di certe ambientazioni sonore anni Settanta sempre figlie del Brasile, e poi Marco Brioschi, José Mascolo (gli amanti di Bongusto saranno sobbalzati) e S-Tone. Solo una piccola parte dei musicisti che prendono parte a questa grande festa brasiliana, che include anche una versione di ‘Come Prima’ in cui la voce di Anna D’Amico rivive accanto a quella del figlio nel grande classico reso noto da Canzonissima nel 1958. Forró, côco, ed embolada convivono col funk e la lounge in un disco divertente, leggero, easy e ben suonato.
(da All About Jazz, gennaio 2012)

A. A. Bondy - Believers
Beirut – The Rip Tide
Bon Iver – Bon Iver
Brian Carpenter’s Ghost Train Orchestra - Hothouse Stomp
Colin Stetson - New History Warfare Vol. 2
Erik Friedlander – Bonebridge
Gianmaria Testa - Vitamia
Jason Moran - Ten
Jazz at Lincoln Center Orchestra with Wynton Marsalis - Vitoria Suite
Joe Henry – Reverie
Jonathan Wilson – Gentle Spirit
Lee Konitz – Brad Mehldau – Charlie Haden – Paul Motian – Live at Birdland
Mauro Ottolini - I Separatisti Bassi
Miles Davis - Bitches Brew Live
The Black Keys – El Camino
The Horrible Crowes – Elsie
The Low Anthem - Smart Flesh
Tom Waits – Bad as Me
Vinicio Capossela – Marinai, profeti e balene
William Parker - I Play to Stay a Believer – The Inside Songs of Curtis Mayfield

Jazz? No è il suono di New York. Things I Wonder, la prima uscita a nome del chitarrista Chris Parrello è un’opera che, un filo sotto la leggerezza della quale si ammanta, nasconde domande che metterebbero ogni appassionato di musica in soggezione. «Cosa è il jazz?» si chiede nemmeno troppo velatamente Parrello, nel tentativo di definire la propria musica. Se l’etichetta è tanto evitata quanto, in fin dei conti, amata dai musicisti nei nostri anni, Parrello abbandona la via principale, e sceglie una seconda strada. La mia – dice – è semplicemente musica newyorkese, ovvero musica che ha avuto la fortuna di nascere là dove tutto si incontra per creare – artisticamente parlando – qualcosa di nuovo e inedito ma pieno di echi del passato più o meno recente. E così eccoli sette musicisti (e una voce) a firmare nove capitoli di un album in cui ogni brano coincide con un grattacapo.
Intendiamoci, la musica si gode dalla prima all’ultima nota, ed è priva di increspature e asperità da intellettualismo delle sette note, ma il tentativo di ricondurre a questa o all’altra corrente quello che si ascolta è un tentativo destinato a fare un buco nell’acqua. Qui si ascolta tanto jazz quanto folk americano, ma suonati dal punto di vista che adotterebbe un componente dei Radiohead. “Anymore,” tanto per citare uno dei casi più eclatanti – posizionata subito dopo l’inaugurale e spiazzante “Choises” – potrebbe apparire su un disco di Thom Yorke e soci se alle chitarre suonasse il Bill Frisell di Disfarmer.
«Credo che la città si muova lentamente per chi vi è nato. Per me, New York non è una idea, è una casa», spiega Chris. Probabilmente il segreto sta nella somma delle parti: il nostro ‘NYC man’ infatti si circonda di musicisti approdati nella Grande Mela i quali l’hanno poi scelta come casa a loro volta. Differenza non da poco se la band comprende una cantante australiana che ai testi spesso preferisce sillabe per assecondare i lineamenti della melodia, un violinista albanese, un bassista di Las Vegas, un batterista israeliano, e un sassofonista di Boston. «Ho costruito quest’album con questi musicisti in mente. L’album è stato costruito attorno a loro».
Senza dubitare di una sola parola del chitarrista innamorato della teoria musicale – cioè della base (o della risultante?) matematica della poesia – viene il dubbio che la stessa formazione abbia costruito una (nuova) casa attorno al proprio leader. C’è troppo, e tutto suona troppo bene. Le cose che Parrello si chiede nel titolo di questo lavoro sono probabilmente le stesse sulle quali ci interroghiamo noi. Ma le risposte – onestamente – ci interessano poco: ci bastano queste nove composizioni acustiche.
(da All About Jazz, novembre 2011)



