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I motivi che rendono speciale un concerto di Bill Callahan sono tanti. Il primo è che sul palco non succede assolutamente niente. Nulla. L’immobilità di Callahan e della sua band sotto i riflettori del Teatro Antoniano di Bologna, di fronte una platea completamente esaurita, è totale. Ma una simile ‘assenza apparente’ nasconde molto più di una posa ieratica. A giudicare dalle immagini che scorrono alle spalle dei musicisti, ha piuttosto qualcosa a che fare con l’immobilità incantata dei panorami naturali continuamente evocati in Dream River, ultimo album del’ex signor Smog, e forse nell’inquietudine di un artista che – una volta sistematosi al microfono – a una prima occhiata non sfigurerebbe fra i personaggi di un libro di Joe R. Lansdale o Jim Thompson.

L’immobilità del suo corpo è un elemento legato a doppio filo con la sua voce. Dalle parti di Mark Lanegan, ma sciolto nelle sovrumane malinconie di Kurt Wagner, Callahan è un flusso di parole (o uno stream of consciousness, ci verrebbe naturale dire) capace di ricreare, dalle assi di un teatro, un immaginario americano fatto di fiumi, montagne e foreste, personificazione e risultato di quel pellegrinaggio per le terre del continente che lo ha portato, lo scorso anno, a scrivere il suo vero capolavoro. Non c’è confine definito, infatti, fra il respiro quasi estatico dei panorami tracciati tanto sul disco quanto dal vivo, e la dimensione più intima ed esistenziale delle storie che Bill racconta. La voce di Callahan arriva da chissà dove e porta chissà dove, e con ogni probabilità è la manifestazione più ‘materica’ mai ascoltata di un’entità impalpabile com’è, appunto, il suono. Gli arrangiamenti tessuti dalla band che lo accompagna (Matt Kinsey alle chitarre, Jamie Zuverza al basso e Adam Jones alla batteria) rassicurano la platea, abbracciando spesso soluzioni note e notissime nel folk americano.

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Ma è soltanto un’impressione: derive che profumano di psichedelia sono dietro l’angolo, le chitarre franano su sentieri polverosi e melodie scheletriche, mentre l’armonica di Bill – quando appare – è sghemba e sinistra, quasi un affronto alla rigorosa tonalità del resto dell’impianto melodico. Ogni definizione porta fuori strada. Ogni canzone suonata a Bologna è la proiezione di un film popolato da personaggi di volta in volta ritratti come angeli di desolazione, umanità illuminate da intuizioni semplici quanto essenziali: «I have learned when things are beautiful to just keep on» ripete a lungo nel corso di una versione di Winter Road che mette a dura prova il cuore dei presenti. Dream River è il cuore dello spettacolo (The Sing, Ride My Arrow, Small Plane, Spring), ma non mancano incursioni nel passato con Dress sexy at my funeral, America, Drover. Bill Callahan è protagonista di un concerto fra le esperienze più vicine all’allucinazione e all’estasi. O, forse, solo alla consapevolezza. Prima di lui sul palco ascoltiamo Circuit des Yeux, affascinante autrice di un folk sperimentale. Chitarra a dodici corde, voce enorme e grande talento, regala una manciata di canzoni dal recente Overdue.

Vai alla gallery| Foto Luca Muchetti

(Buscadero, aprile 2014)